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18 settembre 2011

Recensione : J.J. Cale - Troubadour

“I'm a gypsy man on a one-night stand. I'm with a gypsy van, just travelling the land…”

1976 (da qualche parte nell’Oklahoma)
Mentre la Allman Brothers Band viveva il periodo di maggiore crisi conclusosi con lo scioglimento del gruppo; mentre i Lynyrd Skynyrd accolgono nella loro line-up il chitarrista Steve Gaines intraprendendo l’ultimo di chissà quanti altri anni d’oro della loro carriera, se non fosse stato per l’incidente aereo dell’anno successivo; mentre Leon Russell continuava a sfornare collaborazioni, composizioni e album mentre la sua lunga barba continuava a crescere, e mentre Glenn Campbell, Elvin Bishop e Clyde Stacy facevano del tulsa rock uno dei generi più prolifici tra quelli meno noti al successo commerciale, John Weldon Cale, meglio noto come J.J. Cale, pubblicava il suo quarto album in studio, Troubadour, e continuava senza far troppo chiasso il suo percorso artistico e musicale.



Proprio così, senza far rumore, quasi sottovoce e seguendo imperterrito il suo personalissimo timbro vocale e le sue ballate country, rock e blues. Troubadour è il capolavoro per eccellenza di J.J. Cale, un’ulteriore creazione e conferma della sua arte “minimalista”: la sua voce tenue e giusto un po’ graffiante scorre fra i ritmi smorzati della ritmica, fra le delicate atmosfere di tastiera, organo e fiati e si immerge nello slide delle chitarre country.

J.J. è uno dei pochi a saper incantare con brani che non superano i 3-4 minuti, che non esagera negli arrangiamenti e nei soli, e soprattutto che continua ad essere il punto di riferimento costante per numerosi artisti: Mark Knopfler si ispirerà al suo stile e resterà per sempre devoto alle sue ballad ed Eric Clapton lo considera uno degli artisti che più hanno influenzato la sua carriera, mentre Harry Manx, i Lynyrd Skynyrd e i Kansas riprenderanno alcune sue composizioni.

Come per i suoi precedenti album, J.J. spazia dal country al rock al blues e perfino al jazz, e lo fa alla sua maniera: non prevale mai un singolo strumento, ne tantomeno la sua voce, creando al tempo stesso una piacevole e calma atmosfera sottoforma di piccole degustazioni sonore. Ecco perché non si circonda di superstar per la produzione dei suoi album, ma preferisce dare spazio a vari musicisti quasi sconosciuti, ma di grande effetto per il suo stile.
Durante le registrazioni di Troubadour, si alternano numerosi bassisti, batteristi, chitarristi e pianisti, soltanto alcuni rimangono gli stessi dei suoi precedenti album, ma in generale J.J. conferisce ad ogni singolo brano un sound quasi sempre diverso, talvolta più colorato talvolta più cupo o “elettrico”. Ed è proprio questo il segreto che rende ogni suo album orecchiabile e gradevole, nonostante si mantenga sia lo stile sia la lunghezza delle registrazioni.

Troviamo quindi piccole fiammate elettriche in “Travelin’ light”, “Ride me high”, “I’m a gypsy man” e nell’intramontabile “Cocaine”. Si passa quindi alle splendide ballate country quali “Cherry” e “You got something”, si sfiora il jazz tradizionale con “Hold on” e “You got me so bad” e si raggiunge il blues classico e struggente con “Super blue” e “The woman that got away”. J.J Cale mantiene il suo profilo basso anche nella scelta dei testi, con tematiche che spaziano dal tema dell’amore, felicità, depressione, passando attraverso l’euforia della droga.

Incredibile come la sua semplice voce riesca ad adattarsi su tutti questi diversi tappeti musicali, merito di una devozione artistica tanto gelosamente custodita e mai svenduta in super-collaborazioni o consumata e sparsa per studi televisivi sotto i riflettori.
Il suo carattere riservato sia nella vita privata che in pubblico lo porterà a scegliere pochi selezionati amici con i quali condividere la sua musica (come quando inciderà The Road to Escondido con Eric Clapton nel 2006), così come saranno pochi gli “eletti” che avranno il piacere di suonare con lui su un palcoscenico.



