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28 gennaio 2011

Intervista con Pat Metheny

La "pozione magica" del pluripremiato chitarrista jazz del Missouri.

In un intervista rilasciata nel 2004 sulla rivista Jazz Improvisation, Pat Metheny racconta come e quando nasce il suo inimitabile stile chitarristico e come si trasforma nel tocco felpato, raffinato ed elegante dei primi album, fino ad evolversi in strabiliante, psichedelica, bizzarra e pionieristica tecnica d'avanguardia dell'esperienza con il Pat Metheny Group.


Riporto di seguito un'estratto dell'intervista.










Pat, potrebbe parlarci delle influenze musicali che durante la sua formazione l’hanno spinta verso la direzione che ha preso?


Beh, io provengo da una famiglia di musicisti; mio fratello Mike è un bravissimo trombettista, ed essendo più grande di me di 5 anni ricordo benissimo la musica che suonava quando si esercitava. Credo abbia iniziato a suonare la tromba all’età di 6 o 7 anni, e la musica che si respirava in casa mi è sempre piaciuta fin dall’inizio. Anche mio padre era un trombettista, così come mio nonno materno, il quale esercitò questa professione per tutta la sua vita. Era un trombettista straordinario, suonò con la band di John Philip Sousa durante un’estate. Per cui il suono della tromba mi è sempre stato familiare, e proprio per questo è sempre stato presente durante la mia lunga relazione con la musica, e rimane tutt’oggi il mio “tocco” principale in termini di “suono”.


Io ho iniziato a suonare la tromba all’età di 8 anni. Mio fratello Mike è stato il mio insegnante e lui a sua volta ha avuto come maestro Keith House, un grandissimo trombettista. Quindi credo che l’essenza del suono della tromba mi abbia da sempre caratterizzato come musicista e mi abbia sempre indirizzato verso sonorità affine.


Sono cresciuto in una piccola città del Missouri chiamata Lee’s Summit, ma il fatto che non fosse molto distante da Kansas City fu determinante per me, perché iniziai ad immagazzinare tutta la musica che veniva da quella grande città, in particolare il jazz. Abbandonai la tromba per dedicarmi interamente alla chitarra fra gli 11 e i 12 anni, e il mio amore per il jazz nacque quando mio fratello portò a casa un disco di Miles Davis, “Four and More”. Per me fu come quando qualcuno entra in una stanza buia e accende la luce: fu qualcosa di straordinario che mi spinse subito a far pratica sul mio nuovo strumento.


Non fu soltanto la tromba di Miles a scuotermi: il suono prodotto dai piatti di Tony Williams, il modo in cui Herbie Hancock suonava il piano, tutto quanto ebbe un effetto elettrizzante su di me. Da quel momento il mio unico scopo divenne un continuo percorso di miglioramento della mia tecnica per cercare di raggiungere quel livello e quella capacità di trasformare le idee in musica. La vicinanza con Kansas City mi giovò moltissimo dato che a 14 anni mi ritrovai a partecipare a delle jam sessions con i migliori musicisti della città, i quali mi richiamarono in continuazione fino a quando non mi laureai.



Questi primi ingaggi richiedevano l’abilità di saper leggere la musica o aveva già memorizzato una serie di esercizi o pattern di note che ha poi utilizzato durante i concerti?


Suonavo raramente in formazioni da trio, o con la presenza di un organo. Stiamo parlando del periodo a cavallo fra il 1969 e il 1972, e molti dei concerti a cui ho partecipato erano capitanati da un trombettista incredibile, considerato uno dei maggiori musicisti di Kansas City; il suo nome è Gary Sivils. Suonare nelle sue diverse formazioni è stata un’esperienza incredibile per me, non avrei potuto trovare di meglio per la mia formazione musicale perché Gary era sempre circondato da ottimi musicisti e tutti seguivano una logica musicale molto intuitiva. Lui stesso non ti diceva quale nota o accordo suonare, ma sapeva suonare una ballad in maniera incredibile, sia con melodia sia con una tecnica di improvvisazione fantastica. Questo modo di suonare è stato fondamentale per me; ancora oggi considero alcuni musicisti di quel periodo come i migliori con i quali abbia mai suonato, e non ho dubbi sul fatto che l’esperienza di Kansas City ha influenzato profondamente quasi tutto ciò che avrei fatto in futuro.



