Visualizzazione post con etichetta Blues. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Blues. Mostra tutti i post

9 ottobre 2011

Recensione: John Mayall - Blues from Laurel Canyon

"Il 14 luglio del 1968 i Bluesbrakers si sciolsero in seguito alla mia decisione di intraprendere una carriera solista con un piccolo gruppo spalla. Questo mi portò a scegliere le persone giuste per la nuova formazione.
Dubito ci fosse una scelta migliore della chitarra di Mick Taylor che in quest’album splende come non mai. Ha lavorato con me più a lungo di qualunque altro chitarrista e spero che continui per molto tempo.
Sono molto fiducioso anche della nuova sezione ritmica composta da Stephen Thompson e Colin Allen i quali, dopo un breve periodo di oscurità, sono già tornati alla ribalta.
Quest’album ripercorre le 3 settimane trascorse a Los Angeles dopo lo scioglimento dei Bluesbrakers. Sono veramente soddisfatto di come i miei musicisti hanno trasformato in musica tutte le esperienze e le emozioni che ho trascorso durante questa breve visita alla mia nuova casa."
[John Mayall, 3 Settembre 1968]



Bastano le sole parole di John Mayall per descrivere la sua stessa pietra miliare del blues.
Un viaggio attraverso le sfumature musicali di colui che ha fatto del blues una vera e propria ragione di vita, colui che ha attraversato intere decadi rimanendo sempre fedele alla sua religione senza mai fossilizzarsi, ma cercando di rinvigorirla e trasformarla in modo da poter essere tramandata a tutte le generazioni future.

L’immensa produzione musicale di John Mayall scorre sotto il segno del blues, ma abbraccia anche il rock e il jazz oltre ai numerosi talenti venuti allo scoperto grazie a lui: Jack Bruce, Mick Taylor, Peter Green, John McVie, Eric Clapton, Mick Fleetwood, Aynsley Dunbar, Jon Hiseman, Dick Heckstall-Smith, Buddy Whittington e così via.
Ciò che il nome di Miles Davis significa per il jazz, quello di John Mayall si identifica come uno dei più grandi innovatori e cultori del blues di tutti i tempi, in particolare per la scena inglese. Proprio come Miles, John è andato oltre le forme tradizionali del blues lanciandosi nella ricerca di nuove sfumature e, al tempo stesso, facendo leva su svariati talentuosi musicisti. L’impronta indelebile lasciata nella storia del blues riguarderà non soltanto i suoi album, ma anche le produzioni a suo nome e il suo contributo di inestimabile valore nei confronti del revival del blues americano in Europa, attraverso l’organizzazione di svariate sedute di registrazione che ebbero come protagonisti i quasi sconosciuti bluesman americani.

Il viaggio di John Mayall riportato in Blues from Laurel Canyon inizia con il rombo del motore di un aeroplano che lo trasporta nell’area di Los Angeles, un vero e proprio fiume in piena soprattutto nella seconda metà degli anni ’60. È qui che si ritrovano tutti i grandi, coloro che daranno vita a nuove filosofie musicali che di lì a poco cambieranno il volto delle nuove generazioni americane e non solo…
L’avventura americana per Mayall inizia con “Vacation”, un’elettrizzante introduzione scandita da un’impeccabile successione di accordi e dall’immortale solo firmato dal giovanissimo Mick Taylor: un tornado, un fulmine a ciel sereno, un’introduzione da premio oscar che non lascerebbe per nulla presagire ad un disco blues. Subito dopo, l’atterraggio: in “Walking on sunset” e “Laurel Canyon Home”, John descrive tutta la magia trasmessa da questi nuovi luoghi (“all the pretty women”, “everything is like a friend”) e sembra quasi non esserci fine alla bellezza del posto.
Dopodiché, Mayall passa in rassegna gli incontri avvenuti con i musicisti del luogo: in “2401”, esprime tutta la sua ammirazione per “l’eroe” Frank Zappa, colui che cerca di “cambiare il sistema” attraverso la sua musica (“there’s a hero living at 2401, got his Mothers working while you’re having fun”), mentre in “The bear” descrive il suo soggiorno insieme al cantante Bob Hite (che verrà ribattezzato proprio con questo soprannome) e ai Canned Heat nella “casa del blues”, nella quale si ascoltava e si faceva musica giorno e notte.

Tutte le avventure di Mayall vengono narrate sopra uno splendido sottofondo musicale che spazia attraverso il blues, atmosfere esotiche scandite dall’uso dei tamburi (“Medicine Man”), fino a raggiungere il jazz-swing con “Miss James”, dove Mayall mette in mostra tutta la sua versatilità passando dall’organo all’armonica e alla chitarra. Trovano spazio anche le atmosfere “solitarie” come in “First time alone” che viene scandita dal timbro vocale di John, riconoscibile fra mille. La chitarra che a tratti colora il brano è quella di Peter Green, colui che si unì nuovamente ai Bluesbrakers quando Eric Clapton lasciò la band di John Mayall nel 1966.

Un’incredibile e altrettanto atipica traccia di chiusura, “Fly tomorrow”, chiude in bellezza il capolavoro di John Mayall: il quartetto “cuce” con eccellente maestria due brani insieme attraverso un crescendo che passa da un’atmosfera piatta e rilassata ad un turbinio di profonde linee di basso e ritmo incalzante di batteria sopra i quali Mick Taylor punzecchia con la sua Les Paul, mentre Mayall lancia delle vere e proprie sassate sonore attraverso il suo Hammond.
E come se non bastasse, gli effetti psichedelici dell’organo condurranno poi alla chiusura dell’album con un tappeto di percussioni e un fantastico effetto di chitarra alla “spaghetti western” che portano a termine il viaggio di John Mayall.
Blues from Laurel Canyon venne registrato tra il 26 ed il 28 agosto del 1968 negli studi della casa discografica Decca, a Londra. Poco meno di un anno più tardi, lo stesso John Mayall darà la propria benedizione al giovane Mick Taylor per il suo ingaggio nei Rolling Stones, mentre Stephen Thompson e Colin Allen si uniranno agli Stone the Crows. Da parte sua, John inizierà un nuovo capitolo della sua lunghissima carriera, continuando a sperimentare diverse formazioni.



