30 luglio 2011

Slash - Recensione del concerto del 29 luglio a Roma

Operazione-nostalgia parzialmente riuscita. Circa 12.000 fan dell'hard rock si sono ritrovati a Roma il 29 luglio per l'appuntamento con Slash, icona riccioluta dei Guns 'n' Roses, e proprio come da tre decenni a questa parte lo storico chitarrista non si è risparmiato per far assaporare quella nostalgia del breve periodo a cavallo tra gli anni '80 e '90. Anni leggendari per il rock duro e (im)puro che veniva da Los Angeles, anni in cui la voglia di conquistare il mondo della musica da parte di squattrinati come Axl Rose era vera, genuina. Ebbene, pur mantenendo intatto il proprio stile, Slash e la sua musica dimostrano quanto sia lontano quel periodo: nei primi live dei Guns si respirava aria di tensione e trasgressione e non la rassicurante quiete che ha portato al concertone al velodromo delle Capannelle, papà e figli in tenuta da rocker, signore di mezza età e ragazzini impazziti che dopo aver visto Slash urlano"Dio esiste!".


Molto è cambiato rispetto a venticinque anni fa: le note di Nightrain allora facevano davvero emozionare e magari venivano portate nella mente e nel cuore negli anni a venire; oggi i giovanotti sfoggiano oltre alle borchie anche l'ultimo modello dell'I-phone per inviare il video praticamente in diretta su facebook! E non solo, i brani dei Guns, suonati da una band diversa risentono parecchio della patina del tempo.


Mr. Brownstone, cantata comununque da un Myles Kennedy in splendida forma, non convince. Stesse sensazioni per Rocket Queen e gli altri classici dei Guns. A tener viva la fiamma e il ricordo dei bei tempi andati sono le vere gemme del repertorio: Sweet Child o' mine e Paradise City. Due brani così trascinanti non potevano che infiammare il pubblico e così è stato.


Il resto è un bel connubbio fra sua maestà Slash e gli altri, Bobby Schneck, Todd Kerns, Brent Fitz e ovviamente Myles Kennedy, gia cantante degli Alter Bridge. Una buona band e molta voglia di far vivere una bella serata di sano rock and roll.


Slash dal canto suo ha un buon feeling con la gente, scherza, salta e si e-salta soprattutto per i nuovi brani del suo album solista. E' sempre lui che corre per ritrovare l'assolo perfetto, è lui a portare sempre più in alto il pathos e strappare qualche emozione, al di là della nostalgia.


Passando in rassegna anche i brani degli Snakepit, e dei Velvet Revolver, Myles Kennedy fa sentire che con quella voce può far proprio di tutto, seppur scimmiottando un pò troppo il timbro di Scott Weiland, riesce nell'intento di portare il pubblico dalla sua parte. Ma il proprio lavoro lo fa bene, onestamente, soprattutto quando deve semplicemente essere se stesso: Back from Cali è uno dei pezzi più incisivi della serata, che si chiude così come era cominciata, con le urla dei giovanissimi a sommergere e sovrastare i taglienti riff della Les Paul di Slash, e con le gomitate a destra e a manca al ritmo di Paradise City.


Anche Slash lo sà bene, oggi al proprio fianco ci sono dei bravi rocker, ma non si chiamano Duff, Izzy, Steven o Axl. Non sono quegli incendiari ed egocentrici individui che hanno segnato insieme a lui la storia del rock "pesante", ma solo degli ottimi gregari che magari come nei film sognavano un giorno di stare al fianco del guitar hero per eccellenza, di colui che ha scritto una delle pagine più importanti della musica degli ultimi vent'anni.

di Francesco Giacalone

20 luglio 2011

"Life" Keith Richards - Recensione

Una successo annunciato, una biografia dal titolo semplice semplice: "Life".  Dentro questo libro c'è tutto il rock n' roll style duro e puro. Solo uno come Keith Richards, chitarrista e compositore dei Rolling Stones, può permettersi di scrivere un'autobiografia dal titolo banale e infarcirla di aneddoti sulla vita, sulla musica, sulla droga, sulle donne e sul circo dello show bussiness.

Grande successo commerciale, grande "ritorno" di immagine e primi posti nelle classifiche dei libri più venduti di mezzo mondo. In "Life" c'è l'abc del rock, un'enciclopedia condita da vari "fuck", "little bitch" e "asshole" tanto per dare un pò di pepe qua e là.

C'è n'è per tutti: Mick Jagger e le sue manie da superstar, Bill Wyman sessualmente megalomane, Ronnie Wood troppo "fatto" e non ci sono parole tenere neanche per tizi del calibro di Chuck Berry e Jerry Lee Lewis. L'unico a salvarsi dalla velenosa linguaccia di Keith è Charlie Watts, il più schivo della band e in assoluto il "personaggio" più rispettato del libro. Anche la storica compagna Anita Pallenberg, da cui Keith ha avuto due figli, Marlon e Angela, non ne esce benissimo da questo racconto: dapprima dipinta come una regina del mondo dello spettacolo, trasgressiva, sexy e naif, viene poi fatta apparire come tossica e fuori di testa.



Una biografia, dunque, che scava affondo, fino a graffiare la vera storia dei Rolling Stones, una band nata con tantissima voglia ed energia, spinta soprattutto da Brian Jones (il chitarrista morto in circostanze misteriose nel 1969) e grande compagno di "studio" di Richards nei primissimi anni della band. Le atmosfere più accattivanti nel libro si colgono infatti nei primissimi capitoli in cui i protagonisti sono proprio Keith e Brian, intenti (nel loro lurido appartamento londinese) ad imitare i riff di chitarra e scoprire gli accordi dei grandi idoli del blues come John Lee Hooker, Slim Harpo e Muddy Waters. Chiusa la parte "pedagogica" del libro con una miniera di citazioni di grandi artisti blues e rock n' roll, si apre per il lettore una immensa, prolissa, sfiancante e a tratti noiosa "sezione" dedicata alle droghe. Pochissime in circolazione, dagli anni 70 agli anni 80, quelle che Richards ha deciso di non provare,  anzi vengono tutte sezionate con tanto di dosaggio, prezzo ed effetti sul fisico e sulla psiche. Probabilmente l'unica vera pecca del libro sta tutta in queste pagine, in cui la vita della band viene relegata come sfondo, mettendo in risalto le peripezie, i cattivi pensieri, le gelosie, gli scontri e la follia generata dalle sostanze. Non manca proprio nulla, compreso nomi e cognomi degli spacciatori di riferimento, le tecniche utilizzate per mixare gli stati d'animo "alterati" e le rocambolesche lotte per sfuggire alla giustizia, grazie a nomi di primo piano della politica che tanto hanno voluto bene Mr. Richards.

