28 gennaio 2011

Ladies and Gentleman: The Rolling Stones - Recensione DVD


1972. Gli dei del rock al massimo del loro "particolare" splendore. Diciamo subito che concerti filmati degli Stones ne abbiamo visti parecchi: da "Shine a Light" firmato Scorsese all'apprezzabile "Bridges to Babylon '97". E molti, molti altri. Nessuno di questi però ha avuto la fortuna di catturare l'energia di quel 1972. Già, molti ricordano il '72 per la rielezione di Nixon alla casa Bianca, altri per "il Padrino" ma i veri fan di Jagger&Co. se lo ricordano per l'uscita di quell'opera monumentale e decadente che risponde al nome di Exile on Main Street.



Ladies and Gentleman: The Rolling Stones ti porta con la forza (sì, esatto, con la forza) a convincerti che gli Stones sono la più grande rock n' roll band del pianeta. In questi quattro live nel film (a Fort Worth e Houston), ci sono un giovane Mick Taylor in gran spolvero, un Keith (toxic) Richards da urlo, un Charlie Watts grandioso e un Bill Wyman preciso come un metronomo. Ah, dimenticavo Jagger. Superlativo.



In poco più di un'ora una mostruosa antologia di classici ed elettrici capolavori evergreen. Non servono altre parole. Anzi si può ancora rispolverare la classica frase di chiusura: "Da non perdere". (E aggiungo: Per nessuna ragione al mondo).

di Francesco Giacalone


TRACKLIST
Brown sugar
Bitch
Gimme shelter
Dead flowers
Happy
Tumbling dice
Love in vain
Sweet Virginia
You can't always get what you want
All down the line
Midnight rambler
Bye bye Johnny
Rip this joint
Jumpin' Jack flash
Street fighting man



Intervista con Pat Metheny

La "pozione magica" del pluripremiato chitarrista jazz del Missouri.

In un intervista rilasciata nel 2004 sulla rivista Jazz Improvisation, Pat Metheny racconta come e quando nasce il suo inimitabile stile chitarristico e come si trasforma nel tocco felpato, raffinato ed elegante dei primi album, fino ad evolversi in strabiliante, psichedelica, bizzarra e pionieristica tecnica d'avanguardia dell'esperienza con il Pat Metheny Group.


Riporto di seguito un'estratto dell'intervista.










Pat, potrebbe parlarci delle influenze musicali che durante la sua formazione l’hanno spinta verso la direzione che ha preso?


Beh, io provengo da una famiglia di musicisti; mio fratello Mike è un bravissimo trombettista, ed essendo più grande di me di 5 anni ricordo benissimo la musica che suonava quando si esercitava. Credo abbia iniziato a suonare la tromba all’età di 6 o 7 anni, e la musica che si respirava in casa mi è sempre piaciuta fin dall’inizio. Anche mio padre era un trombettista, così come mio nonno materno, il quale esercitò questa professione per tutta la sua vita. Era un trombettista straordinario, suonò con la band di John Philip Sousa durante un’estate. Per cui il suono della tromba mi è sempre stato familiare, e proprio per questo è sempre stato presente durante la mia lunga relazione con la musica, e rimane tutt’oggi il mio “tocco” principale in termini di “suono”.


Io ho iniziato a suonare la tromba all’età di 8 anni. Mio fratello Mike è stato il mio insegnante e lui a sua volta ha avuto come maestro Keith House, un grandissimo trombettista. Quindi credo che l’essenza del suono della tromba mi abbia da sempre caratterizzato come musicista e mi abbia sempre indirizzato verso sonorità affine.


Sono cresciuto in una piccola città del Missouri chiamata Lee’s Summit, ma il fatto che non fosse molto distante da Kansas City fu determinante per me, perché iniziai ad immagazzinare tutta la musica che veniva da quella grande città, in particolare il jazz. Abbandonai la tromba per dedicarmi interamente alla chitarra fra gli 11 e i 12 anni, e il mio amore per il jazz nacque quando mio fratello portò a casa un disco di Miles Davis, “Four and More”. Per me fu come quando qualcuno entra in una stanza buia e accende la luce: fu qualcosa di straordinario che mi spinse subito a far pratica sul mio nuovo strumento.