Sono molti i concept album nella storia della musica, ma non nel blues: forse non è il genere adatto per descrivere una vera e propria storia. D’altronde, ogni singolo blues rappresenta una piccola storia a se stante, che sia il mal di vivere, la sofferenza per un amore perduto, il patto con il diavolo, l’ossessione per la bottiglia, la follia di ogni giorno… tutto questo era vero fino a quando John Mayall non creò Blues from Laurel Canyon, attraverso il quale raccontò un viaggio vero, il suo, e lo fece unendo fra di loro (senza pause) tutti quegli episodi che lo segnarono profondamente. Ogni singola avventura diversa dall’altra, diverso colore, diversa tonalità, diversa struttura, diversa storia e diversi protagonisti.

Ora è il vostro turno: tocca a voi diventare protagonisti di questa musica e di queste parole. Buon ascolto.


di ANTONINO BONOMO


Tracklist

John Mayall
BLUES FROM LAUREL CANYON
(Decca Records, novembre 1968)
  1. Vacation E
  2. Walking on sunset Ab
  3. Laurel Canyon Home C
  4. 2401 A
  5. Ready to ride E
  6. Medicine man G
  7. Somebody's acting like a child Db
  8. The bear Bb
  9. Miss James F
  10. First time alone B
  11. Long gone midnight Eb
  12. Fly tomorrow D

All tracks written by John Mayall.

Line-up:

John Mayall - guitar, harmonica, keyboards, vocals
Mick Taylor - guitar, hawaiian guitar
Colin Allen - drums, tabla
Stephen Thompson - bass
Peter Green- guitar on "First time alone"

18 settembre 2011

Recensione : J.J. Cale - Troubadour

“I'm a gypsy man on a one-night stand. I'm with a gypsy van, just travelling the land…”

1976 (da qualche parte nell’Oklahoma)
Mentre la Allman Brothers Band viveva il periodo di maggiore crisi conclusosi con lo scioglimento del gruppo; mentre i Lynyrd Skynyrd accolgono nella loro line-up il chitarrista Steve Gaines intraprendendo l’ultimo di chissà quanti altri anni d’oro della loro carriera, se non fosse stato per l’incidente aereo dell’anno successivo; mentre Leon Russell continuava a sfornare collaborazioni, composizioni e album mentre la sua lunga barba continuava a crescere, e mentre Glenn Campbell, Elvin Bishop e Clyde Stacy facevano del tulsa rock uno dei generi più prolifici tra quelli meno noti al successo commerciale, John Weldon Cale, meglio noto come J.J. Cale, pubblicava il suo quarto album in studio, Troubadour, e continuava senza far troppo chiasso il suo percorso artistico e musicale.



Proprio così, senza far rumore, quasi sottovoce e seguendo imperterrito il suo personalissimo timbro vocale e le sue ballate country, rock e blues. Troubadour è il capolavoro per eccellenza di J.J. Cale, un’ulteriore creazione e conferma della sua arte “minimalista”: la sua voce tenue e giusto un po’ graffiante scorre fra i ritmi smorzati della ritmica, fra le delicate atmosfere di tastiera, organo e fiati e si immerge nello slide delle chitarre country.

J.J. è uno dei pochi a saper incantare con brani che non superano i 3-4 minuti, che non esagera negli arrangiamenti e nei soli, e soprattutto che continua ad essere il punto di riferimento costante per numerosi artisti: Mark Knopfler si ispirerà al suo stile e resterà per sempre devoto alle sue ballad ed Eric Clapton lo considera uno degli artisti che più hanno influenzato la sua carriera, mentre Harry Manx, i Lynyrd Skynyrd e i Kansas riprenderanno alcune sue composizioni.

Come per i suoi precedenti album, J.J. spazia dal country al rock al blues e perfino al jazz, e lo fa alla sua maniera: non prevale mai un singolo strumento, ne tantomeno la sua voce, creando al tempo stesso una piacevole e calma atmosfera sottoforma di piccole degustazioni sonore. Ecco perché non si circonda di superstar per la produzione dei suoi album, ma preferisce dare spazio a vari musicisti quasi sconosciuti, ma di grande effetto per il suo stile.
Durante le registrazioni di Troubadour, si alternano numerosi bassisti, batteristi, chitarristi e pianisti, soltanto alcuni rimangono gli stessi dei suoi precedenti album, ma in generale J.J. conferisce ad ogni singolo brano un sound quasi sempre diverso, talvolta più colorato talvolta più cupo o “elettrico”. Ed è proprio questo il segreto che rende ogni suo album orecchiabile e gradevole, nonostante si mantenga sia lo stile sia la lunghezza delle registrazioni.

Troviamo quindi piccole fiammate elettriche in “Travelin’ light”, “Ride me high”, “I’m a gypsy man” e nell’intramontabile “Cocaine”. Si passa quindi alle splendide ballate country quali “Cherry” e “You got something”, si sfiora il jazz tradizionale con “Hold on” e “You got me so bad” e si raggiunge il blues classico e struggente con “Super blue” e “The woman that got away”. J.J Cale mantiene il suo profilo basso anche nella scelta dei testi, con tematiche che spaziano dal tema dell’amore, felicità, depressione, passando attraverso l’euforia della droga.