Gustosa la parentesi francese, in cui viene registrato dagli Stones l'album "Exile on Main Street", in compagnia del sassofonista e grande amico Bobby Keys, e tantissimi altri grandiosi musicisti che tanto hanno donato al sound del gruppo.


L'ultima parte (quella relativa agli ultimi vent'anni della band) non entusiasma e non esalta. In fondo la trasformazione in super star ha diviso un pò la band, e Keith a questo punto preferisce dare ampio spazio alle sue vicende coniugali e familiari. Da ricordare però, gli episodi in compagnia del figlio Marlon, spesso accanto al padre in tour: un ragazzino di 7 anni nella bolgia del rock, fra camere d'albergo, backstage e poliziotti anti-droga. Non da sottovalutare comunque la vena ironica che, per fortuna, ha accompagnato l'artista nel corso della carriera: da notare nelle ultime pagine, il ricordo dei fan italiani con la "palma di gomma gonfiabile" che lo hanno salutato a Milano nel 2006, dopo una caduta rovinosa dall'albero in vacanza  con la famiglia.   




Un libro per "ossessionati" più che per appassionati, che profuma di poesia solo nella prima parte, e che affonda via via (come la vita di Keith del resto) nei clichè del rock, ma in fondo raccontati da chi, in prima persona, questi clichè li ha creati.
Poco spazio viene dato, in proporzione, su un volume di 500 pagine, alla parte strettamente tecnica e musicale: strumenti, composizione, trucchi del mestiere.

I personaggi, inoltre, vengono descritti con troppa superficialità, come in una conversazione da bar, senza approfondire davvero il lato caratteriale e umano, come invece è stato fatto con estrema cura e raffinatezza nella bellissima biografia "Ronnie" in cui il compagno d'avventure Ron Wood sembra più lucido (si passi il termine) nel raccontare da vicino le vicende, gli uomini e le donne, le band, gli stili musicali che hanno illuminato il mondo della musica degli ultimi cinquant'anni.
Ma delle critiche, come si può ben constatare nel libro, il nostro eroe se ne "sbatte" ed è quindi bene finirla qui prima di beccarsi un caro, placido e fraterno: "Vaffanculo!"

27 giugno 2011

Pino Daniele & Eric Clapton - Just One Concert

Cava De' Tirreni, 24 giugno 2011. Ore 21.15.

Stasera è una serata particolare; quando la musica può dare delle risposte, quando la musica può avere un indirizzo sociale, quando la musica può essere fatta per aiutare gli altri è una bellissima cosa. E quando lo fanno anche dei musicisti straordinari, come quest’artista che è stasera con noi… un uomo straordinario che io non finirò mai di ringraziare. Non ci sono poi tante parole da dire: ladies and gentlemen, Mr. Eric Clapton.” [Pino Daniele]

Le parole vengono a mancare quando si cerca di descrivere un momento tanto atteso da anni che finalmente diventa realtà. Non è facile ripercorrere con la sola memoria le emozioni che un tale evento riesce a scatenare, così come non è stato facile per gli oltre 15.000 spettatori (me compreso) presenti allo stadio “Simonetta Lamberti” di Cava de’ Tirreni credere allo spettacolo che è esploso sul palco dove per la prima volta le chitarre di Pino Daniele ed Eric Clapton si ritrovano a “ruggire” insieme per un intero concerto.

Un’ammirazione reciproca cresciuta insieme alle straordinarie carriere dei due chitarristi, ed un’amicizia nata durante la partecipazione di Pino Daniele al Crossroads Guitar Festival del 2010, terzo evento benefico organizzato da Eric Clapton per il Crossroads Centre di Antigua da lui fondato. Sarà proprio un altro evento benefico a riunirli sullo stesso palco, organizzato stavolta da Blue Drag e F&B Previsti, Concert for Open Onlus – In Aid of Children; gran parte dell’incasso del concerto sarà, infatti, devoluto al centro di Oncologia Pediatrica dell’Ospedale “Pausilipon” di Napoli per aiutare i bambini malati di cancro attraverso l’acquisto di una tac.

E così, uno dei più grandi chitarristi ed innovatori del blues italiano ricambia l’invito chiedendo ad un altro dei più grandi chitarristi di sempre, nonché innovatore del blues inglese, di tornare in Italia dopo 5 anni dal suo ultimo concerto tenuto all’Arena di Verona nell’estate del 2006. Cosa potrebbe mai venir fuori?

Suonare con Eric Clapton per un musicista è come guidare con Michael Schumacher per un pilota. Ho voluto fare un concerto diverso dal solito, andando fuori dagli schemi e dalle regole. Non ci siamo preoccupati di inventare, ma solo di far incontrare due musicisti per un evento benefico che possa aiutare le persone. Questa è la vera cosa fantastica e non c’è altro da dire.” [Pino Daniele]


E lo è stato davvero un concerto fuori dagli schemi, fin dall’inizio, quando Pino Daniele introduce la serata e chiama Eric sul palco facendo impazzire la platea che più di un’ora prima dell’inizio aveva già riempito lo stadio, completando il colpo d’occhio creato dal palco imponente. Pino da il via arpeggiando la sua “Boogie boogie man” ed Eric incalza con dei piccoli tocchi di classe in sottofondo: una perfetta introduzione molto intima (ma già da brividi) che svela pian piano il groove che si crea fra i due maestri e che via via infiammerà la folla.

Il duetto elettrico continua con la splendida “Napul’è” di Pino, anch’essa in un’inedita versione con gli arpeggi di Daniele e i fraseggi di Clapton stavolta non più blues, bensì in perfetta armonia con il feeling intenso della canzone. Il tutto mentre il pubblico completa i versi di una delle canzoni più amate dai fan di Pino Daniele.


Al termine di questo momento “fra amici”, Eric lascia il palco mentre Pino introduce la fantastica band; per l’occasione, Clapton ha portato con se gran parte dei musicisti che lo hanno accompagnato in tour negli anni passati e con i quali prosegue il tour iniziato lo scorso febbraio: Chris Stainton alle tastiere (membro fisso della band di Eric da più di trent’anni, quando lo stesso Clapton lo “rubò” a Joe Cocker), il “veterano” Willie Weeks al basso, il possente Steve Gadd alla batteria (uno dei più talentuosi batteristi rock strappati al jazz), accompagnati per l’occasione dal pianista (nonché direttore d’orchestra) Gianluca Podio e dal sax del leggendario Mel Collins, uno dei più prolifici session man di sempre, il quale (oltre ad aver lavorato con artisti del calibro di King Crimson, Camel, Joe Cocker, Dire Straits, Rolling Stones, Lucio Battisti e così via) ha partecipato alle sessions dell’album Slowhand (1977) di Eric e a quelle di Musicante (1984) e del recente Boogie Boogie Man (2010) di Pino.