Questa sua riluttanza ad apparire in pubblico non minerà per nulla il suo contributo musicale sia in termini economici che artistici, dal momento che sono innumerevoli i fans che ancora oggi restano devoti alla sua arte minimalista, mentre i più grandi nomi della scena del rock continuano ad omaggiarlo con tributi ad alcune delle sue più celebri composizioni. “After midnight”, “Cocaine” e “Travelin’ light” sono diventate hit numero uno grazie a Clapton e company, mentre “Call me the breeze” e “I got the same old blues” rimangono alcune delle più emozionanti performance live dei Lynyrd Skynyrd.

Ascoltare J.J. Cale significa rilassarsi e gettarsi al tempo stesso nella mischia di quelle sonorità calde, struggenti e “non impegnative” che hanno ritrovato vitalità durante la metà degli anni ’70.
Grazie alla limpidezza delle registrazioni, con Troubadour se non l’avete ancora fatto potrete conoscere J.J. Cale nel suo momento migliore, e potrete immaginarlo seduto su uno sgabello in studio di registrazione o su un palco, con quella sua aria da cowboy mentre suona la chitarra tenendola su un fianco e nel frattempo vi scruta con il suo sguardo sbarazzino.


di ANTONINO BONOMO




Tracklist

J.J. Cale
TROUBADOUR
(Shelter Records, settembre 1976)
  1. Hey baby
  2. Travelin' light
  3. You got something
  4. Ride me high
  5. Hold on
  6. Cocaine
  7. I'm a gypsy man
  8. The woman that got away
  9. Super blue
  10. Let me do it to you
  11. Cherry
  12. You got me so bad

All tracks written by J.J. Cale,
except "I'm a gypsy man" written by Sonny Curtis.


Musicians:

J.J. Cale - vocals, guitar, piano
Charles Dungey - bass (tracks 1, 9)
Tommy Cogbill - bass (tracks 2, 5, 8, 10, 11 ,12)
Joe Osborn - bass (track 3)
Bill Raffensberger - bass (track 7)
Karl Himmel - drums (tracks 1, 2, 4, 9)
Kenny Buttrey - drums (tracks 3, 6, 8, 10)
Buddy Harman - drums (tracks 5, 12)
Jimmy Karstein - drums (track 7)
Kenny Malone - drums (track 11)
Gordon Payne - guitar (track 8)
Chuck Browning - guitar (track 8)
Reggie Young - rhythm guitar (tracks 1, 6, 9)
Harold Bradley - rhythm guitar (track 2)
Bill Boatman - rhythm guitar (track 7)
Lloyd Green - steel guitar (tracks 1, 9)
Buddy Emmons - steel guitar (track 5)
Farrel Morris - percussion (tracks 2, 9, 11)
Audie Ashworth - percussion (track 3)
J.J. Allison - percussion (track 7)
Don Tweedy - arp
Bobby Woods - piano (track 8)
Bill Purcell - piano (track 12)
George Tidwell - trumpet (track 10)
Dennis Goode - trombone (track 10)
Billy Puett - saxophone (track 10)



24 maggio 2011

Bob Dylan, i 70 anni del poeta del rock

Una carriera lunga cinquant'anni sulla cresta dell'onda tra politica e rivoluzione.
E il menestrello del rock non si ferma mai.

Robert Allen Zimmerman, per gli amici Bob, in arte Bob Dylan. Il menestrello compie 70 anni. Un artista a tutto tondo che ha cambiato radicalmente la storia della musica, un mito vivente capace di distinguersi da subito come cantautore, scrittore e poeta.

Bob Dylan nasce a Duluth, paesino del Minnesota, nel 1941. Diviene una delle figure più influenti del panorama musicale soprattutto per i suoi testi politici e per farsi portavoce dei giovani del '68, nel pieno fervore dei moti di quegli anni.