Incredibile come la sua semplice voce riesca ad adattarsi su tutti questi diversi tappeti musicali, merito di una devozione artistica tanto gelosamente custodita e mai svenduta in super-collaborazioni o consumata e sparsa per studi televisivi sotto i riflettori.
Il suo carattere riservato sia nella vita privata che in pubblico lo porterà a scegliere pochi selezionati amici con i quali condividere la sua musica (come quando inciderà The Road to Escondido con Eric Clapton nel 2006), così come saranno pochi gli “eletti” che avranno il piacere di suonare con lui su un palcoscenico.



Questa sua riluttanza ad apparire in pubblico non minerà per nulla il suo contributo musicale sia in termini economici che artistici, dal momento che sono innumerevoli i fans che ancora oggi restano devoti alla sua arte minimalista, mentre i più grandi nomi della scena del rock continuano ad omaggiarlo con tributi ad alcune delle sue più celebri composizioni. “After midnight”, “Cocaine” e “Travelin’ light” sono diventate hit numero uno grazie a Clapton e company, mentre “Call me the breeze” e “I got the same old blues” rimangono alcune delle più emozionanti performance live dei Lynyrd Skynyrd.

Ascoltare J.J. Cale significa rilassarsi e gettarsi al tempo stesso nella mischia di quelle sonorità calde, struggenti e “non impegnative” che hanno ritrovato vitalità durante la metà degli anni ’70.
Grazie alla limpidezza delle registrazioni, con Troubadour se non l’avete ancora fatto potrete conoscere J.J. Cale nel suo momento migliore, e potrete immaginarlo seduto su uno sgabello in studio di registrazione o su un palco, con quella sua aria da cowboy mentre suona la chitarra tenendola su un fianco e nel frattempo vi scruta con il suo sguardo sbarazzino.


di ANTONINO BONOMO




Tracklist

J.J. Cale
TROUBADOUR
(Shelter Records, settembre 1976)
  1. Hey baby
  2. Travelin' light
  3. You got something
  4. Ride me high
  5. Hold on
  6. Cocaine
  7. I'm a gypsy man
  8. The woman that got away
  9. Super blue
  10. Let me do it to you
  11. Cherry
  12. You got me so bad

All tracks written by J.J. Cale,
except "I'm a gypsy man" written by Sonny Curtis.


Musicians:

J.J. Cale - vocals, guitar, piano
Charles Dungey - bass (tracks 1, 9)
Tommy Cogbill - bass (tracks 2, 5, 8, 10, 11 ,12)
Joe Osborn - bass (track 3)
Bill Raffensberger - bass (track 7)
Karl Himmel - drums (tracks 1, 2, 4, 9)
Kenny Buttrey - drums (tracks 3, 6, 8, 10)
Buddy Harman - drums (tracks 5, 12)
Jimmy Karstein - drums (track 7)
Kenny Malone - drums (track 11)
Gordon Payne - guitar (track 8)
Chuck Browning - guitar (track 8)
Reggie Young - rhythm guitar (tracks 1, 6, 9)
Harold Bradley - rhythm guitar (track 2)
Bill Boatman - rhythm guitar (track 7)
Lloyd Green - steel guitar (tracks 1, 9)
Buddy Emmons - steel guitar (track 5)
Farrel Morris - percussion (tracks 2, 9, 11)
Audie Ashworth - percussion (track 3)
J.J. Allison - percussion (track 7)
Don Tweedy - arp
Bobby Woods - piano (track 8)
Bill Purcell - piano (track 12)
George Tidwell - trumpet (track 10)
Dennis Goode - trombone (track 10)
Billy Puett - saxophone (track 10)



27 giugno 2011

Pino Daniele & Eric Clapton - Just One Concert

Cava De' Tirreni, 24 giugno 2011. Ore 21.15.

“Stasera è una serata particolare; quando la musica può dare delle risposte, quando la musica può avere un indirizzo sociale, quando la musica può essere fatta per aiutare gli altri è una bellissima cosa. E quando lo fanno anche dei musicisti straordinari, come quest’artista che è stasera con noi… un uomo straordinario che io non finirò mai di ringraziare. Non ci sono poi tante parole da dire: ladies and gentlemen, Mr. Eric Clapton.” [Pino Daniele]

Le parole vengono a mancare quando si cerca di descrivere un momento tanto atteso da anni che finalmente diventa realtà. Non è facile ripercorrere con la sola memoria le emozioni che un tale evento riesce a scatenare, così come non è stato facile per gli oltre 15.000 spettatori (me compreso) presenti allo stadio “Simonetta Lamberti” di Cava de’ Tirreni credere allo spettacolo che è esploso sul palco dove per la prima volta le chitarre di Pino Daniele ed Eric Clapton si ritrovano a “ruggire” insieme per un intero concerto.

Un’ammirazione reciproca cresciuta insieme alle straordinarie carriere dei due chitarristi, ed un’amicizia nata durante la partecipazione di Pino Daniele al Crossroads Guitar Festival del 2010, terzo evento benefico organizzato da Eric Clapton per il Crossroads Centre di Antigua da lui fondato. Sarà proprio un altro evento benefico a riunirli sullo stesso palco, organizzato stavolta da Blue Drag e F&B Previsti, Concert for Open Onlus – In Aid of Children; gran parte dell’incasso del concerto sarà, infatti, devoluto al centro di Oncologia Pediatrica dell’Ospedale “Pausilipon” di Napoli per aiutare i bambini malati di cancro attraverso l’acquisto di una tac.

E così, uno dei più grandi chitarristi ed innovatori del blues italiano ricambia l’invito chiedendo ad un altro dei più grandi chitarristi di sempre, nonché innovatore del blues inglese, di tornare in Italia dopo 5 anni dal suo ultimo concerto tenuto all’Arena di Verona nell’estate del 2006. Cosa potrebbe mai venir fuori?