Sembra proprio che ascoltare l’album “Four and More” sia stato di buon auspicio.. l’interesse che le ha suscitato quell’album è stata una motivazione in più per trascrivere la musica di quel disco, o è stato sempre un processo intuitivo?


Onestamente, l’idea stessa di suonare in quel modo, con quel format, considerando anche che ero proprio all’inizio dei miei studi di musica, mi spaventava moltissimo. Non avevo idea di quale fosse la logica con la quale i musicisti suonavano in quell’album! Mi piaceva semplicemente il suono e lo spirito con il quale improvvisavano con le note, un piacere quasi viscerale. Non posso dire che la trascrizione della musica sia stata un grosso problema per me, ma era più una questione di memoria e più un fattore del tipo “ok, questo potrebbe essere un buon pattern da memorizzare per migliorare la mia tecnica”. Ascoltavo ogni brano decine e decine di volte, fino a quando non avevo memorizzato ogni singola nota. E questo valeva non solo per ciò che suonava Miles, ma anche per la sezione ritmica, che è sempre stata una parte fondamentale del mio processo di apprendimento.


Lo stesso procedimento l’ho sentito fortemente per un sacco di altri album che ascoltai in seguito. uno dei primi dischi che mi colpì in maniera particolare fu una registrazione live di Gary Burton di fine anni ’60; non potevo mai averne abbastanza di quell’album. Certo, non smettevo mai di ascoltare ogni genere di musica, ma tendevo sempre a trascorrere la maggior parte del tempo a studiare quel tipo di sound.


Dopo aver iniziato con il memorizzare e imparare il linguaggio musicale, brani, elementi base, armonia, qual è stato il passo successivo per l’approccio all’improvvisazione?

In quel periodo, a cavallo fra gli anni ’60 e ’70, erano pochi i musicisti con cui suonavo che sapevano leggere bene la musica. Suonavano principalmente ad orecchio; soltanto un paio di pianisti con i quali ho suonato conoscevano bene la teoria musicale, ma in genere non si discuteva molto di armonia musicale all’interno della band.


Non c’erano molti insegnanti di musica nelle zone di Kansas City, soprattutto di chitarra. Io però ho avuto la fortuna di suonare con un pianista di nome John Elliott; impartiva lezioni di armonia ad un livello molto alto ed era molto bravo nell’improvvisazione. La sua peculiarità consisteva nel fatto che non descriveva la musica in termini di scale ma, ad esempio, si manteneva molto sulle singole tonalità. Quel tipo di impostazione armonica fu il mio primo vero approccio all’improvvisazione, e rimase questo probabilmente fino a quando non iniziai a suonare con Gary Burton.


Burton è forse il miglior musicista fra quelli che utilizzano principalmente le scale sugli accordi, e uno dei più abili a far calzare perfettamente ogni nota sul giusto accordo. Questo stile intuitivo l’ho riscontrato anche nella tecnica di Gary Sivils e nello stile bi-tonale di John Elliott che a mio parere può essere considerato come il linguaggio base dell’improvvisazione utilizzando le scale su accordi.


Quando suoni con Gary Burton, puoi eseguire oltre 50 accordi diversi, ma lui troverà sempre le note comuni. È davvero straordinario, e per me è stata una vera fortuna aver iniziato la mia carriera da professionista con lui e avere a disposizione tutti questi strumenti; mi ha regalato qualcosa che mi ha permesso di stare sempre un passo avanti rispetto a tutti gli altri musicisti con cui ho suonato durante quel periodo.

Allo stesso tempo però, sono sempre stato consapevole del fatto che i miei primi passi nell’improvvisazione jazzistica li ho compiuti seguendo le orme sia di Burton che di Sivils ed Elliott.



Cosa può rivelarci a proposito del mistero che si cela dietro la “melodia”?


È impossibile descrivere il concetto di “melodia” in maniera esaustiva. Potrei stare ore ed ore a chiedermi “perché questo calza a pennello su questa melodia, e quest’altro invece no?”. La melodia nel jazz può assumere qualsiasi forma, ma come un musicista riesca a deformarla è quasi un vero e proprio un mistero.


I musicisti che potrei prediligere in termini di melodia sono Gary Burton, Sonny Rollins, Lester Young, Stan Getz, Wes Montgomery, Jim Hall, ma potrei includere anche tutti coloro che non sono “puramente” melodici, come Cecil Taylor e, senza dubbio, John Coltrane.