Non fu soltanto la tromba di Miles a scuotermi: il suono prodotto dai piatti di Tony Williams, il modo in cui Herbie Hancock suonava il piano, tutto quanto ebbe un effetto elettrizzante su di me. Da quel momento il mio unico scopo divenne un continuo percorso di miglioramento della mia tecnica per cercare di raggiungere quel livello e quella capacità di trasformare le idee in musica. La vicinanza con Kansas City mi giovò moltissimo dato che a 14 anni mi ritrovai a partecipare a delle jam sessions con i migliori musicisti della città, i quali mi richiamarono in continuazione fino a quando non mi laureai.



Questi primi ingaggi richiedevano l’abilità di saper leggere la musica o aveva già memorizzato una serie di esercizi o pattern di note che ha poi utilizzato durante i concerti?


Suonavo raramente in formazioni da trio, o con la presenza di un organo. Stiamo parlando del periodo a cavallo fra il 1969 e il 1972, e molti dei concerti a cui ho partecipato erano capitanati da un trombettista incredibile, considerato uno dei maggiori musicisti di Kansas City; il suo nome è Gary Sivils. Suonare nelle sue diverse formazioni è stata un’esperienza incredibile per me, non avrei potuto trovare di meglio per la mia formazione musicale perché Gary era sempre circondato da ottimi musicisti e tutti seguivano una logica musicale molto intuitiva. Lui stesso non ti diceva quale nota o accordo suonare, ma sapeva suonare una ballad in maniera incredibile, sia con melodia sia con una tecnica di improvvisazione fantastica. Questo modo di suonare è stato fondamentale per me; ancora oggi considero alcuni musicisti di quel periodo come i migliori con i quali abbia mai suonato, e non ho dubbi sul fatto che l’esperienza di Kansas City ha influenzato profondamente quasi tutto ciò che avrei fatto in futuro.



Sembra proprio che ascoltare l’album “Four and More” sia stato di buon auspicio.. l’interesse che le ha suscitato quell’album è stata una motivazione in più per trascrivere la musica di quel disco, o è stato sempre un processo intuitivo?


Onestamente, l’idea stessa di suonare in quel modo, con quel format, considerando anche che ero proprio all’inizio dei miei studi di musica, mi spaventava moltissimo. Non avevo idea di quale fosse la logica con la quale i musicisti suonavano in quell’album! Mi piaceva semplicemente il suono e lo spirito con il quale improvvisavano con le note, un piacere quasi viscerale. Non posso dire che la trascrizione della musica sia stata un grosso problema per me, ma era più una questione di memoria e più un fattore del tipo “ok, questo potrebbe essere un buon pattern da memorizzare per migliorare la mia tecnica”. Ascoltavo ogni brano decine e decine di volte, fino a quando non avevo memorizzato ogni singola nota. E questo valeva non solo per ciò che suonava Miles, ma anche per la sezione ritmica, che è sempre stata una parte fondamentale del mio processo di apprendimento.


Lo stesso procedimento l’ho sentito fortemente per un sacco di altri album che ascoltai in seguito. uno dei primi dischi che mi colpì in maniera particolare fu una registrazione live di Gary Burton di fine anni ’60; non potevo mai averne abbastanza di quell’album. Certo, non smettevo mai di ascoltare ogni genere di musica, ma tendevo sempre a trascorrere la maggior parte del tempo a studiare quel tipo di sound.


Dopo aver iniziato con il memorizzare e imparare il linguaggio musicale, brani, elementi base, armonia, qual è stato il passo successivo per l’approccio all’improvvisazione?

In quel periodo, a cavallo fra gli anni ’60 e ’70, erano pochi i musicisti con cui suonavo che sapevano leggere bene la musica. Suonavano principalmente ad orecchio; soltanto un paio di pianisti con i quali ho suonato conoscevano bene la teoria musicale, ma in genere non si discuteva molto di armonia musicale all’interno della band.


Non c’erano molti insegnanti di musica nelle zone di Kansas City, soprattutto di chitarra. Io però ho avuto la fortuna di suonare con un pianista di nome John Elliott; impartiva lezioni di armonia ad un livello molto alto ed era molto bravo nell’improvvisazione. La sua peculiarità consisteva nel fatto che non descriveva la musica in termini di scale ma, ad esempio, si manteneva molto sulle singole tonalità. Quel tipo di impostazione armonica fu il mio primo vero approccio all’improvvisazione, e rimase questo probabilmente fino a quando non iniziai a suonare con Gary Burton.


Burton è forse il miglior musicista fra quelli che utilizzano principalmente le scale sugli accordi, e uno dei più abili a far calzare perfettamente ogni nota sul giusto accordo. Questo stile intuitivo l’ho riscontrato anche nella tecnica di Gary Sivils e nello stile bi-tonale di John Elliott che a mio parere può essere considerato come il linguaggio base dell’improvvisazione utilizzando le scale su accordi.