“Suonare con Eric Clapton per un musicista è come guidare con Michael Schumacher per un pilota. Ho voluto fare un concerto diverso dal solito, andando fuori dagli schemi e dalle regole. Non ci siamo preoccupati di inventare, ma solo di far incontrare due musicisti per un evento benefico che possa aiutare le persone. Questa è la vera cosa fantastica e non c’è altro da dire.” [Pino Daniele]


E lo è stato davvero un concerto fuori dagli schemi, fin dall’inizio, quando Pino Daniele introduce la serata e chiama Eric sul palco facendo impazzire la platea che più di un’ora prima dell’inizio aveva già riempito lo stadio, completando il colpo d’occhio creato dal palco imponente. Pino da il via arpeggiando la sua “Boogie boogie man” ed Eric incalza con dei piccoli tocchi di classe in sottofondo: una perfetta introduzione molto intima (ma già da brividi) che svela pian piano il groove che si crea fra i due maestri e che via via infiammerà la folla.

Il duetto elettrico continua con la splendida “Napul’è” di Pino, anch’essa in un’inedita versione con gli arpeggi di Daniele e i fraseggi di Clapton stavolta non più blues, bensì in perfetta armonia con il feeling intenso della canzone. Il tutto mentre il pubblico completa i versi di una delle canzoni più amate dai fan di Pino Daniele.


Al termine di questo momento “fra amici”, Eric lascia il palco mentre Pino introduce la fantastica band; per l’occasione, Clapton ha portato con se gran parte dei musicisti che lo hanno accompagnato in tour negli anni passati e con i quali prosegue il tour iniziato lo scorso febbraio: Chris Stainton alle tastiere (membro fisso della band di Eric da più di trent’anni, quando lo stesso Clapton lo “rubò” a Joe Cocker), il “veterano” Willie Weeks al basso, il possente Steve Gadd alla batteria (uno dei più talentuosi batteristi rock strappati al jazz), accompagnati per l’occasione dal pianista (nonché direttore d’orchestra) Gianluca Podio e dal sax del leggendario Mel Collins, uno dei più prolifici session man di sempre, il quale (oltre ad aver lavorato con artisti del calibro di King Crimson, Camel, Joe Cocker, Dire Straits, Rolling Stones, Lucio Battisti e così via) ha partecipato alle sessions dell’album Slowhand (1977) di Eric e a quelle di Musicante (1984) e del recente Boogie Boogie Man (2010) di Pino.

Impossibile non aspettarsi uno spettacolo musicale di altissimo livello con una formazione del genere. Ma una sorpresa c’è stata, e a mio parere ha lasciato di stucco sia chi era presente al concerto, sia gli stessi protagonisti: credo che lo stesso Daniele sia rimasto senza parole quando durante la preparazione dell’evento si è reso conto che avrebbe potuto tornare indietro alle sue radici musicali, spaziando fra il blues, jazz e fusion, dando sfoggio alla sua variopinta versatilità che lo ha reso celebre sia in Italia che all’estero. Almeno questa è stata l’impressione che si riusciva a cogliere dall’esterno: le canzoni di Pino hanno assunto tutte una nuova forma, quasi come fossero rivitalizzate dalla precisa e incalzante sezione ritmica di Gadd e Weeks e colorate dalla “raffinatezza” di Podio, dalla “sfrontatezza” di Stainton e dal tocco di classe del sax di Collins.

In questo mix di jazz, blues e pop, Pino trova pane per i suoi denti alternando i suoi classici arpeggi a delle vere e proprie sterzate elettriche eruttate dalla sua Suhr. Ed è così che la perla con la quale inizia il suo set, “Toledo”, si trasforma da una ballad strumentale intrisa dello stile tipico degli anni ’80 in un’originale ed infuocata composizione fusion che mostra subito l’alchimia creatasi fra Pino e il resto della band.

"La scaletta l’ho costruita seguendo un mio criterio di sintonia. Volevo aprire con un po’ di pezzi miei melodici che andassero verso una direzione più rarefatta per poi far ripartire lui con il suono rock blues più intenso. Insomma un modo per dargli la spinta. Eric ha voluto scegliere lui i pezzi da suonare e poi, mano a mano che provavamo la scaletta, era lui a dirmi 'Suoni in questo pezzo piuttosto che in quell’altro'. Suonare con uno come lui è più semplice di quanto si immagina." [Pino Daniele]

L’estasi jazzistica continua con “Je so’ pazzo” e “A me me piace o’ blues” fino a smorzarsi con “Dimentica”, durante i quali Stainton, Podio e Collins si sbizzarriscono ognuno con il proprio stile. A seguire, “Dubbi non ho”, “Che male c’è” e “Sara non piangere” lasciano spazio ai cori del pubblico sempre più estasiato ed incantato dal suo paladino di casa che, oltre alla sua chitarra, fa suonare anche la sua inimitabile voce che dopo più di trent’anni non smette mai di emozionare. E Pino lo fa nella maniera più classica quando posa la chitarra e canta la sua splendida “Quando” accompagnato solo dal pianoforte e dagli strazianti fraseggi del clarinetto di Collins, chiudendo la sua prima parte del concerto con un inchino sommerso dagli applausi.

Arriva il momento di Mr. Slowhand, cha torna sul palco fra le grida del pubblico che non vede l’ora di sentirlo in azione. Insieme a Pino Daniele, Eric suona il tema di “Per te” di Pino, una leggera introduzione strumentale quasi a voler preparare il terreno per l’esplosione che seguirà: Pino lascia il palco, ed il blues di Eric infiamma l’intero stadio aprendo le danze con “Key to the highway”. Ad Eric basta solo il primo bending sul suo primo assolo per mandare in estasi il pubblico che rimane affascinato dalla tensione delle corde della sua Stratocaster azzurrina ingigantita dai maxischermi.