Impossibile non aspettarsi uno spettacolo musicale di altissimo livello con una formazione del genere. Ma una sorpresa c’è stata, e a mio parere ha lasciato di stucco sia chi era presente al concerto, sia gli stessi protagonisti: credo che lo stesso Daniele sia rimasto senza parole quando durante la preparazione dell’evento si è reso conto che avrebbe potuto tornare indietro alle sue radici musicali, spaziando fra il blues, jazz e fusion, dando sfoggio alla sua variopinta versatilità che lo ha reso celebre sia in Italia che all’estero. Almeno questa è stata l’impressione che si riusciva a cogliere dall’esterno: le canzoni di Pino hanno assunto tutte una nuova forma, quasi come fossero rivitalizzate dalla precisa e incalzante sezione ritmica di Gadd e Weeks e colorate dalla “raffinatezza” di Podio, dalla “sfrontatezza” di Stainton e dal tocco di classe del sax di Collins.

In questo mix di jazz, blues e pop, Pino trova pane per i suoi denti alternando i suoi classici arpeggi a delle vere e proprie sterzate elettriche eruttate dalla sua Suhr. Ed è così che la perla con la quale inizia il suo set, “Toledo”, si trasforma da una ballad strumentale intrisa dello stile tipico degli anni ’80 in un’originale ed infuocata composizione fusion che mostra subito l’alchimia creatasi fra Pino e il resto della band.

"La scaletta l’ho costruita seguendo un mio criterio di sintonia. Volevo aprire con un po’ di pezzi miei melodici che andassero verso una direzione più rarefatta per poi far ripartire lui con il suono rock blues più intenso. Insomma un modo per dargli la spinta. Eric ha voluto scegliere lui i pezzi da suonare e poi, mano a mano che provavamo la scaletta, era lui a dirmi 'Suoni in questo pezzo piuttosto che in quell’altro'. Suonare con uno come lui è più semplice di quanto si immagina." [Pino Daniele]

L’estasi jazzistica continua con “Je so’ pazzo” e “A me me piace o’ blues” fino a smorzarsi con “Dimentica”, durante i quali Stainton, Podio e Collins si sbizzarriscono ognuno con il proprio stile. A seguire, “Dubbi non ho”, “Che male c’è” e “Sara non piangere” lasciano spazio ai cori del pubblico sempre più estasiato ed incantato dal suo paladino di casa che, oltre alla sua chitarra, fa suonare anche la sua inimitabile voce che dopo più di trent’anni non smette mai di emozionare. E Pino lo fa nella maniera più classica quando posa la chitarra e canta la sua splendida “Quando” accompagnato solo dal pianoforte e dagli strazianti fraseggi del clarinetto di Collins, chiudendo la sua prima parte del concerto con un inchino sommerso dagli applausi.

Arriva il momento di Mr. Slowhand, cha torna sul palco fra le grida del pubblico che non vede l’ora di sentirlo in azione. Insieme a Pino Daniele, Eric suona il tema di “Per te” di Pino, una leggera introduzione strumentale quasi a voler preparare il terreno per l’esplosione che seguirà: Pino lascia il palco, ed il blues di Eric infiamma l’intero stadio aprendo le danze con “Key to the highway”. Ad Eric basta solo il primo bending sul suo primo assolo per mandare in estasi il pubblico che rimane affascinato dalla tensione delle corde della sua Stratocaster azzurrina ingigantita dai maxischermi.

E da quel preciso istante, sarà un continuo alternarsi di assoli ed applausi, assoli e grida, assoli e stupore attraverso “Hoochie Coochie Man” e “Crossroads”. Eric suona e canta alla grande, non mostrando per nulla la stanchezza e la ripetitività della prima parte del suo tour mondiale conclusasi appena dieci giorni prima. È proprio con “Crossroads” (divenuta ormai il suo testamento) che dà tutto se stesso attraverso la chitarra e soprattutto attraverso i versi, regalandoci un’esecuzione che sfida per bellezza ed intensità le innumerevoli registrazioni degli anni passati. La sua band lo segue a ruota libera, con Stainton in grandissima forma che sfodera un solo dopo l’altro quasi a voler sfidare il suo leader.

Pino Daniele non abbandona mai il palco rimanendo defilato ad ascoltare e a “dondolare” sulle note del suo idolo che di li a poco lo chiamerà di nuovo al microfono. Ritorna il duetto, stavolta accompagnato da tutto il gruppo, con una splendida “Wonderful tonight” che Eric interpreta con la stessa intensità in ogni suo concerto da più di trent’anni a questa parte. Momento inatteso quando Pino canta la seconda strofa adattando i versi in italiano: ecco come anche i più anziani “giocano” con la loro stessa arte.


Subito dopo arriva un vero e proprio uragano, sottoforma di “Cocaine”, ovvero l’ennesimo capolavoro firmato J.J. Cale che Eric ha letteralmente fatto suo. Un vero e proprio inno entrato ormai nella cultura musicale mondiale, onnipresente in ogni concerto di Eric ed uscito indenne dalla prova del tempo grazie anche ai continui lifting che Clapton e i musicisti delle sue band hanno adoperato fin dagli anni ’80.
E anche in questo contesto “Cocaine” viene completamente trasformata dal sax di Collins, dagli splendidi assoli di Eric e Pino, ma soprattutto viene quasi dissacrata da quell’inarrestabile Chris Stainton che durante l’ultimo giro di chiusura fa tremare l’intero stadio con un’incredibile boato di note lanciate dalla sua tastiera come fossero bombe a mano. Un finale incredibile che consente ad Eric di lasciare nuovamente il palco fra le urla e gli applausi.

Rimane il padrone di casa, Pino Daniele, con la band ad eseguire altri suoi classici seguendo la stessa linea della prima parte del concerto. “O’ scarrafone”, “Il sole dentro di me”, passando attraverso una vera e propria estasi creata con lo spirito da jam session in “Nun me scuccià” e soprattutto nel pezzo di chiusura, “Yes I know my way”. È qui, infatti, che Pino si scatena facendo ululare con incredibile padronanza la sua Suhr attraverso il tremolo, influenzando anche i suoi colleghi che qui raggiungono il culmine, Steve Gadd in particolare con un mini-assolo che infiamma i suoi fan italiani.

La favolosa band lascia il palco e scompare dietro le quinte, ma tutti i 15.000 spettatori sanno già di dover attendere solo qualche istante per assistere al gran finale (dal momento che manca ancora una celebre canzone all'appello). Ecco che rientra la band insieme a Pino ed Eric, e sarà proprio quest'ultimo a rivelare quale sarà il finale del concerto sfiorando semplicemente le corde della chitarra e intonando "Layla". E anche questa si trasforma in una tempesta di note che vede protagonisti assoluti i due amici che si scambiano gli assoli in un crescendo da brividi che si smorza non appena arriva il celebre riff di pianoforte durante il quale sia Clapton che Daniele rimangono immobili, quasi ipnotizzati dal sax di Collins che conferisce a "Layla" un sound mai sentito fin'ora.
Termina il giro, Steve Gadd batte l'ultimo colpo sui tamburi, e i protagonisti sfilano via dietro le quinte sommersi dal grido dello Stadio che saluta i suoi nuovi eroi.