Quando suoni con Gary Burton, puoi eseguire oltre 50 accordi diversi, ma lui troverà sempre le note comuni. È davvero straordinario, e per me è stata una vera fortuna aver iniziato la mia carriera da professionista con lui e avere a disposizione tutti questi strumenti; mi ha regalato qualcosa che mi ha permesso di stare sempre un passo avanti rispetto a tutti gli altri musicisti con cui ho suonato durante quel periodo.

Allo stesso tempo però, sono sempre stato consapevole del fatto che i miei primi passi nell’improvvisazione jazzistica li ho compiuti seguendo le orme sia di Burton che di Sivils ed Elliott.



Cosa può rivelarci a proposito del mistero che si cela dietro la “melodia”?


È impossibile descrivere il concetto di “melodia” in maniera esaustiva. Potrei stare ore ed ore a chiedermi “perché questo calza a pennello su questa melodia, e quest’altro invece no?”. La melodia nel jazz può assumere qualsiasi forma, ma come un musicista riesca a deformarla è quasi un vero e proprio un mistero.


I musicisti che potrei prediligere in termini di melodia sono Gary Burton, Sonny Rollins, Lester Young, Stan Getz, Wes Montgomery, Jim Hall, ma potrei includere anche tutti coloro che non sono “puramente” melodici, come Cecil Taylor e, senza dubbio, John Coltrane.


Non si tratta tanto di fare una distinzione tra chi è un musicista melodico puro e chi no; ciò che mi impressiona, come spettatore, è il modo in cui un musicista mostra una perfetta padronanza nel trasportare le sue idee in strutture “melodiche”, e queste possono anche essere semplici piuttosto che complesse. Possono anche essere ritmicamente lineari o non lineari, orecchiabili o cacofoniche, non ha importanza, perché c’è comunque un filo conduttore che l’esecutore mantiene per connettere armonia, melodia e improvvisazione.


È questo che ho provato quando iniziai a suonare con Gary Burton sera dopo sera: non era solo straordinario, era anche stimolante, eccitante e allo stesso tempo terrorizzante dal momento che avevo ancora molto da imparare riguardo l’improvvisazione. Ad ogni modo, sono sempre convinto che in ogni momento qualunque musicista possa trovarsi di fronte qualcuno che riesca a trasmettergli tutta la melodia che gli frulla per la testa, e ciò produce uno stimolo per migliorarsi, così come è successo nel mio caso.



Può spiegarci il procedimento attraverso il quale nascono le sue composizioni?


Ciò che mi trascina nella composizione è la mia incapacità di comporre materiale nuovo attraverso le strutture standard, le forme tradizionali del blues, e tutto ciò che ho già acquisito nel corso della mia maturazione musicale e per il quale sono sempre stato curioso. Per cui ho iniziato ad esplorare nuove sonorità, nuovi tipi di accordature e tutto ciò mi è stato reso possibile anche attraverso diversi tipi di chitarre.


In genere, la prima nota o il primo insieme di note che scrivo mi serve come sfondo per tutto ciò che si aggiunge man mano che mi vengono in mente nuove melodie, nuovi riff o nuove strutture da poter collegare con la base di partenza. Una volta riuscito a delineare il mio raggio d’azione, posso iniziare a studiarne le improvvisazioni in termini di durata, struttura e armonia. È qui che vado completamente fuori di senno, ed è sempre difficile mettere un freno alla fantasia che si scatena.


Con quale criterio sceglie i musicisti da inserire nelle sue formazioni?

È sempre difficilissimo per me dover scegliere. In genere, cerco qualcuno che possa condividere con me la passione per tutto ciò che è stato il jazz negli ultimi quaranta o cinquant’anni, ma al tempo stesso che riesca a mettere tutto da parte e suonare facendo leva solo sul proprio istinto musicale. E poi c’è un altro fattore molto importante: lo standard di lavoro che io conduco deve essere condiviso da ogni singolo elemento del gruppo. Il che significa la vita del musicista costantemente in studio e on the road, con all’incirca 200 concerti all’anno e sei, sette o anche otto notti a settimana senza neanche una sosta! Significa trovarsi nella situazione in cui dopo un concerto ti senti completamente sfinito ma sai che già l’indomani dovrai ricominciare.