E da quel preciso istante, sarà un continuo alternarsi di assoli ed applausi, assoli e grida, assoli e stupore attraverso “Hoochie Coochie Man” e “Crossroads”. Eric suona e canta alla grande, non mostrando per nulla la stanchezza e la ripetitività della prima parte del suo tour mondiale conclusasi appena dieci giorni prima. È proprio con “Crossroads” (divenuta ormai il suo testamento) che dà tutto se stesso attraverso la chitarra e soprattutto attraverso i versi, regalandoci un’esecuzione che sfida per bellezza ed intensità le innumerevoli registrazioni degli anni passati. La sua band lo segue a ruota libera, con Stainton in grandissima forma che sfodera un solo dopo l’altro quasi a voler sfidare il suo leader.

Pino Daniele non abbandona mai il palco rimanendo defilato ad ascoltare e a “dondolare” sulle note del suo idolo che di li a poco lo chiamerà di nuovo al microfono. Ritorna il duetto, stavolta accompagnato da tutto il gruppo, con una splendida “Wonderful tonight” che Eric interpreta con la stessa intensità in ogni suo concerto da più di trent’anni a questa parte. Momento inatteso quando Pino canta la seconda strofa adattando i versi in italiano: ecco come anche i più anziani “giocano” con la loro stessa arte.


Subito dopo arriva un vero e proprio uragano, sottoforma di “Cocaine”, ovvero l’ennesimo capolavoro firmato J.J. Cale che Eric ha letteralmente fatto suo. Un vero e proprio inno entrato ormai nella cultura musicale mondiale, onnipresente in ogni concerto di Eric ed uscito indenne dalla prova del tempo grazie anche ai continui lifting che Clapton e i musicisti delle sue band hanno adoperato fin dagli anni ’80.
E anche in questo contesto “Cocaine” viene completamente trasformata dal sax di Collins, dagli splendidi assoli di Eric e Pino, ma soprattutto viene quasi dissacrata da quell’inarrestabile Chris Stainton che durante l’ultimo giro di chiusura fa tremare l’intero stadio con un’incredibile boato di note lanciate dalla sua tastiera come fossero bombe a mano. Un finale incredibile che consente ad Eric di lasciare nuovamente il palco fra le urla e gli applausi.

Rimane il padrone di casa, Pino Daniele, con la band ad eseguire altri suoi classici seguendo la stessa linea della prima parte del concerto. “O’ scarrafone”, “Il sole dentro di me”, passando attraverso una vera e propria estasi creata con lo spirito da jam session in “Nun me scuccià” e soprattutto nel pezzo di chiusura, “Yes I know my way”. È qui, infatti, che Pino si scatena facendo ululare con incredibile padronanza la sua Suhr attraverso il tremolo, influenzando anche i suoi colleghi che qui raggiungono il culmine, Steve Gadd in particolare con un mini-assolo che infiamma i suoi fan italiani.

La favolosa band lascia il palco e scompare dietro le quinte, ma tutti i 15.000 spettatori sanno già di dover attendere solo qualche istante per assistere al gran finale (dal momento che manca ancora una celebre canzone all'appello). Ecco che rientra la band insieme a Pino ed Eric, e sarà proprio quest'ultimo a rivelare quale sarà il finale del concerto sfiorando semplicemente le corde della chitarra e intonando "Layla". E anche questa si trasforma in una tempesta di note che vede protagonisti assoluti i due amici che si scambiano gli assoli in un crescendo da brividi che si smorza non appena arriva il celebre riff di pianoforte durante il quale sia Clapton che Daniele rimangono immobili, quasi ipnotizzati dal sax di Collins che conferisce a "Layla" un sound mai sentito fin'ora.
Termina il giro, Steve Gadd batte l'ultimo colpo sui tamburi, e i protagonisti sfilano via dietro le quinte sommersi dal grido dello Stadio che saluta i suoi nuovi eroi.

"E' stata una festa. Sul palco mi sentivo come un bambino che ha avuto in regalo il giocattolo più bello del mondo, il più atteso. Eric è un dio della chitarra, ma anche una persona magnifica, tra di noi è nata un’amicizia che mi pare sincera, mi ha invitato di nuovo al Crossroads Festival di Chicago, per l’edizione 2013." [Pino Daniele]

Come i Pink Floyd nel 1989, Pat Metheny nel 1995 (anche quella volta insieme con Pino) e i Dire Straits nel 1992, anche Eric Clapton lascia il segno a Cava De' Tirreni, e come per i suoi illustri colleghi, la mobilitazione è stata generale con fan provenienti un po’ da tutta Italia.

Eric riprenderà il suo tour mondiale il 6 ottobre con alcune tappe in Brasile, Argentina e Cile, per poi concludere il 2011 con un breve tour in Giappone.
Pino, invece, sta preparando il suo nuovo album con uscita prevista per Marzo 2012, e come ha dichiarato lui stesso, rappresenterà una svolta nella sua carriera, a partire dalla produzione; Daniele, infatti, ha concluso il contratto che lo legava alla Sony Music decidendo di auto-prodursi attraverso la propria etichetta discografica, la Blue Drag, potendo così finalmente “fare quello che voglio”.

[Non credo che dimenticherò facilmente il momento in cui Pino ed Eric suonano le prime note di “Boogie Boogie Man”, quando mi sono davvero reso conto che il sogno stava diventando realtà: ascoltare dal vivo il mio primo idolo della chitarra e ripercorrere le canzoni e lo stile dal quale ho tratto ispirazione per il mio percorso da chitarrista. Aver assistito a tutto questo con gli amici con i quali condivido la passione per la musica lo ha reso ancora più reale e indimenticabile. Grazie.]



recensione, foto e video di ANTONINO BONOMO



Scaletta del concerto:
  1. Boogie Boogie Man
  2. Napul'è

  3. Toledo
  4. Je so' pazzo
  5. A me me piace o' blues
  6. Dimentica
  7. Dubbi non ho
  8. Che male c'è
  9. Sara non piangere
  10. Quando

  11. Per te
  12. Key to the highway
  13. Hoochie Coochie Man
  14. Crossroads
  15. Wonderful tonight
  16. Cocaine

  17. 'O scarrafone
  18. Il sole dentro di me
  19. Nun me scuccia'
  20. Yes I know my way

  21. Layla

Line-up:

Eric Clapton - chitarra, voce
Pino Daniele - chitarra, voce
Steve Gadd - batteria
Willie Weeks - basso
Gianluca Podio - pianoforte
Chris Stainton - tastiere
Mel Collins - sax, clarinetto

3 maggio 2011

The London Howlin' Wolf Sessions - A short Blues tale

“La leggenda del blues e i suoi discepoli”, “il sound moderno del blues”, o ancora “la prima vera super-session del blues inglese”. Questi i titoli del capitolo più riuscito della saga musicale di Howlin’ Wolf, il “bluesman voodoo” dalla voce tagliente e affilata che ha segnato in maniera indelebile la storia del Chicago Blues.