"E' stata una festa. Sul palco mi sentivo come un bambino che ha avuto in regalo il giocattolo più bello del mondo, il più atteso. Eric è un dio della chitarra, ma anche una persona magnifica, tra di noi è nata un’amicizia che mi pare sincera, mi ha invitato di nuovo al Crossroads Festival di Chicago, per l’edizione 2013." [Pino Daniele]

Come i Pink Floyd nel 1989, Pat Metheny nel 1995 (anche quella volta insieme con Pino) e i Dire Straits nel 1992, anche Eric Clapton lascia il segno a Cava De' Tirreni, e come per i suoi illustri colleghi, la mobilitazione è stata generale con fan provenienti un po’ da tutta Italia.

Eric riprenderà il suo tour mondiale il 6 ottobre con alcune tappe in Brasile, Argentina e Cile, per poi concludere il 2011 con un breve tour in Giappone.
Pino, invece, sta preparando il suo nuovo album con uscita prevista per Marzo 2012, e come ha dichiarato lui stesso, rappresenterà una svolta nella sua carriera, a partire dalla produzione; Daniele, infatti, ha concluso il contratto che lo legava alla Sony Music decidendo di auto-prodursi attraverso la propria etichetta discografica, la Blue Drag, potendo così finalmente “fare quello che voglio”.

[Non credo che dimenticherò facilmente il momento in cui Pino ed Eric suonano le prime note di “Boogie Boogie Man”, quando mi sono davvero reso conto che il sogno stava diventando realtà: ascoltare dal vivo il mio primo idolo della chitarra e ripercorrere le canzoni e lo stile dal quale ho tratto ispirazione per il mio percorso da chitarrista. Aver assistito a tutto questo con gli amici con i quali condivido la passione per la musica lo ha reso ancora più reale e indimenticabile. Grazie.]



recensione, foto e video di ANTONINO BONOMO



Scaletta del concerto:
  1. Boogie Boogie Man
  2. Napul'è

  3. Toledo
  4. Je so' pazzo
  5. A me me piace o' blues
  6. Dimentica
  7. Dubbi non ho
  8. Che male c'è
  9. Sara non piangere
  10. Quando

  11. Per te
  12. Key to the highway
  13. Hoochie Coochie Man
  14. Crossroads
  15. Wonderful tonight
  16. Cocaine

  17. 'O scarrafone
  18. Il sole dentro di me
  19. Nun me scuccia'
  20. Yes I know my way

  21. Layla

Line-up:

Eric Clapton - chitarra, voce
Pino Daniele - chitarra, voce
Steve Gadd - batteria
Willie Weeks - basso
Gianluca Podio - pianoforte
Chris Stainton - tastiere
Mel Collins - sax, clarinetto

24 maggio 2011

Bob Dylan, i 70 anni del poeta del rock

Una carriera lunga cinquant'anni sulla cresta dell'onda tra politica e rivoluzione.
E il menestrello del rock non si ferma mai.

Robert Allen Zimmerman, per gli amici Bob, in arte Bob Dylan. Il menestrello compie 70 anni. Un artista a tutto tondo che ha cambiato radicalmente la storia della musica, un mito vivente capace di distinguersi da subito come cantautore, scrittore e poeta.

Bob Dylan nasce a Duluth, paesino del Minnesota, nel 1941. Diviene una delle figure più influenti del panorama musicale soprattutto per i suoi testi politici e per farsi portavoce dei giovani del '68, nel pieno fervore dei moti di quegli anni.

Chitarra, tastiera e l'inseparabile armonica alla bocca, Bob Dylan girerà il mondo con quel magico Never Ending Tour che lo ha visto sul palco con i migliori artisti della scena internazionale. Eventi unici: da John Fogerty a Tom Petty, da Eric Clapton a George Harrison e poi ancora U2, Bruce Springsteen, The Rolling Stones, Joni Mitchell, Mark Knopfler. Un elenco infinito di grandi artisti che hanno avuto l'onore di suonare con il menestrello Bob.

Gli album di Bob Dylan hanno quasi sempre ricevuto Grammy Award, Golden Globe e Academy Awards. E' ovviamente incluso nella Rock'nRoll Hall of Fame e nel 1999 il Time lo ha inserito nelle cento persone più influenti del XX secolo. Capolavori come "Blowin'in the wind" e "Master of War" fungono da manifesto per tutte le sue opere.

Tutte le televisioni del mondo stanno trasmettendo speciali dedicati ai suoi lavori, alla sua vita e alle sue opere, ma la BBC ha deciso di fargli un regalo particolare per il suo compleanno ovvero un'intervista inedita che rilasciò nel 1996 dove dichiarò la sua dipendenza dall'eroina e il suo pensiero fisso di suicidarsi. Dopo un concerto, ai microfoni della BBC, dichiarava: "Sono uscito dalla dipendenza da eroina a New York. Sono diventato molto teso, voglio dire molto molto teso e ho smesso. Ero solito spendere 25 dollari al giorno in eroina, e ho smesso" - poi il pensiero sul suicidio . "Sono felice ma felicità è una parola un po' conveniente. Mi sparerei al cervello se le cose andassero male. Mi butterei da una finestra, mi sparerei davvero. Penso alla morte in modo aperto, sai".

Forse questo speciale dedicato dalla BBC è per sottolineare quanto è grande la personalità di Bob Dylan. Nonostante questi pensieri, il menestrello senza tempo compie 70 anni, in barba agli invidiosi e ai portasfiga.

di Gennaro Marco Duello




Dopo i live in Cina, Bob Dylan si prepara a festeggiare i suoi 70 anni con un tour internazionale, che toccherà anche l’Italia con il concerto all’Alcatraz di Milano il 22 Giugno.

In un intervista rilasciata al Corriere della Sera, Francesco De Gregori lo ricorda così: "E' stato importante perchè da lui ho compreso come vanno scritte le canzoni, dal punto di vista dello stile, dell'invenzione, della libertà espressiva. Per me e per qualsiasi musicista è un punto di riferimento imprescindibile. Lo era agli esordi e lo è ora che ha settant'anni".

22 maggio 2011

Dedalus - Un'ametista del prog italiano

L’ametista allontana gli incubi e rafforza la chiaroveggenza e la capacità di sognare.

Una perla rara, uno scrigno semi-sconosciuto, ma totalmente degno della gloria dei giganti. Si tratta dell’omonimo album di debutto dei Dedalus, una delle tante sfuggenti realtà del jazz-rock “made in Italy”.