Ecco perché non è sempre facile per me trovare le persone giuste, e questo è uno dei motivi per il quale ci sono stati molti cambi di formazione nel corso della mia carriera, anche se, soprattutto nel Pat Metheny Group, ci sono ovviamente degli elementi stabili come Lyle Mays o Steve Rodby, che hanno contribuito quanto me a forgiare il percorso di questa straordinaria esperienza fin dalla fine degli anni ’70.



tratto da
Jazz Improvisation Magazine :"Interview with Pat Metheny, 2004"
traduzione di ANTONINO BONOMO


27 gennaio 2011

Roma in Jazz - Roberto Gatto Trio

Venerdì 28 gennaio 2011 all'Audirorium Parco della Musica di Roma

Roberto Gatto è, come tutti sanno, uno dei jazzisti italiani più noti a livello nazionale ed internazionale. Nonostante la sua fama ha sempre voglia di misurarsi con la musica jazz, di ricominciare con nuovi progetti e nuove idee. A dividere il palco con lui saranno due giovanissimi: Alessandro Lanzoni al piano e Gabriele Evangelista al contrabbasso.

Il trio si è formato nel corso del In.Ja.M. (International Jazz Master Program), prestigioso master biennale che si svolge a Siena, dove Gatto insegna ed i due giovani erano suoi allievi. Essendosi accorto del talento dei due, ha lavorato con loro cercando di trasmettergli tutta la sua esperienza e li ha invitati ad esibirsi con lui.

Un interessante incontro tra due generazioni: il presente (e che presente…), ed il futuro. Due musicisti giovani che possiedono delle doti importanti che sicuramente apprenderanno dal maestro il modo per sfruttarle nella maniera migliore possibile.

Alessandro Lanzoni, nonostante sia giovanissimo (18 anni), ha già condiviso il palco con nomi importanti, Lee Konitz, Ares Tavolazzi, Renato Sellani, Fabrizio Bosso, Francesco Cafiso, Kurt Rosenwinkel per fare qualche nome. Dopo aver partecipato e vinto diversi concorsi è arrivato al master di Siena dove si formano giovani talenti. Figlio di musicisti ha iniziato a studiare il piano a 5 anni e si è da subito dimostrato incline ai linguaggi del jazz.

Leggermente diversa l’esperienza dell’altro protagonista, Gabriele Evangelista, classe 1988. Si dedica principalmente alla formazione classica nei primi anni di apprendistato. All’età di 14 anni è fra i pochi italiani dell’Orchestra Giovanile Internazionale di Brema mentre nel 2007 partecipa all’Accademia Internazionale Gustav Mahler per giovani musicisti d’orchestra. Nel frattempo sente il richiamo del jazz e collabora con grandi artisti, quali Enrico Rava, Gianluca Petrella, Giovanni Guidi, Danilo Rea, Irio De Paula, Javier Girotto, Daniele Tittarelli, Dan Kinzelman, solo per elencarne alcuni.

Una bella sfida per il maestro Gatto: cercare di portare per mano due giovani talenti, fino a farli camminare con le proprie gambe, in un mondo così vasto com’è quello del jazz. Buona fortuna al maestro ed un grosso in bocca al lupo agli allievi. Un concerto che ci sentiamo di consigliare a tutti quanti.


di Francesco Tromba
(dal portale web Roma in Jazz)


Auditorium Parco della Musica, Roma
v.le P. De Coubertin, Sala Petrassi, ore 21.00
per acquistare il biglietto: clicca qui

23 gennaio 2011

Recensione: John McLaughlin - Devotion

“Ho scoperto la musica nera Americana all’età di 11 anni: Big Bill Broonzy, Muddy Waters, Leadbelly a il delta blues del Mississippi. Una rivoluzione per me! All’età di 13 anni, iniziai ad ascoltare il flamenco, un’altra rivoluzione. A 14 anni, scoprii il jazz, con Django Reinhardt; ebbene si, un’altra rivoluzione! Poi mi imbattei in Miles Davis, Bill Evans.. e soprattutto in John Coltrane: ne rimasi stravolto!”
[John McLaughlin]

Comincia così la storia del britannico John McLaughlin, uno dei più grandi chitarristi che lo strumento a 6 corde abbia mai conosciuto, colui che ha attraversato e allo stesso tempo forgiato qualunque genere si possa tirar fuori dalle note.

Flamenco, blues, hard rock, jazz, swing, fusion, chitarra classica, chitarra elettrica, chitarra indiana.. una sola etichetta sbiadisce di fronte all’intera carriera di McLaughlin, durante la quale prendono forma diversi e fondamentali episodi.