Un raro esempio di commistione musicale: l’originale, scarna, rozza e oscura verve del blues nero americano si unisce all’aurea morbida, ai toni più aggraziati e alle sonorità più frizzanti del blues inglese. Questo è ciò che trasmettono i protagonisti della storica session tenutasi agli Olympic Studios di Londra dal 2 al 7 maggio del 1970.






Chester Arthur Burnett nasce nel Mississippi nel 1910. La musica lo incanta fin da piccolo, quando iniziò ad ascoltare i primi bluesman quali Jimmie Rodgers, Charlie Patton (che diventerà il suo maestro di chitarra). Imparerà, inoltre, a suonare l’armonica grazie ad un altro suo grande maestro e amico: Sonny Boy Williamson II.

Dopo il lavoro nei campi dell’Arkansas e il servizio di leva durante la Seconda Guerra Mondiale, Chester si dedica alla musica mettendo su una sua prima band e iniziando le registrazioni per la Modern e la Chess Records. È proprio in questo periodo che il suo stile blues e il suo soprannome lo rendono famoso in tutto il mondo.

Howlin’ Wolf sconvolge le orecchie degli amanti del blues con la sua voce roca e tagliente che rivoluziona l’essenza del blues di Chicago rivelando il lato più scuro e grezzo sia dei testi che del sound. Il soprannome, che sembra derivi dalle storie di lupi che gli raccontava il nonno, calza a pennello con gli urli e i fraseggi tipici di Wolf che sfoga tutta la sua carica blues e il suo temperamento nei testi degli standard dei suoi predecessori, forgiando al tempo stesso nuovi brani che portano la sua firma e che diventeranno a loro volta dei celebri standard per le generazioni future.

Anomalo cantante blues e anomalo bluesman anche nel suo stile di vita, dal momento che, a differenza di molti altri suoi illustri colleghi che vissero di stenti e diventarono ricchi dopo la loro morte, Howlin’ Wolf godette di buone condizioni economiche e di un successo di tutto rispetto per tutta la sua carriera fino alla morte, nel 1976.

Si sono appena conclusi gli anni ’60, e con loro, oltre ai Beatles, finisce un’epoca storica per la musica: un tramonto che segna, in realtà, un nuovo inizio, una vera e propria trasformazione di tutto quello che il rock, il blues e il jazz hanno impresso nella leggenda. Stanno per nascere il progressive e il fusion, mentre per l’hard rock e il blues si apriranno nuove porte dalle quali usciranno miscugli di vecchio e nuovo, tradizionale e innovativo, “razionale” e “fuori di senno”, e il buon vecchio “lupo del blues” si troverà nel bel mezzo di questa rivoluzione.

Inizia tutto dalla storica Chess Records di Chicago; il giovane produttore Norman Dayron, fresco della produzione di Fathers and Sons di Muddy Waters, sta già pensando al suo altro mito, e non solo: vuole affiancare ad un veterano del blues un gruppo di giovani talenti, nonché star del momento.

È così che durante un concerto al Fillmore West, tramite Mike Bloomfield, Dayron incontra un giovane chitarrista che a soli 25 ha già fatto parte di supergruppi, ha fatto suo il blues e lo ha rivitalizzato facendo impazzire i giovani degli anni ’60 che gli hanno dedicato frasi scritte sui muri. Quando Dayron gli propone di registrare un disco con un “certo” Howlin’ Wolf, Eric Clapton ha già firmato il contratto ed ha già contattato la sezione ritmica dei Rolling Stones.

Tutto fatto. Inizia qui la catena di montaggio che produrrà The London Howlin’ Wolf Sessions, non solo un ennesimo capolavoro del blues, ma anche punto di contatto tra due generazioni musicali, un evento unico e precursore.

Oltre a Charlie Watts e Bill Wyman, Clapton richiede fortemente anche il “sesto Rolling Stone”, il quasi dimenticato Ian Stewart, pianista, nonché uno dei fondatori degli Stones che dovette poi abbandonare il gruppo anche se solo “ufficialmente”, continuando infatti ad essere il road manager della band e ad incidere il piano in molte loro registrazioni. Dayron reclutò anche Hubert Sumlin, chitarrista e storico componente della band di Wolf, e il diciannovenne armonicista prodigio Jeffrey Carp.

Ma in tutto questo, che ne pensa Howlin’ Wolf dell’idea di Dayron?

Si narra che il produttore sudò non poco per riuscire a domare il carattere non proprio malleabile di Burnett. Dayron aveva sentito molte storie sul carattere di Howlin’ Wolf; quando andò a vedere un suo concerto, si aspettava che Wolf portasse in scena un vero e proprio voodoo show, che avrebbe sacrificato un pollo vivo o che sarebbe uscito di testa, che si sarebbe messo ad urlare o che avrebbe combinato la qualunque su quel palco. E invece, Howlin’ non fece niente di tutto ciò. Anzi, come dichiarò lo stesso Dayron, tirò fuori una performance straordinaria, uno spettacolo musicale sostenuto dalla sua voce e dagli ottimi musicisti della sua band.