Chitarra, tastiera e l'inseparabile armonica alla bocca, Bob Dylan girerà il mondo con quel magico Never Ending Tour che lo ha visto sul palco con i migliori artisti della scena internazionale. Eventi unici: da John Fogerty a Tom Petty, da Eric Clapton a George Harrison e poi ancora U2, Bruce Springsteen, The Rolling Stones, Joni Mitchell, Mark Knopfler. Un elenco infinito di grandi artisti che hanno avuto l'onore di suonare con il menestrello Bob.

Gli album di Bob Dylan hanno quasi sempre ricevuto Grammy Award, Golden Globe e Academy Awards. E' ovviamente incluso nella Rock'nRoll Hall of Fame e nel 1999 il Time lo ha inserito nelle cento persone più influenti del XX secolo. Capolavori come "Blowin'in the wind" e "Master of War" fungono da manifesto per tutte le sue opere.

Tutte le televisioni del mondo stanno trasmettendo speciali dedicati ai suoi lavori, alla sua vita e alle sue opere, ma la BBC ha deciso di fargli un regalo particolare per il suo compleanno ovvero un'intervista inedita che rilasciò nel 1996 dove dichiarò la sua dipendenza dall'eroina e il suo pensiero fisso di suicidarsi. Dopo un concerto, ai microfoni della BBC, dichiarava: "Sono uscito dalla dipendenza da eroina a New York. Sono diventato molto teso, voglio dire molto molto teso e ho smesso. Ero solito spendere 25 dollari al giorno in eroina, e ho smesso" - poi il pensiero sul suicidio . "Sono felice ma felicità è una parola un po' conveniente. Mi sparerei al cervello se le cose andassero male. Mi butterei da una finestra, mi sparerei davvero. Penso alla morte in modo aperto, sai".

Forse questo speciale dedicato dalla BBC è per sottolineare quanto è grande la personalità di Bob Dylan. Nonostante questi pensieri, il menestrello senza tempo compie 70 anni, in barba agli invidiosi e ai portasfiga.

di Gennaro Marco Duello




Dopo i live in Cina, Bob Dylan si prepara a festeggiare i suoi 70 anni con un tour internazionale, che toccherà anche l’Italia con il concerto all’Alcatraz di Milano il 22 Giugno.

In un intervista rilasciata al Corriere della Sera, Francesco De Gregori lo ricorda così: "E' stato importante perchè da lui ho compreso come vanno scritte le canzoni, dal punto di vista dello stile, dell'invenzione, della libertà espressiva. Per me e per qualsiasi musicista è un punto di riferimento imprescindibile. Lo era agli esordi e lo è ora che ha settant'anni".

11 febbraio 2011

Mick Jagger nella capitale... in fotografia.

Arriva a Roma la mostra "Mick Jagger - The Photobook", a cura di François Hébel, prodotta dalla Fondazione Forma per la Fotografia di Milano e dai Recounters Internationales de Photographie di Arles e promossa dall Fondazione Musica per Roma.

La retrospettiva è dedicata all'immagine dell'uomo che non solo ha fatto la storia del rock ma che è diventato icona di stile e di costume. Un viso che cambia, una personalità da camaleonte, lo sguardo sfrontato, il corpo scattante, le labbra sensuali: ecco l'icona del rock che più di tutte ha attraversato la storia della musica degli ultimi quarant'anni popolando l'immaginario di generazioni di giovani e fan.

"Mick Jagger - The Photobook" presenta una serie di 70 ritratti realizzati dai grandi fotografi che dall'inizio della sua carriera ad oggi lo hanno incontrato, fotografato, documentando il suo viso particolare e la sua capacità di essere un personaggio sempre nuovo, sempre diverso, sempre controcorrente.