L’esplosione di questa nuova filosofia musicale nei primi anni ’70 farà del territorio italiano una delle principali sorgenti musicali dalla quale nasceranno decine di formazioni che, chi più e chi meno, saranno determinanti per definire ed allo stesso tempo creare sempre diverse sfaccettature del progressive, il tutto in perfetta sintonia, musicale e cronologica, con il dilagarsi del rock progressivo inglese, francese, olandese e, soltanto in seguito, quello americano.

In mezzo alla sperimentazione e al connubio fra musica elettronica, free jazz, musica etnica ed impegno politico degli Area, passando per il lirismo più ricercato delle Orme, attraversando l’inesauribile varietà di forme della magica PFM, esplorando le influenze del prog inglese, sonorità mediterranee e la tradizione del melodramma italiano attraverso l’opera del Banco del Mutuo Soccorso, le altre numerose formazioni cosiddette “minori”, pur non avendo riscontrato lo stesso successo di pubblico e critica (soprattutto all’estero) ottenuto dai colossi del prog italiano, hanno comunque lasciato il segno in un’epoca dove la libertà musicale ha raggiunto il culmine sotto tutti gli aspetti: libertà totale nell’armonia, nei testi, nella sperimentazione, nella creatività, nell’impegno sociale e politico, nella follia.

L’opera di gruppi quali The Trip, Alphataurus, Quella Vecchia Locanda, Osanna, Il Balletto di Bronzo, Museo Rosenbach, Perigeo, Campo di Marte, Biglietto per l’Inferno, e così via… questi sprazzi di genialità musicale a volte si sono manifestati in un singolo album o in un solo breve periodo, per poi svanire nel nulla, rimanendo, allo stesso tempo, degli esempi unici e rari dell’istrionismo musicale italiano.

Ognuna di queste gemme ha delle caratteristiche proprie e allo stesso tempo comuni alle altre, eccezion fatta per i Dedalus. I quattro membri fondatori provengono dalla provincia di Torino ed il gruppo si forma nel 1973. Dopo i primi tentativi di ottenere degli ingaggi e i conseguenti rifiuti da parte delle case discografiche, il quartetto sbalordisce critica e pubblico durante la terza edizione del Festival di Avanguardia e Nuove Tendenze, tenutosi a Napoli nel giugno 1973; i Dedalus verranno considerati la migliore rivelazione del festival.

Partirà da qui l’ascesa del gruppo che verrà ingaggiato dall’etichetta milanese Trident (famosa per aver pubblicato lavori discografici di The Trip, Biglietto per l’Inferno, Semiramis, etc.). I Dedalus rimarranno inoltre l’unico gruppo ad aver pubblicato due album per la storica casa discografica “specializzata” nel progressive, dal momento che questa cessò la sua attività nel 1975.

Una delle pochissime realtà italiane che aveva arricchito i fraseggi con esperienze personali di ricerca. Unico esempio di come si possa affrontare la sperimentazione con idee fresche e geniali evitando presuntuosi intellettualismi.”
[tratto da “Il libro bianco del pop in Italia”, Arcana 1976]

Una perfetta sintesi di ciò che il quartetto riesce ad esprimere nei quasi 40 minuti di musica interamente strumentale, dove sulla matrice del jazz costruiscono delle vere e proprie piramidi di sperimentazione, senza però trasformarle in maestosi palazzi farciti di suoni troppo ricercati ed effetti stratosferici. Con i soli quattro strumenti e con una manciata di sonorità differenti, i Dedalus tirano fuori la più complessa arte minimalista musicale del prog italiano.

I protagonisti di questa nuova (per l’epoca) “filosofia della sperimentazione” portano i nomi di Fiorenzo Michele Bonansone (tastiere, violoncello, fisarmonica), Marco Di Castri (chitarra, sax), Furio Di Castri (basso) ed Enrico Grosso (batteria). L’originale miscela jazz-rock contenuta nel primo album potrebbe, ad un primo ascolto, far pensare alle sonorità fusion, ma ciò che avviene già nella prima traccia, “Santiago”, fa capire come i Dedalus vogliano andare di proposito oltre gli schemi dell’epoca, prendendo una direzione totalmente astratta, risentendo fortemente dell’influenza dei pionieri Soft Machine (in particolare nell’utilizzo del violoncello e del sax).

Caratteristica ricorrente in tutti i brani, ma in modo più accentuato nella suite “CT 6”, è la presenza costante del sottofondo musicale che crea un vero e proprio ambiente che non è mai troppo statico, e permette di inserire dei “micro-innesti” sonori che vanno a contaminare l’esecuzione e a renderla via via sempre più concreta.
Ecco quindi che con pochi piccoli interventi solistici di chitarra elettrica, sax, violoncello e suoni psichedelici, il gruppo non si preoccupi nemmeno per un istante di prolungare a dismisura gli assoli, preferendo mantenere un perfetto equilibrio musicale che si mantiene costante in tutti i 5 brani.

L’apparente semplicità delle composizioni riesce a velare, e mai a prevalere, sui fugaci e accattivanti virtuosismi ritmici della batteria di Grosso e del basso onnipresente di Di Castri, mentre l’atmosfera creata dalle tastiere di Bonansone e dagli effetti stralunati della chitarra di Marco Di Castri riescono a proiettare gli ascoltatori in un vero e proprio viaggio sperimentale.

In questo primo album dei Dedalus, oltre alla novità del sound perfettamente in linea con il movimento contro culturale italiano, troviamo sia gli stilemi già collaudati dai jazzisti più famosi (notevoli le influenze della sperimentazione creata dalla prima produzione dei Weather Report), sia quelle sonorità d’avanguardia che caratterizzano i Perigeo, forse l’unico gruppo che più si avvicina allo stile dei Dedalus.

Con il successivo album, Materiale per tre esecutori e nastro magnetico (pubblicato sempre per la Trident nel 1974), i Dedalus cambiano rotta passando all’uso di suoni più avanguardistici con molto uso dell’elettronica, sfornando un album che richiama a tratti la sperimentazione creata dai Pink Floyd con Ummagumma nel 1969.

Nonostante la buona attività live che si contrappone alle scarse vendite degli album, il gruppo si scioglie definitivamente verso la fine degli anni ’70 (il bassista Furio Di Castri lascerà i Dedalus dopo il primo album per avviare una carriera solista come contrabbassista, mentre il batterista Enrico Grosso abbandona nel 1977). Ci sarà una reunion nel 1990 della formazione del secondo album, mentre nel 2000 Michele Bonansone darà vita con nuovi componenti al Bonansone Dedalus Group che si presenta con un nuovo stile post-minimalista.

Una totale libertà espressiva, volutamente raggiunta dai membri del gruppo, che sfocia in un ensemble musicale che non ha pari nel fruttuoso panorama musicale italiano dei primi anni ’70. Una vera e propria rarità e una delle tante “ametiste” del progressive che consiglio agli appassionati del genere.



di ANTONINO BONOMO


Tracklist

DEDALUS
(Trident, 1973)
  1. Santiago
  2. Leda
  3. Conn
  4. CT 6
  5. Brilla

Composizioni e arrangiamenti dei Dedalus.