Dopo il trionfo del primo “esperimento” ottenuto con l’album Fathers and Sons (nel quale riuscì ad amalgamare insieme il blues di Muddy Waters con il rock puro di Mike Bloomfield, Paul Butterfield, Buddy Miles e Duck Dunn), Dayron si convinse a ripetere l’impresa: registrare l’inimitabile voce di uno dei più rivoluzionari bluesman contemporanei con un sottofondo musicale altrettanto fuori dal comune per un classico disco blues.

Il giovane produttore risultò essere così determinato nel suo intento da riuscire a convincere perfino lo stesso protagonista che inizialmente si mostrò reticente al progetto. Ma alla fine, l’idea di rispolverare il sound delle sue stesse composizioni piacque perfino ad un duro come Howlin’ Wolf.

Dayron scandagliò con cura il repertorio di Wolf, cercando di selezionare quei brani che potessero dar pieno risalto alla sua voce e al tempo stesso consentire ai musicisti di esprimere al meglio il sound. E nel frattempo, dovette anche preoccuparsi delle precarie condizioni di salute di Howlin’ a causa della sua dipendenza dall’alcool. E quando si azzardava a consigliare di moderare il suo stile di vita, bastava un’occhiataccia o un ghigno di Wolf per capire che non l’avrebbe mai ascoltato, neanche quando ordinò al servizio dell’hotel dove alloggiava Wolf a Londra di non portargli alcolici in camera.

Dopo il trasferimento dei musicisti da Chicago a Londra, il 2 maggio si mette in moto la produzione dell’album. Come tutti i capolavori che si rispettino, anche questo ha le sue curiosità e i suoi aneddoti, e iniziano proprio il primo giorno, quando si scopre che Charlie Watts e Bill Wyman non erano disponibili a causa di impegni già stabiliti in precedenza. Per non perdere le preziose (e costose) ore già prenotate agli Olympic Studios, Dayron contatta il Beatle Ringo Starr, il quale porta con sé il suo amico bassista Klaus Voorman. Recuperata la sessione ritmica, il gruppo si mette a lavoro registrando i primi brani, ma sorgono subito le prime discordie fra Howlin’ Wolf e Ringo Starr, il quale, essendo un batterista rock, non riesce a dare la giusta consistenza agli shuffle blues. Finirà qui l’avventura di Starr e Voorman che verranno rimpiazzati il giorno successivo da Watts e Wyman.

Un’altra sorpresa del primo giorno riguarderà anche Mr. Slowhand. Appena arrivato in studio, Clapton trova Hubert Sumlin in un angolo mentre accorda la chitarra, al che, intimidito, si rivolge a Dayron chiedendogli “Per che cosa mi hai ingaggiato? Voglio dire, c’è già Hubert, lui è il mio idolo ed è perfetto per Wolf, io non ti servo!”. La risposta di Norman lo lasciò di stucco: “Hubert registrerà solo le parti ritmiche, suonerai tu la chitarra solista.”

Un’altra svolta decisiva per le sorti del disco avvenne durante alcune prove prima delle registrazioni vere e proprie. Gli attriti fra il gruppo e Howlin’ Wolf non mancheranno, considerando sia il carattere di quest’ultimo sia il fatto che si trovavano insieme in studio per la prima volta. Ma fu durante la registrazione di “The Red Rooster” che le cose cambiarono; Clapton stava provando un riff con lo slide, quando Wolf gli da un suggerimento.

Per non sbagliare una seconda volta, Clapton passa la chitarra acustica a Wolf e gli chiede di suonare la base in modo da poter dare una guida ai musicisti. L’occhiata di Howlin’ e il suo stupore di fronte ad una richiesta del genere inizialmente fecero gelare lo studio: era come se una recluta si fosse permessa di sfidare il proprio sergente durante un’esercitazione. Ma subito dopo anche gli altri musicisti incitarono il vecchio bluesman a suonare il brano, in modo da poterlo eseguire esattamente come lui lo preferiva. Clapton insistette, e alla fine Wolf accettò, vincendo l’insicurezza e padroneggiando la sua vecchia acustica Sears Silverstone che negli ultimi anni aveva un po’ tralasciato.

Come dichiarerà lo stesso Dayron che assistette a tutta la scena da dietro il vetro in regia, il ghiaccio fu rotto e le registrazioni andarono sempre meglio: “Si era infranta quella ‘barriera’ di timore da parte dei giovani musicisti e di distacco da parte del leader, creando i presupposti giusti per lasciar fluire la musica.”

La magia che si creò in studio da quel momento è scolpita nelle tracce dell’album: la band porta il blues oltre le tradizionali 12 bar grazie al ritmo talvolta serrato, talvolta quasi country dell’accademico Charlie Watts e grazie alle linee di basso di Bill Wyman che esce fuori dai canoni degli Stones e si improvvisa un perfetto bassista blues con la giusta dose di innovazione. Ian Stewart non fallisce un colpo con il suo celebre tocco che garantisce l’atmosfera pianista gradevole e longeva dell’album, così come ha contribuito a farlo da esterno negli Stones, al pari della forza sprigionata dal duo Jagger/Richards.

Un debutto da sogno, invece, per il diciannovenne armonicista Jeffrey Carp che si ritrova immerso fra delle vere e proprie leggende. Una di queste, Howlin’ Wolf, non si risparmierà per tutta la durata delle registrazioni, nonostante le sue condizioni di salute non certo sfavillanti, e nonostante il suo fisico venisse messo a dura prova, come quando alla fine della seconda giornata in studio viene colto da un collasso e sviene in bagno. Perfino quando Dayron lo ritrova privo di sensi e lo accompagna fuori verso l’ambulanza Wolf si rifiuta di salirci sopra. Chester se ne infischia e, come sempre, urla al microfono la sua voce, unica e riconoscibile per fino dallo spazio, cantando i lamenti celebri del blues, le storie d’amore fallite, il sogno del bluesman maledetto che si ribella all’oppressione, al razzismo, trovando la “pace” nella bottiglia e nella chitarra. Wolf mette da parte i suoi 60 anni e torna a divertirsi con la musica come fosse un ragazzo, circondato da suoi coetanei.