Non si tratta tanto di fare una distinzione tra chi è un musicista melodico puro e chi no; ciò che mi impressiona, come spettatore, è il modo in cui un musicista mostra una perfetta padronanza nel trasportare le sue idee in strutture “melodiche”, e queste possono anche essere semplici piuttosto che complesse. Possono anche essere ritmicamente lineari o non lineari, orecchiabili o cacofoniche, non ha importanza, perché c’è comunque un filo conduttore che l’esecutore mantiene per connettere armonia, melodia e improvvisazione.


È questo che ho provato quando iniziai a suonare con Gary Burton sera dopo sera: non era solo straordinario, era anche stimolante, eccitante e allo stesso tempo terrorizzante dal momento che avevo ancora molto da imparare riguardo l’improvvisazione. Ad ogni modo, sono sempre convinto che in ogni momento qualunque musicista possa trovarsi di fronte qualcuno che riesca a trasmettergli tutta la melodia che gli frulla per la testa, e ciò produce uno stimolo per migliorarsi, così come è successo nel mio caso.



Può spiegarci il procedimento attraverso il quale nascono le sue composizioni?


Ciò che mi trascina nella composizione è la mia incapacità di comporre materiale nuovo attraverso le strutture standard, le forme tradizionali del blues, e tutto ciò che ho già acquisito nel corso della mia maturazione musicale e per il quale sono sempre stato curioso. Per cui ho iniziato ad esplorare nuove sonorità, nuovi tipi di accordature e tutto ciò mi è stato reso possibile anche attraverso diversi tipi di chitarre.


In genere, la prima nota o il primo insieme di note che scrivo mi serve come sfondo per tutto ciò che si aggiunge man mano che mi vengono in mente nuove melodie, nuovi riff o nuove strutture da poter collegare con la base di partenza. Una volta riuscito a delineare il mio raggio d’azione, posso iniziare a studiarne le improvvisazioni in termini di durata, struttura e armonia. È qui che vado completamente fuori di senno, ed è sempre difficile mettere un freno alla fantasia che si scatena.


Con quale criterio sceglie i musicisti da inserire nelle sue formazioni?

È sempre difficilissimo per me dover scegliere. In genere, cerco qualcuno che possa condividere con me la passione per tutto ciò che è stato il jazz negli ultimi quaranta o cinquant’anni, ma al tempo stesso che riesca a mettere tutto da parte e suonare facendo leva solo sul proprio istinto musicale. E poi c’è un altro fattore molto importante: lo standard di lavoro che io conduco deve essere condiviso da ogni singolo elemento del gruppo. Il che significa la vita del musicista costantemente in studio e on the road, con all’incirca 200 concerti all’anno e sei, sette o anche otto notti a settimana senza neanche una sosta! Significa trovarsi nella situazione in cui dopo un concerto ti senti completamente sfinito ma sai che già l’indomani dovrai ricominciare.


Ecco perché non è sempre facile per me trovare le persone giuste, e questo è uno dei motivi per il quale ci sono stati molti cambi di formazione nel corso della mia carriera, anche se, soprattutto nel Pat Metheny Group, ci sono ovviamente degli elementi stabili come Lyle Mays o Steve Rodby, che hanno contribuito quanto me a forgiare il percorso di questa straordinaria esperienza fin dalla fine degli anni ’70.



tratto da
Jazz Improvisation Magazine :"Interview with Pat Metheny, 2004"
traduzione di ANTONINO BONOMO


15 novembre 2009

Le più grandi leggende della chitarra all'Auditorium di Roma





















Dopo la serie di concerti monografici dedicati nella scorsa stagione al basso elettrico la Fondazione Musica per Roma punterà i riflettori su uno degli strumenti più amati di oggi, che ha conosciuto nel secolo scorso una evoluzione unica nella storia della musica: la chitarra. La rassegna ospiterà alcuni tra i maestri della chitarra rock, jazz, pop e folk, come: Pat Metheny - John Scofield - Johnny Winter - Peter Green - Mike Stern e Mark Knopfler. Virtuosi capaci di sfruttare al meglio le capacità espressive delle sei corde e spesso di reinventarne e migliorarne le caratteristiche.