Line-up:

Fiorenzo Michele Bonansone - pianoforte, Fender piano MK1, EMS synthesizer
Marco Di Castri - chitarra elettrica, sax tenore
Furio Di Castri - basso
Enrico Grosso - batteria e percussioni



7 maggio 2011

AC/DC: Il feeling dell'Hard Rock

L'idea di andare in scena con la divisa da scolaretto gliel'ha data la sorella. Perché da ragazzino lo vedeva tornare da scuola ogni giorno e, senza cambiarsi così come stava, agguantare la sua fedelissima chitarra e scappare a suonare o chiudersi in camera per provare. E così, più o meno dagli anni Settanta, Angus Young tiene alto lo scettro degli Ac/Dc, la più longeva e potente band hard rock, che a breve pubblicherà un nuovo album dal vivo, Live in River Plate. Perché è proprio dal vivo che esplode l'energia della band australiana, nel rapporto col pubblico.

Ci sono poche band che possono dire di aver ottenuto quello che abbiamo ottenuto noi - racconta il cantante Brian Johnson a Repubblica – e non parlo di successo, anche se importante. Parlo del rapporto con la gente, con un pubblico che ci segue e ci ama, che viene ai nostri concerti e ne esce soddisfatto e felice. E parlo dell'amicizia che ci lega. Noi siamo davvero una band, suoniamo insieme, pensiamo insieme, sentiamo insieme tutto quello che facciamo. E questo ci rende diversi dagli altri”.

Mentre Young, che insieme al fratello Malcolm è affiancato oggi da Cliff William e Phil Rudd, e soprattutto dalla voce di Brian Johnson, gli fa eco spiegando in cosa consiste il loro segreto: “È hard rock e basta. Musica diretta, immediata, potente, figlia del rock'n'roll. Quando abbiamo cominciato noi, alla metà degli anni Settanta, il mainstream pop era fatto di canzoni dolci, di chitarre acustiche, di ballate. Sentivamo che mancava qualche cosa, che i ragazzi volevano qualcos'altro, che non c'era solo la voglia di ballare al lume di candela ma anche si saltare per aria, di avere attorno dell'energia. C'era bisogno di un po' di buon hard rock. E lo abbiamo fatto. Del resto non pensa che ce ne sia bisogno ancora oggi? è vero che molte cose sono cambiate, le tecnologie sono diverse, il mondo è diverso, le nuove generazioni sono diverse. Ma i sentimenti, i desideri, sono gli stessi. E l'hard rock non è un genere, ma un feeling".

Più che darsi arie da rocker - basta guardarli, il loro segreto è appunto la capacità di cogliere e sviluppare quel feeling di cui parlano, non certo l'immagine o il 'fisico' da superstar – passati i cinquant'anni gli interessa suonare. E basta: “Noi viviamo per fare musica – conclude Young – certo è ovviamente anche un lavoro, ma non è questa la motivazione principale. Non facciamo dischi perché dobbiamo farli ma quando abbiamo canzoni che ci convincono, quando sentiamo che siamo in grado di emozionare la gente che vuole ascoltarci. E poi se provassimo a fare finta, a non essere noi stessi, non ci riusciremmo nemmeno”.



tratto da www.excite.it

3 maggio 2011

The London Howlin' Wolf Sessions - A short Blues tale

La leggenda del blues e i suoi discepoli”, “il sound moderno del blues”, o ancora “la prima vera super-session del blues inglese”. Questi i titoli del capitolo più riuscito della saga musicale di Howlin’ Wolf, il “bluesman voodoo” dalla voce tagliente e affilata che ha segnato in maniera indelebile la storia del Chicago Blues.

Un raro esempio di commistione musicale: l’originale, scarna, rozza e oscura verve del blues nero americano si unisce all’aurea morbida, ai toni più aggraziati e alle sonorità più frizzanti del blues inglese. Questo è ciò che trasmettono i protagonisti della storica session tenutasi agli Olympic Studios di Londra dal 2 al 7 maggio del 1970.






Chester Arthur Burnett nasce nel Mississippi nel 1910. La musica lo incanta fin da piccolo, quando iniziò ad ascoltare i primi bluesman quali Jimmie Rodgers, Charlie Patton (che diventerà il suo maestro di chitarra). Imparerà, inoltre, a suonare l’armonica grazie ad un altro suo grande maestro e amico: Sonny Boy Williamson II.

Dopo il lavoro nei campi dell’Arkansas e il servizio di leva durante la Seconda Guerra Mondiale, Chester si dedica alla musica mettendo su una sua prima band e iniziando le registrazioni per la Modern e la Chess Records. È proprio in questo periodo che il suo stile blues e il suo soprannome lo rendono famoso in tutto il mondo.

Howlin’ Wolf sconvolge le orecchie degli amanti del blues con la sua voce roca e tagliente che rivoluziona l’essenza del blues di Chicago rivelando il lato più scuro e grezzo sia dei testi che del sound. Il soprannome, che sembra derivi dalle storie di lupi che gli raccontava il nonno, calza a pennello con gli urli e i fraseggi tipici di Wolf che sfoga tutta la sua carica blues e il suo temperamento nei testi degli standard dei suoi predecessori, forgiando al tempo stesso nuovi brani che portano la sua firma e che diventeranno a loro volta dei celebri standard per le generazioni future.

Anomalo cantante blues e anomalo bluesman anche nel suo stile di vita, dal momento che, a differenza di molti altri suoi illustri colleghi che vissero di stenti e diventarono ricchi dopo la loro morte, Howlin’ Wolf godette di buone condizioni economiche e di un successo di tutto rispetto per tutta la sua carriera fino alla morte, nel 1976.

Si sono appena conclusi gli anni ’60, e con loro, oltre ai Beatles, finisce un’epoca storica per la musica: un tramonto che segna, in realtà, un nuovo inizio, una vera e propria trasformazione di tutto quello che il rock, il blues e il jazz hanno impresso nella leggenda. Stanno per nascere il progressive e il fusion, mentre per l’hard rock e il blues si apriranno nuove porte dalle quali usciranno miscugli di vecchio e nuovo, tradizionale e innovativo, “razionale” e “fuori di senno”, e il buon vecchio “lupo del blues” si troverà nel bel mezzo di questa rivoluzione.

Inizia tutto dalla storica Chess Records di Chicago; il giovane produttore Norman Dayron, fresco della produzione di Fathers and Sons di Muddy Waters, sta già pensando al suo altro mito, e non solo: vuole affiancare ad un veterano del blues un gruppo di giovani talenti, nonché star del momento.