Dopo gli studi di pianoforte e musica classica, si avvicina al blues, per essere poi travolto dal sound accattivante dello swing e soprattutto del jazz, prima di intraprendere una breve collaborazione con Georgie Fame and the Blue Flames. Dopo aver ascoltato per la prima volta “A love supreme” di John Coltrane, si converte totalmente al jazz, entrando a far parte prima della band di Alexis Korner e successivamente della Graham Bond Organization, dove incontra altri due jazzisti, Ginger Baker e Jack Bruce, durante la loro fase pre-Cream.

Forma quindi il suo primo quartetto, con Dave Holland al contrabbasso, Tony Oxley (il futuro fondatore della Incus Records) alla batteria e John Surman al sax. Con questi ultimi due, più Brian Odgers al basso, inciderà il suo primo album solista, Extrapolation, pubblicato nel 1969, nel quale McLaughlin si fa conoscere al mondo intero per il suo particolarissimo stile che in queste prime registrazioni rimane a metà fra il jazz tradizionale e le forme nascenti del jazz vanguard. Contemporaneamente intraprende alcune collaborazioni fondamentali: partecipa all’album di Tony Williams Emergency! (1969), per essere poi “rapito” da Miles Davis, che lo inserisce nella line-up di alcuni suoi album (diventati poi delle pietre miliari), In a Silent Way, Bitches Brew, On the Corner, Big Fun, A Tribute to Jack Johnson.

Già in queste prime incisioni, McLaughlin si mette in mostra per il suo jazz-fusion totalmente all’avanguardia soprattutto per i tempi, diventando inoltre un session-man molto ricercato da artisti del calibro di Miroslav Vitous, Larry Coryell, Carla Bley e Rolling Stones.

Resterà storica, ma purtroppo ancora ignota ai cultori, la registrazione effettuata al Record Plant di New York il 25 marzo del 1969, durante la quale McLaughlin viene invitato dal batterista Mitch Mitchell a partecipare ad una jam session con Jimi Hendrix in persona, grande fonte di ispirazione per lo stesso McLaughlin.

“Fu la prima volta che incontrai Jimi. Una persona straordinaria! E che chitarrista! Jimi mi impressionò. Suonammo dalle due di notte fino alle otto del mattino, fu un’esperienza unica. Io suonai principalmente una chitarra acustica amplificata da un pick-up, mentre lui suonò tutto quello su cui riuscì a mettere le mani: chitarra acustica, elettrica, sintetizzatori, e così via…”
[John McLaughlin]

Nel 1969, John firma un contratto con la Restless con il quale si impegna a pubblicare due album: uno di questi lavori sarà Devotion.

Ciò che si scatena nei Record Plant di New York, nel febbraio 1970, risulterà travolgente quanto una tempesta formata da un miscuglio di tutto ciò che si può creare con le singole note, con l’aggiunta di effetti sonori stratosferici, creatività, estasi, improvvisazione, e magari giusto un po’ di follia. La vera pazzia dell’intero disco (perché proprio di questo si tratta) può forse essere intravista attraverso la copertina distorta, quasi amalgamata con tutto quel mistico che si nasconde dietro alla vena psichedelica sempre presente nel portfolio di McLaughlin.

Con la produzione di Alan Douglas, già famoso (nel bene e nel male) per la sua collaborazione con lo stesso Jimi Hendrix, McLaughlin incide tutta la sua carica elettrostatica accompagnato dalla batteria di Buddy Miles, dall’organo di Larry Young e dal basso di Billy Rich. Il quartetto darà vita alle stravaganti composizioni di McLaughlin, attraverso incredibili tappeti musicali talvolta taglienti quanto travolgenti come un’onda oceanica che investe l’udito fino quasi a dissacrare l’essenza stessa degli strumenti.

Non esiste un vero e proprio genere che possa catalogare quest’album: hard-jazz-rock “distorto”, rock, blues, psichedelia, fusion… una moltitudine che la dice lunga sul catalogare John McLaughlin soltanto fra i chitarristi prevalentemente jazz.