Leggi il programma


25 ottobre 2009

Recensione: Pat Metheny Trio - Rejoicing

Sono molte le formazioni jazzistiche che hanno lasciato il segno, e che ancora oggi vengono apprezzate e idolatrate sia dai “veterani” appassionati di jazz, sia dai giovani che riscoprono il fascino di un linguaggio musicale intramontabile che porta gli strumenti e le melodie al di là di ogni singola nota, raggiungendo quella sorta di “ignoto” che colpisce e incanta.

A conti fatti, la musica è tutt’una, indistinguibile. Ogni genere e ogni artista trasmette delle emozioni totalmente individuali, con i rispettivi “effetti collaterali” che non possono essere “spiegati” o “tradotti” se non da colui che li percepisce. Si può etichettare la musica, distinguendola per generi; ma quando, come nel caso del jazz, ci ritroviamo davanti a centinaia e centinaia di eccellenti artisti con altrettante splendide “opere d’arte”, non esistono termini di paragone, non esistono confronti, non esistono “duelli”. Rimane solo una cosa da fare: ascoltare e godersi uno dei tanti viaggi che abbiamo scelto di intraprendere.

Quello in questione, è un viaggio attraverso la più semplice ed essenziale formazione jazz: il Trio. Anche in questo caso, le possibili combinazioni dei vari strumenti sono molte; ma possiamo provare a restringere il campo considerando il trio composto da chitarra, basso e batteria. Se poi nella nostra ricerca inseriamo alcuni tag con i nomi di Pat Metheny, Charlie Haden e Billy Higgins, allora ecco che abbiamo raggiunto la nostra meta: Rejoicing.

“È tutto nato da un concerto che feci in California con Charlie e Billy; venne fuori così l’idea di continuare a suonare insieme. Mi bastarono quattro battute per capire che avrei dovuto registrare con loro. Suonare standard è la cosa che faccio meglio, era quindi logico fare qualcosa anche su disco.” [Pat Metheny]

Oltre a questi tre pionieri del jazz, un altro nome va menzionato nel ripercorrere la storia di quest’album, quello di Ornette Coleman. Compositore e sassofonista, inventore dell’armolodia, Coleman è considerato uno dei maggiori innovatori del movimento free jazz degli anni ’60, nonché modello e fonte di ispirazione per tutta una generazione di musicisti jazz dagli anni ’70 in poi. I tre musicisti dell’album, Metheny in particolare, compaiono fra coloro che più di tutti hanno assorbito le influenze della musica di Coleman, dimostrandolo proprio con Rejoicing.

Con queste registrazioni e con i concerti che ne derivano, nasce il primo Pat Metheny Trio, che nel corso degli anni, fino ad oggi, vedrà alternarsi al fianco di Metheny diversi musicisti (Dave Holland, Roy Haynes, Larry Grenadier, Bill Stewart, Christian McBride e Antonio Sanchez). In realtà, il primo vero Trio con il quale Pat collaborò fu quello con il quale registrò il suo straordinario album di debutto, Bright Size Life, nel 1975, affiancato dal suo grande amico Jaco Pastorius al basso e Bob Moses alla batteria. Ma l’album venne pubblicato a nome del solo Metheny, per cui Rejoicing è la prima vera produzione del Pat Metheny Trio.

Billy Higgins, soprannominato “Smilin’ Billy”, è considerato fra i grandi della batteria jazz. Il suo personalissimo stile si basa su un raffinatissimo lavoro ai piatti e un’insuperabile abilità con le spazzole, caratteristiche che ha saputo egregiamente trasferire nel free jazz e nell’hard bop; si è inoltre cimentato in alcune registrazioni in stile funk e rock durante gli anni ‘80.

“Billy è uno dei più grandi esecutori con i quali io abbia mai suonato; è una persona molto aperta e puoi sentire quanto ami suonare. Sa creare un continuo happening con il pubblico.” [Pat Metheny]

Scomparso nel 2001, oltre ad una decina di lavori discografici da solista, Higgins ha collaborato con tutti i grandi jazzisti della sua generazione: Thelonius Monk, John Coltrane, Sonny Rollins, Dexter Gordon, Art Pepper, Jackie McLean, Joe Henderson, senza dimenticare la sua presenza (appena ventiduenne) nel leggendario quartetto di Ornette Coleman nel 1958, quartetto nel quale troviamo al contrabbasso proprio Charlie Haden.

