16 novembre 2009

Sonny Rollins: «Il jazz non è un album con le foto dei morti»

È sopravvissuto a tutti i suoi grandi colleghi e oggi rimane l’ultimo gigante vivente dell’hard bop. Sonny Rollins, il colosso del sax, oggi ha settantanove anni e un solo desiderio: far capire alla gente che il jazz è vivo, che è necessario buttare al macero tutti quei «libri pieni di foto di musicisti morti».
John Coltrane, Miles Davis, Art Blakey, Thelonious Monk, Max Roach. Su ognuno di loro Rollins ha un ricordo, un’istantanea che va a costruire il mosaico della storia del jazz eppure ha voglia di andare oltre. Oltre i suoi cinquanta e più dischi (sette dei quali usciti tutti nel 1957, anno d’oro), oltre l’enorme influenza che ha esercitato su schiere di musicisti (compresi John Zorn, Pat Metheny, Joe Lovano, Lou Reed o gli Stones, con cui ha anche suonato), oltre il lutto che lo ha colpito pochi anni fa, quando la sua adorata moglie lo ha lasciato solo.

Signor Rollins, ha ancora qualcosa da imparare del jazz?
«Credo di avere da imparare di jazz e della musica in generale. La musica è qualcosa di cui non sai mai tutto, ecco perché è uno dei doni più affascinanti che abbiamo ricevuto da Dio».

Crede di aver da imparare più dal jazz o dalla vita?
«Beh, credo che le due cose vadano assieme. Una volta chiesero al grande Charlie Parker "che cosa suonerai stasera?", e lui rispose: "beh, suonerò tutto quello che mi succederà durante la giornata di oggi". Il jazz è la tua vita, le tue esperienze».

Una volta ha detto che il jazz trascende la vita delle persone, che è eterno, universale. È anche qualcosa che le serve per elevare il proprio livello spirituale?
«Beh, non amo quando parlo di me usare termini come "livello spirituale", perché possono essere fraintesi, può risultare che mi considero un un saggio o cose del genere. Insomma non salgo sul palco e dico "hey ragazzi, sono SonnyRollins e la mia è musica spirituale". È il mio pubblico ad usare termini del genere».

Lei viene da una famiglia di attivisti. Sua nonna, di St. Thomas (Haiti), faceva parte del gruppo di Marcus Garvey (l'attivista afroamericano che mise le basi per la nascita dei Black Panthers). Come ha accolto l'elezione del primo presidente afroamericano?
«È una domanda molto interessante. Da ragazzino mia nonna mi portava alle marce per la libertà dei neri e per i diritti di ognuno. La questione della "razza" ha accompagnato tutta la mia vita tanto è vero che ho inciso diversi dischi a tal proposito, come Freedom Suite negli anni Sessanta. Ora, quando dici come mi sento ad avere un presidente afroamericano... beh penso che simbolicamente ciò sia un'ottima cosa. E penso anche che questo simbolo, in giro per il mondo tra la gente oppressa e ancora schiava, possa essere un segnale importante. Ma se debbo dare un giudizio più approfondito, dal mio punto di vista, quello di un uomo ben più vecchio di Obama, che la politica l'ha praticata per molti anni, ecco devo dire che io mi posiziono ben più a sinistra di lui. Obama non è abbastanza radicale per me. Diciamoci la verità: la sua politica è conservatrice. Dunque sono contento di avere un presidente afroamericano, ma non mi esalto».

Ha mai sentito la responsabilità di essere uno degli ultimi grandi del jazz?
«In passato, ma oggi è diverso. Prima sentivo che era mio dovere rappresentare tutti i miei fratelli che non sono più qui. Monk, Miles, Coltrane, Parker. Ora è diverso: non si tratta di rappresentare gli altri ma di comunicare una forma di jazz alla quale la gente riesca a relazionarsi in maniera più intima. La gente vuole il jazz ma non gli viene offerto, non hanno la possibilità di viverlo, sono schiavi di una sottocultura che li tiene a distanza. In passato abbiamo avuto Louis Armstrong che è riuscito a portarlo alla massima popolarità, ma poi poco altro. Questa è la mia ambizione. Vorrei far sentire alla gente che il jazz è vivo, che non va solo letto nei libri pieni di foto di gente morta, no. Il jazz è vita, è pieno di vita e che ogni giorno è una musica diversa ».

C’è un musicista col quale non è riuscito a suonare a di cui si rammarica?
«Il primo che mi viene in mente è il grande Fats Waller che sentii da bambino quando ancora ero in culla e poi più tardi sulla radio. Lui fu la prima persona che mi fece apprezzare il jazz, riusciva a comunicarmi una gioia incredibile. Mi sarebbe piaciuto suonare con Duke Ellington e anche con Count Basie, che conoscevo bene e sapevo che apprezzava molto la mia musica. Sai... sfortunatamente non ho suonato con tutti quelli con cui avrei voluto, ma va bene così. È stato un onore farlo con tutti gli altri».

Al tempo c'erano queste due scuole di sax opposte: la sua e quella di John Coltrane. Lei ha imparato qualcosa da Coltrane?
«Assolutamente sì. All’epoca in cui suonavamo entrambi era impossibile che io apprendessi qualcosa da lui perché erano i miei stessi fan che non volevano, che tenevano al mio stile particolare. Mi volevano diverso, capisci? Ma quando lo spirito del mio amico John ha lasciato il pianeta, allora sì, ho potuto avvicinarmi a lui, assorbire la sua musica. Ma non solo. La mia storia è quella di uno molto felice e fortunato di aver imparato dagli altri mote cose. Ho imparato da Coltrane e prima di lui da Fats Waller, da Lester Young, Coleman Hawkins, Louis Jordal, dal rhythm and blues».

La storia del jazz è piena di talenti morti troppo giovani, da John Coltrane a Eric Dolphy. Chi avrebbe cambiato veramente la storia del jazz se fosse ancora vivo?
«Hai citato Coltrane e Dolphy e senza dubbio entrambi, visto che la loro missione è stata sempre quella di sperimentare, sarebbero andati avanti, cambiando la storia. Èdifficile dirlo perché ogni generazione ha idee differenti. Per non parlare poi di Miles Davis. Miles era una persona capace di tirar fuori di continuo nuove idee. Se fosse vivo chi può dire cosa farebbe oggi? Miles era creativo all'ennesima potenza, un genio».

È vero che disse di no al quintetto di Miles Davis, posto che poi fu preso da Coltrane?
«Oh, quella è una storia che è stata ingigantita dalla stampa. Ero in un’altra città e Miles stava per cominciare a fare delle cose con un nuovo gruppo. Da tempo Miles diceva di apprezzare la mia musica e di voler suonare con me. Ma per varie ragioni non riuscii a tornare in tempo a New York e quindi persi l’appuntamento, rimanendo a Chicago».

Che vita fa oggi quando non è in tour?
«Vivo fuori New York, in campagna, una vita molto tranquilla. Sa, sono vedovo da qualche anno e vivo solo nella stessa casa dove ero con mia moglie. Tutto quello di cui ho bisogno è di un posto dove poter provare col mio sax e dove stare al caldo durante l'inverno».



di Silvia Boschero (l'Unità)

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