È così che durante un concerto al Fillmore West, tramite Mike Bloomfield, Dayron incontra un giovane chitarrista che a soli 25 ha già fatto parte di supergruppi, ha fatto suo il blues e lo ha rivitalizzato facendo impazzire i giovani degli anni ’60 che gli hanno dedicato frasi scritte sui muri. Quando Dayron gli propone di registrare un disco con un “certo” Howlin’ Wolf, Eric Clapton ha già firmato il contratto ed ha già contattato la sezione ritmica dei Rolling Stones.

Tutto fatto. Inizia qui la catena di montaggio che produrrà The London Howlin’ Wolf Sessions, non solo un ennesimo capolavoro del blues, ma anche punto di contatto tra due generazioni musicali, un evento unico e precursore.

Oltre a Charlie Watts e Bill Wyman, Clapton richiede fortemente anche il “sesto Rolling Stone”, il quasi dimenticato Ian Stewart, pianista, nonché uno dei fondatori degli Stones che dovette poi abbandonare il gruppo anche se solo “ufficialmente”, continuando infatti ad essere il road manager della band e ad incidere il piano in molte loro registrazioni. Dayron reclutò anche Hubert Sumlin, chitarrista e storico componente della band di Wolf, e il diciannovenne armonicista prodigio Jeffrey Carp.

Ma in tutto questo, che ne pensa Howlin’ Wolf dell’idea di Dayron?

Si narra che il produttore sudò non poco per riuscire a domare il carattere non proprio malleabile di Burnett. Dayron aveva sentito molte storie sul carattere di Howlin’ Wolf; quando andò a vedere un suo concerto, si aspettava che Wolf portasse in scena un vero e proprio voodoo show, che avrebbe sacrificato un pollo vivo o che sarebbe uscito di testa, che si sarebbe messo ad urlare o che avrebbe combinato la qualunque su quel palco. E invece, Howlin’ non fece niente di tutto ciò. Anzi, come dichiarò lo stesso Dayron, tirò fuori una performance straordinaria, uno spettacolo musicale sostenuto dalla sua voce e dagli ottimi musicisti della sua band.

Dopo il trionfo del primo “esperimento” ottenuto con l’album Fathers and Sons (nel quale riuscì ad amalgamare insieme il blues di Muddy Waters con il rock puro di Mike Bloomfield, Paul Butterfield, Buddy Miles e Duck Dunn), Dayron si convinse a ripetere l’impresa: registrare l’inimitabile voce di uno dei più rivoluzionari bluesman contemporanei con un sottofondo musicale altrettanto fuori dal comune per un classico disco blues.

Il giovane produttore risultò essere così determinato nel suo intento da riuscire a convincere perfino lo stesso protagonista che inizialmente si mostrò reticente al progetto. Ma alla fine, l’idea di rispolverare il sound delle sue stesse composizioni piacque perfino ad un duro come Howlin’ Wolf.

Dayron scandagliò con cura il repertorio di Wolf, cercando di selezionare quei brani che potessero dar pieno risalto alla sua voce e al tempo stesso consentire ai musicisti di esprimere al meglio il sound. E nel frattempo, dovette anche preoccuparsi delle precarie condizioni di salute di Howlin’ a causa della sua dipendenza dall’alcool. E quando si azzardava a consigliare di moderare il suo stile di vita, bastava un’occhiataccia o un ghigno di Wolf per capire che non l’avrebbe mai ascoltato, neanche quando ordinò al servizio dell’hotel dove alloggiava Wolf a Londra di non portargli alcolici in camera.

Dopo il trasferimento dei musicisti da Chicago a Londra, il 2 maggio si mette in moto la produzione dell’album. Come tutti i capolavori che si rispettino, anche questo ha le sue curiosità e i suoi aneddoti, e iniziano proprio il primo giorno, quando si scopre che Charlie Watts e Bill Wyman non erano disponibili a causa di impegni già stabiliti in precedenza. Per non perdere le preziose (e costose) ore già prenotate agli Olympic Studios, Dayron contatta il Beatle Ringo Starr, il quale porta con sé il suo amico bassista Klaus Voorman. Recuperata la sessione ritmica, il gruppo si mette a lavoro registrando i primi brani, ma sorgono subito le prime discordie fra Howlin’ Wolf e Ringo Starr, il quale, essendo un batterista rock, non riesce a dare la giusta consistenza agli shuffle blues. Finirà qui l’avventura di Starr e Voorman che verranno rimpiazzati il giorno successivo da Watts e Wyman.

Un’altra sorpresa del primo giorno riguarderà anche Mr. Slowhand. Appena arrivato in studio, Clapton trova Hubert Sumlin in un angolo mentre accorda la chitarra, al che, intimidito, si rivolge a Dayron chiedendogli “Per che cosa mi hai ingaggiato? Voglio dire, c’è già Hubert, lui è il mio idolo ed è perfetto per Wolf, io non ti servo!”. La risposta di Norman lo lasciò di stucco: “Hubert registrerà solo le parti ritmiche, suonerai tu la chitarra solista.

Un’altra svolta decisiva per le sorti del disco avvenne durante alcune prove prima delle registrazioni vere e proprie. Gli attriti fra il gruppo e Howlin’ Wolf non mancheranno, considerando sia il carattere di quest’ultimo sia il fatto che si trovavano insieme in studio per la prima volta. Ma fu durante la registrazione di “The Red Rooster” che le cose cambiarono; Clapton stava provando un riff con lo slide, quando Wolf gli da un suggerimento.

Per non sbagliare una seconda volta, Clapton passa la chitarra acustica a Wolf e gli chiede di suonare la base in modo da poter dare una guida ai musicisti. L’occhiata di Howlin’ e il suo stupore di fronte ad una richiesta del genere inizialmente fecero gelare lo studio: era come se una recluta si fosse permessa di sfidare il proprio sergente durante un’esercitazione. Ma subito dopo anche gli altri musicisti incitarono il vecchio bluesman a suonare il brano, in modo da poterlo eseguire esattamente come lui lo preferiva. Clapton insistette, e alla fine Wolf accettò, vincendo l’insicurezza e padroneggiando la sua vecchia acustica Sears Silverstone che negli ultimi anni aveva un po’ tralasciato.

Come dichiarerà lo stesso Dayron che assistette a tutta la scena da dietro il vetro in regia, il ghiaccio fu rotto e le registrazioni andarono sempre meglio: “Si era infranta quella ‘barriera’ di timore da parte dei giovani musicisti e di distacco da parte del leader, creando i presupposti giusti per lasciar fluire la musica.

La magia che si creò in studio da quel momento è scolpita nelle tracce dell’album: la band porta il blues oltre le tradizionali 12 bar grazie al ritmo talvolta serrato, talvolta quasi country dell’accademico Charlie Watts e grazie alle linee di basso di Bill Wyman che esce fuori dai canoni degli Stones e si improvvisa un perfetto bassista blues con la giusta dose di innovazione. Ian Stewart non fallisce un colpo con il suo celebre tocco che garantisce l’atmosfera pianista gradevole e longeva dell’album, così come ha contribuito a farlo da esterno negli Stones, al pari della forza sprigionata dal duo Jagger/Richards.