Haden rappresenta una vera e propria colonna portante del jazz moderno; contrabbassista dotato di straordinaria preparazione musicale, cresciuto in una famiglia di musicisti, cominciò a suonare a livello professionale verso la fine degli anni ’50, quando entra a far parte del quartetto di Ornette Coleman. Successivamente formerà la celebre Liberation Music Orchestra, e collaborerà con il pianista Keith Jarrett, il batterista Paul Motian, il sassofonista Michael Brecker, fino al sodalizio con Pat Metheny iniziato proprio con Rejoicing, e che condurrà alla realizzazione di un altro splendido album nel 1996, Beyond The Missouri Sky, registrato in duo con il chitarrista.

“Ho sempre ammirato la visione musicale di Pat. È un innovatore del suono, nella composizione e nell’improvvisazione. Ha il raro dono che gli consente di comunicare le armonie e le melodie a tutti i tipi d’ascoltatori, mantenendo inalterato quel tipo di profondità e bellezza, tipico della migliore musica improvvisata.” [Charlie Haden]

Troppo vasta e affascinante appare la biografia di Patrick Bruce Metheny per poter essere anche soltanto accennata. Dopo l’esperienza dell’insegnamento al Berklee College of Music di Boston (a soli 19 anni, Pat insegnerà improvvisazione in un corso dal quale usciranno alcuni chitarristi del calibro di Al Di Meola, Chuck Loeb e Mike Stern), ruolo ottenuto grazie al celebre vibrafonista Gary Burton che per primo ne scopre le straordinarie e precoci qualità, Pat passerà attraverso esperienze professionali che lo porteranno al fianco di Paul Bley, di Jaco Pastorius e dello stesso Burton.

Dopo i primi due album da solista, nel 1978 fonderà l’ormai leggendario Pat Metheny Group, uno dei rari esempi di formazione jazz capace di raggiungere il grande pubblico, senza tuttavia cedere a tentazioni squisitamente commerciali. Il gruppo ha sviluppato negli anni uno stile decisamente riconoscibile, fatto di dense orchestrazioni spesso unite allo stile classico e molto ibridato dalla world music, traendo soprattutto spunto dalla musica sudamericana.

Il primo vero Pat Metheny Trio, composto da Metheny, Haden e Higgins, esordisce nel corso di un piccolo tour allestito per preparare il repertorio da inserire successivamente nel disco. Le registrazioni dell’album vennero effettuate in due giorni in sole due session di sei ore, il 29 e 30 novembre 1983, agli studi Power Station di New York. Vengono scelti alcuni standard come “Lonely woman” del compositore Horace Silver e “Rejoicing” di Coleman, che darà il titolo al disco.
Fra gli inediti compaiono “Blues for Pat” composta da Charlie Haden e dedicata al suo grande amico chitarrista, assieme al quale compone anche “Waiting for an answer”. Metheny comporrà per l’album “Story from a stranger” e “The Calling”.

“La cosa che rispetto in particolare in Pat è il suo intuito, inoltre non guarda al successo come a una cosa che le persone devono a lui. Penso sia veramente sorprendente scoprire una persona così, che non si preoccupa di avere successo, bensì di riuscire in ciò che lui crede. Egli ha il mio più alto rispetto sia come artista sia come essere umano.” [Ornette Coleman]

Oltre a “Rejoicing”, caratterizzata dall’entusiasmante solo pirotecnico di Pat, il trio si trova perfettamente a proprio agio con altre due composizioni di Coleman: “Tears inside”, dove il bravissimo Higgins conduce un lavoro egregio ai piatti (che fa da sfondo alla fantastica apertura da brividi del riff “felpato” della Gibson ES 175 di Pat), e la cavalcante “Humpty dumpty”, dove Metheny mostra il suo inimitabile tocco e la sua completa padronanza nell’improvvisazione.
Da incorniciare anche il trascinante clima “rilassato” di “Blues for Pat”, dove Haden scandisce magistralmente il ritmo mentre Metheny alterna il solo jazz con le note fuori tonalità.
“The Calling” e “Story from a stranger” rientrano in un capitolo a parte nella carriera di Pat Metheny che ha inizio proprio durante questo periodo: la chitarra synth.