Così come di jazz potrebbe esserci ben poco nella line-up stessa: Buddy Miles, il prorompente batterista-cantante (fresco dell’esperienza con la Band of Gypsys di Jimi Hendrix), con il suo drumming possente e tumultuoso scandisce il ritmo delle esecuzioni creando la giusta intensità fino al punto di esplosione; Billy Rich, bassista quasi sconosciuto al grande pubblico, ma tecnicamente molto valido, forte anche delle collaborazioni sia con Buddy Miles che con Taj Mahal, Paul Butterfield, Jackie Lomax e così via; completa il quartetto Larry Young (all’anagrafe Khalid Yasin Abdul Aziz), organista e pianista jazz, un nome abbastanza noto nell’ambito jazzistico soprattutto per il suo originale stile modale apportato sull’organo Hammond B-3, una vera novità che a partire dalla seconda metà degli anni ’50 rivoluzionò il territorio quasi “sacro” dello stile pianistico tipico del soul, introdotto dal suo caposcuola Jimmy Smith.


L’assemblaggio stesso dell’album influirà notevolmente sul risultato, aumentando il carattere misterioso delle composizioni di McLaughlin. Il viaggio inizia con i suoni psichedelici di “Marbles” che introducono l’arpeggio disconnesso di chitarra, per poi interrompersi e lasciar spazio al drumming di Buddy Miles, con tanto di effetti eco e sustain; ed ecco che la miccia viene innescata dal possente riff di McLaughlin che verrà eseguito in loop dal basso di Rich, mentre Young tesse il tappeto organistico sul quale McLaughlin si sbizzarrisce con improvvisazioni a base di wah-wah e suoni elettrici.

Con un effetto di dissolvenza si passa a “Siren”, dove cambiano sia il ritmo sia i suoni degli strumenti, ora meno psichedelici e più incentrati sul funky. Inizia qui il vero climax dell’album, ovvero quando improvvisamente il volume si abbassa per poi rialzarsi e lasciare che Young, Rich e Miles creino la giusta catarsi di tappeti musicali psichedelici per dar spazio all’incredibile solo di McLaughlin, il quale inizia giusto con qualche leggero tocco funky per poi lanciarsi nel suo tipico stile fusion, con distorsioni, delay e wah-wah che lasciano con il fiato sospeso, mentre Miles e Rich incalzano il ritmo martellante all’unisono.

Ecco raggiunto il punto di non ritorno, spezzato soltanto dal volume che si abbassa nuovamente per ridare spazio all’arpeggio di chitarra che ha aperto il disco.

Arriva la terza traccia, che ricalca il copione precedente, ma stavolta con un groove ancora più incalzante e tumultuoso, dove è Buddy Miles a farla da padrone, mentre gli altri si perdono fra le note. Sarà McLaughlin, invece, a condurre il brano successivo, “Purpose of when”, dove mette in atto un solo straziante che lascia sullo sfondo gli altri musicisti. In “Dragon song” si raggiunge il vero timbro hard rock della formazione che lascerà spazio per la traccia finale lunga più di undici minuti, dove ritorna l’atmosfera psichdelica e fusion che chiude definitivamente l’album.

Follia allo stato puro, che si trasforma in perfetta simbiosi musicale, senza mai sfociare nell’eccesso. È proprio questo uno dei risultati più importanti ottenuti durante la fase di missaggio e montaggio: le composizioni hanno tutte la giusta durata, non si prolungano mai oltre i 6 minuti (tranne l’ultima traccia); una caratteristica studiata apposta per le registrazioni, dato che i picchi di volume e di intensità sono notevoli, tanto da risultare sgradevoli se prolungate per oltre 10 minuti.

Questo “tagliare e ricucire” ha sancito però il punto di rottura della collaborazione fra McLaughlin e il produttore Alan Douglas, dal momento che il missaggio finale fu eseguito da quest’ultimo mentre McLaughlin era impegnato in altri progetti, e quindi non venne interpellato nella rifinitura delle sue composizioni. Lo stesso McLaughlin arriverà a dichiarare che l’intero lavoro è stato distrutto da Douglas, e quindi non rimarrà per niente soddisfatto della sua opera, nonostante il risultato sia ugualmente eccellente, apprezzato anche dalla critica di settore.

Per questo motivo, quindi, Devotion si trasforma in una sorta di viaggio introspettivo che ha però un limite ben preciso e rappresenta un punto di passaggio nella carriera di John McLaughlin, che di lì a poco formerà la Mahavishnu Orchestra, per dar vita ad uno dei più straordinari capitoli del genere fusion.


di ANTONINO BONOMO



Tracklist

John McLaughlin
DEVOTION
(Douglas Records, settembre 1970)
  1. Marbles
  2. Siren
  3. Don't let the dragon eat your mother
  4. Purpose of when
  5. Dragon song
  6. Devotion

All compositions written by John McLaughlin.