Un debutto da sogno, invece, per il diciannovenne armonicista Jeffrey Carp che si ritrova immerso fra delle vere e proprie leggende. Una di queste, Howlin’ Wolf, non si risparmierà per tutta la durata delle registrazioni, nonostante le sue condizioni di salute non certo sfavillanti, e nonostante il suo fisico venisse messo a dura prova, come quando alla fine della seconda giornata in studio viene colto da un collasso e sviene in bagno. Perfino quando Dayron lo ritrova privo di sensi e lo accompagna fuori verso l’ambulanza Wolf si rifiuta di salirci sopra. Chester se ne infischia e, come sempre, urla al microfono la sua voce, unica e riconoscibile per fino dallo spazio, cantando i lamenti celebri del blues, le storie d’amore fallite, il sogno del bluesman maledetto che si ribella all’oppressione, al razzismo, trovando la “pace” nella bottiglia e nella chitarra. Wolf mette da parte i suoi 60 anni e torna a divertirsi con la musica come fosse un ragazzo, circondato da suoi coetanei.

Uno di questi, in particolare, riuscirà a farlo uscire dal suo “guscio”, strappandogli un commento quale “Quel ragazzo con quella chitarra laggiù è fuori dal comune!”. Eric Clapton sfodera una delle sue migliori performance blues di sempre, lanciando le ultime fiamme prima di sfociare di li a poco nell’estasi più totale con i Derek and The Dominos, per poi crollare nel tunnel della tossicodipendenza ed uscirne soltanto 3 anni più tardi, per tornare di nuovo sul tetto del mondo e portare avanti un lungo percorso musicale che contribuisce ancora oggi a renderlo uno dei pochi immortali della storia della musica contemporanea.

Purtroppo, una piccola nota dolente nell’ensemble musicale intaccherà la performance dell’altra leggenda della chitarra blues, Hubert Sumlin. Quando Dayron porta i nastri a Chicago per il missaggio finale alla Chess, si accorge che l’amplificatore di Sumlin non è stato degno del suo esecutore, rovinando buona parte delle incisioni.

A questo punto, il produttore non può fare altro che salvare il salvabile, sovra-incidendo la parti di chitarra mancanti attraverso le chitarre di Paul Asbell e BeBop Sam, entrambi musicisti di Chicago e turnisti della Chess Records. Per colmare, inoltre, alcune lacune sonore, Dayron inserisce alcune parti di basso eseguite da Phil Upchrch e altri riff di tastiera eseguiti dall’ex-collega di Clapton negli appena scioltisi Blind Faith, Steve Winwood.

Le sovra-incisioni completano quindi l’odissea dell’album che viene pubblicato dalla Chess nell’estate del 1971. Un’ulteriore edizione “ri-visitata” verrà pubblicata 3 anni più tardi, mentre nel 2003 viene rilasciata l’immancabile Deluxe Edition che contiene altre registrazioni scartate dal missaggio finale, nonché il celebre fuori onda fra Howlin’ Wolf ed Eric Clapton durante le prove di “The Red Rooster”.

Gli sforzi del giovane produttore Norman Dayron, uniti al preziosissimo contributo musicale del cast d’eccezione delle registrazioni, alla fine hanno dato alla luce i frutti sperati: l’album ottiene un ottimo successo commerciale ed entra di diritto nella storia del blues, identificandosi come uno degli eventi musicali più riusciti del genere.

Per chiudere questo breve capitolo della storia del blues, leggete queste ultime righe come se fossero le frasi di un narratore esterno che sta per concludere la sua storia fatta di ricordi, di emozioni e, perché no, di leggende:

Wolf non riusciva a credere che uno sbarbatello bianco sarebbe stato il suo produttore. Ma rimase talmente sbalordito dalla determinazione di Norman nell’ottenere il suo rispetto che alla fine mise da parte l’orgoglio e accettò il progetto. E sicuramente, dopo la pubblicazione dell’album e il suo successo, chissà quante volte Wolf avrà ringraziato Dayron per aver creduto in lui…. Neanche una volta, secondo il sottoscritto. Mi piace pensare che Wolf gli sia stato grato, si sia divertito durante le registrazioni con i suoi straordinari giovani discepoli e il giorno dopo la fine delle sessions sia rientrato nel suo turbinio esistenziale scandagliato dai suoi lamenti blues, dalle strida della sua armonica, seduto sulla sua sedia a dondolo con una bottiglia ai suoi piedi e con la mente già immersa in un altro viaggio: un ennesimo travaglio diretto verso il prossimo ‘incrocio’ dove poter incontrare i suoi predecessori ed unirsi con loro alla danza del diavolo.


di ANTONINO BONOMO




Tracklist

Howlin' Wolf
THE LONDON HOWLIN' WOLF SESSIONS
(Chess Records, 1971)
  1. Rockin' daddy (Howlin' Wolf - registrazione del 4/5/1970)
  2. I sin't superstitious (Willie Dixon - registrazione del 2/5/1970)
  3. Sittin' on top of the world (Mississippi Sheiks - registrazione del 6/5/1970)
  4. Worried about my baby (Howlin' Wolf - registrazione del 7/5/1970)
  5. What a woman! (James Oden - registrazione del 7/5/1970)
  6. Poor boy (Howlin' Wolf - registrazione del 4/5/1970)
  7. Built for comfort (Willie Dixon - registrazione del 7/5/1970)
  8. Who's been talking (Howlin' Wolf - registrazione del 7/5/1970)
  9. The red rooster (rehearsal 7/5/1970)
  10. The red rooster (Willie Dixon - registrazione del 7/5/1970)
  11. Do the do (Willie Dixon - registrazione del 6/5/1970)
  12. Highway 49 (Joe Lee Williams - registrazione del 6/5/1970)
  13. Wang dang doodle (Willie Dixon - registrazione del 4/5/1970)

Line-up:

Howlin' Wolf - vocal, harmonica, bottleneck guitar
Eric Clapton - lead guitar
Hubert Sumlin - rhythm guitar
Bill Wyman - bass
Charlie Watts - drums
Ian Stewart - piano
Jeffrey Carp - harmonica on tracks 3, 5, 6, 12, 13
Steve Winwood - piano, organ on tracks 2, 5, 6, 8, 12
Ringo Starr - drums on track 2
Klaus Voormann - bass on track 2
Jordan Sandke - trumpet on tracks 2, 7
Dennis Lansing - tenor saxophone on tracks 2, 7
Joe Miller - baritone saxophone on tracks 2, 7
Lafayette Leake - piano on tracks 3, 4, 10
John Simon - piano on track 8