Poco prima di intraprendere il tour con Haden e Higgins, Pat porterà a termine la collaborazione con l’ingegnere Cal Gold nella creazione della chitarra-sintetizzatore Roland 303 con interfaccia Synclavier. Oltre ad essere stato uno dei pionieri della synth, Metheny ne ha anche intuito le potenzialità prima di qualunque altro chitarrista e con la sua sperimentazione ha permesso a tanti altri colleghi di utilizzare la Synclavier guitar nella sua forma più evoluta.
Pat utilizzerà per la prima volta con risultati soddisfacenti la Synclavier proprio in quest’album, e da quel momento, la sua inimitabile padronanza della synth produrrà un sound onnipresente in quasi tutte le sue produzioni, soprattutto in quelle intraprese con il Pat Metheny Group.

In questo disco debutta anche un altro importante strumento: in “Lonely woman”, Pat suona una chitarra acustica 6 corde costruita per lui dalla canadese Linda Manzer, una vera artista della liuteria, che da quel momento rivestirà un ruolo fondamentale nella carriera di Metheny. Costruirà, infatti, altri modelli di chitarre acustiche, classiche ed elettriche, progettate in stretta collaborazione con lo stesso Metheny. Sarà proprio Linda Manzer che materializzerà gli strumenti grazie ai quali Pat potrà continuare a sperimentare con le sue strane accordature e con la ricerca di suoni sempre innovativi e mai sentiti.

“Quello che più mi stupisce di Pat è la sua dedizione, ha sempre la chitarra in mano, in qualsiasi posto si trovi. È una delle poche persone che sappia suonare i pezzi di Ornette; suonare armolodicamente comporta, infatti, un differente approccio, e Pat questo lo sta facendo da diverso tempo. Suonare con lui è stato per me sempre divertente, anche perché è sempre molto umano, veramente una bella persona.” [Billy Higgins]

Nonostante la splendida collaborazione con due colossi del jazz, Metheny non sarà del tutto soddisfatto della qualità del disco, a causa di alcuni missaggi non riusciti. Lo stesso Pat vorrebbe aver avuto il tempo di correggere alcune imperfezioni, ma l’etichetta ECM non concesse alcun “ritocco”, imponendo al chitarrista e ai suoi colleghi i soliti tempi ristretti per terminare la produzione dell’album.
Sarà anche questa una delle cause che porteranno l’esigentissimo Pat ad abbandonare la celebre etichetta che, soprattutto negli anni ’70, ha svolto un ruolo di tutto rispetto nei confronti del jazz moderno.

Considerazioni tecniche a parte, il primo lavoro discografico del Pat Metenhy Trio, oltre che dal punto di vista musicale, ricopre un ruolo storico fondamentale: molti fan del Pat Metheny Group, così come gli appassionati del jazz più tradizionale, impararono a conoscere i grandi maestri del jazz e a riscoprire tutta una tradizione jazzistica interpretata magistralmente da Metheny, Haden e Higgins.

Terminato l’album, dopo soli pochi giorni di riposo, Metheny tornerà negli studi Power Station di New York per dar vita a quello che viene considerato uno dei migliori album del Pat Metheny Group, nonché un capitolo importantissimo e decisivo nella storia del jazz contemporaneo: First Circle.

Il 19 aprile 1984 ha inizio il tour nord-americano di 22 date del Pat Metheny Trio che farà tappa a Buffalo, Toronto, Boston, Washington, Chicago, per terminare al Village Vanguard di New York con sei entusiasmanti show. È proprio durante uno di questi ultimi concerti che il trio riceve la visita del loro mentore, Ornette Coleman, con il quale Metheny e Haden collaboreranno un anno più tardi per la realizzazione dell’album Song X.

“Pat possiede la qualità di mettere insieme ottime band; la sua musica raggiunge molte persone e ciò è molto importante. Lo rispetto molto come musicista ed è anche un buon amico.” [Dave Holland]


di ANTONINO BONOMO


Tracklist

Pat Metheny w/Charlie Haden & Billy Higgins
REJOICING
(ECM 1271, marzo 1984)
  1. Lonely Woman (Horace Silver)
  2. Tears Inside (Ornette Coleman)
  3. Humpty Dumpty (Ornette Coleman)
  4. Blues for Pat (Charlie Haden)
  5. Rejoicing (Ornette Coleman)
  6. Story from a Stranger (Pat Metheny)
  7. The Calling (Pat Metheny)
  8. Waiting for an Answer (Metheny-Haden)