Uno di questi, in particolare, riuscirà a farlo uscire dal suo “guscio”, strappandogli un commento quale “Quel ragazzo con quella chitarra laggiù è fuori dal comune!”. Eric Clapton sfodera una delle sue migliori performance blues di sempre, lanciando le ultime fiamme prima di sfociare di li a poco nell’estasi più totale con i Derek and The Dominos, per poi crollare nel tunnel della tossicodipendenza ed uscirne soltanto 3 anni più tardi, per tornare di nuovo sul tetto del mondo e portare avanti un lungo percorso musicale che contribuisce ancora oggi a renderlo uno dei pochi immortali della storia della musica contemporanea.

Purtroppo, una piccola nota dolente nell’ensemble musicale intaccherà la performance dell’altra leggenda della chitarra blues, Hubert Sumlin. Quando Dayron porta i nastri a Chicago per il missaggio finale alla Chess, si accorge che l’amplificatore di Sumlin non è stato degno del suo esecutore, rovinando buona parte delle incisioni.

A questo punto, il produttore non può fare altro che salvare il salvabile, sovra-incidendo la parti di chitarra mancanti attraverso le chitarre di Paul Asbell e BeBop Sam, entrambi musicisti di Chicago e turnisti della Chess Records. Per colmare, inoltre, alcune lacune sonore, Dayron inserisce alcune parti di basso eseguite da Phil Upchrch e altri riff di tastiera eseguiti dall’ex-collega di Clapton negli appena scioltisi Blind Faith, Steve Winwood.

Le sovra-incisioni completano quindi l’odissea dell’album che viene pubblicato dalla Chess nell’estate del 1971. Un’ulteriore edizione “ri-visitata” verrà pubblicata 3 anni più tardi, mentre nel 2003 viene rilasciata l’immancabile Deluxe Edition che contiene altre registrazioni scartate dal missaggio finale, nonché il celebre fuori onda fra Howlin’ Wolf ed Eric Clapton durante le prove di “The Red Rooster”.

Gli sforzi del giovane produttore Norman Dayron, uniti al preziosissimo contributo musicale del cast d’eccezione delle registrazioni, alla fine hanno dato alla luce i frutti sperati: l’album ottiene un ottimo successo commerciale ed entra di diritto nella storia del blues, identificandosi come uno degli eventi musicali più riusciti del genere.

Per chiudere questo breve capitolo della storia del blues, leggete queste ultime righe come se fossero le frasi di un narratore esterno che sta per concludere la sua storia fatta di ricordi, di emozioni e, perché no, di leggende:

“Wolf non riusciva a credere che uno sbarbatello bianco sarebbe stato il suo produttore. Ma rimase talmente sbalordito dalla determinazione di Norman nell’ottenere il suo rispetto che alla fine mise da parte l’orgoglio e accettò il progetto. E sicuramente, dopo la pubblicazione dell’album e il suo successo, chissà quante volte Wolf avrà ringraziato Dayron per aver creduto in lui…. Neanche una volta, secondo il sottoscritto. Mi piace pensare che Wolf gli sia stato grato, si sia divertito durante le registrazioni con i suoi straordinari giovani discepoli e il giorno dopo la fine delle sessions sia rientrato nel suo turbinio esistenziale scandagliato dai suoi lamenti blues, dalle strida della sua armonica, seduto sulla sua sedia a dondolo con una bottiglia ai suoi piedi e con la mente già immersa in un altro viaggio: un ennesimo travaglio diretto verso il prossimo ‘incrocio’ dove poter incontrare i suoi predecessori ed unirsi con loro alla danza del diavolo.”


di ANTONINO BONOMO




Tracklist

Howlin' Wolf
THE LONDON HOWLIN' WOLF SESSIONS
(Chess Records, 1971)
  1. Rockin' daddy (Howlin' Wolf - registrazione del 4/5/1970)
  2. I sin't superstitious (Willie Dixon - registrazione del 2/5/1970)
  3. Sittin' on top of the world (Mississippi Sheiks - registrazione del 6/5/1970)
  4. Worried about my baby (Howlin' Wolf - registrazione del 7/5/1970)
  5. What a woman! (James Oden - registrazione del 7/5/1970)
  6. Poor boy (Howlin' Wolf - registrazione del 4/5/1970)
  7. Built for comfort (Willie Dixon - registrazione del 7/5/1970)
  8. Who's been talking (Howlin' Wolf - registrazione del 7/5/1970)
  9. The red rooster (rehearsal 7/5/1970)
  10. The red rooster (Willie Dixon - registrazione del 7/5/1970)
  11. Do the do (Willie Dixon - registrazione del 6/5/1970)
  12. Highway 49 (Joe Lee Williams - registrazione del 6/5/1970)
  13. Wang dang doodle (Willie Dixon - registrazione del 4/5/1970)

Line-up:

Howlin' Wolf - vocal, harmonica, bottleneck guitar
Eric Clapton - lead guitar
Hubert Sumlin - rhythm guitar
Bill Wyman - bass
Charlie Watts - drums
Ian Stewart - piano
Jeffrey Carp - harmonica on tracks 3, 5, 6, 12, 13
Steve Winwood - piano, organ on tracks 2, 5, 6, 8, 12
Ringo Starr - drums on track 2
Klaus Voormann - bass on track 2
Jordan Sandke - trumpet on tracks 2, 7
Dennis Lansing - tenor saxophone on tracks 2, 7
Joe Miller - baritone saxophone on tracks 2, 7
Lafayette Leake - piano on tracks 3, 4, 10
John Simon - piano on track 8