Dai primi scatti degli anni '60 di Goodwin, Mankowitz e Périer e attraverso le sperimentazioni di Cecil Beaton, fino ai recentissimi ritratti di Annie Loibovitz, Karl Lagerfeld, Anton Corbijn, Mark Seliger e Bryan Adams si ripercorrono le metamorfosi di chi ha contribuito a creare l'estetica del rock e non solo.



dal 22 febbraio al 27 marzo - Foyer Auditorium
Auditorium Parco della Musica
viale Pietro de Coubertin
00196 Roma

ingresso libero

7 febbraio 2011

Recensione: The Allman Brothers Band

La genesi, il prologo, la creazione di quello che diventerà un sound unico, inimitabile e al tempo stesso fonte di ispirazione per decine e decine di musicisti; un’intera generazione musicale “prelevata” di peso dagli anni ’60 per essere stravolta, arricchita e proiettata verso il futuro: in breve, The Allman Brothers Band, ovvero il debutto della formazione originale di una delle più influenti sfaccettature del rock moderno.

Gli Allman Brothers sono sempre stati considerati i padri fondatori di quello che viene definito il southern rock, noto anche come quel fenomeno musicale che proprio verso la fine degli anni ’60 catapultò il blues tradizionale nella mischia del rock, del country, del gospel e dell’honky tonky per essere rigenerato in una forma ancora più innovativa e stravolgente, dove la fantasia e la creatività musicale raggiunsero dei livelli tali da poter competere con l’istrionismo del progressive e del rock psichedelico. La loro musica sarà fonte di ispirazione per le principali band che nasceranno proprio nel sud degli Stati Uniti: i Dixie Dregs, i Molly Hatchet, The Marshall Tucker Band, fino ad arrivare ai più noti Lynyrd Skynyrd.

La strada per l’immortalità della band inizia nei primi anni ’60, quando i fratelli Duane e Gregg Allman scoprono la loro comune passione per la chitarra e iniziano a suonare con le prime formazioni, Allman Joys, The Hour Glass. Sarà Duane il vero propulsore del sound degli Allman, il quale inizia a recepire le influenze del blues, del rock e del country girando per l’Alabama e lavorando come session-man per musicisti del calibro di Wilson Pickett, Otis Rush, Delaney & Bonnie, Herbie Mann e Aretha Franklin.

La nascita della band avviene ufficialmente il 23 marzo del 1969, a Jacksonville, in Florida: come raccontano gli stessi protagonisti, viene organizzata una jam session nel garage di Butch Trucks, batterista e amico dei fratelli Allman, alla quale partecipano Duane Allman, il batterista Jai “Jaimoe” Johanson, il chitarrista Dickey Betts e il bassista Berry Oakley, questi ultimi due compagni di avventura di Duane durante il suo vagabondare per l’Alabama. Qualche giorno dopo, sarà lo stesso Duane a convincere il fratello Gregg ad unirsi al gruppo come tastierista e cantante, definendo così la line-up della Allman Brothers Band che debutta poco dopo al Jacksonville Beach Coliseum.

L’incredibile energia sprigionata dalla nuova jam band impressiona il produttore Phil Walden, il quale mette sotto contratto il gruppo garantendogli la partecipazione ad un importante evento dello stesso anno, l’Atlanta International Pop Festival, e la registrazione del loro primo album che viene registrato nel settembre del 1969 agli Atlantic Studios di New York.

Nasce proprio con questo disco ciò che verrà definito southern rock; c’è tutto quello che serve per una vera e propria esplosione musicale: il timbro vocale di Gregg Allman a metà tra il soul ed il gospel (sostenuto abilmente dal suo organo talvolta in chiave hard rock, talvolta perfino jazz), una instancabile e versatile sezione ritmica composta da ben due batteristi (Butch Trucks e Jai “Jaimoe” Johanson, quest’ultimo spesso alle percussioni) accompagnata dal brillante basso di Berry Oakley, il tutto deliziato dal tocco finale di due eccezionali chitarristi come Dickey Betts e Duane Allman.


È un vero uragano quello che parte fin dal primo brano interamente strumentale, dove i cambi di tempo tipici del progressive creano lo sfondo adatto per le due infuocate chitarre all’unisono di Duane e Betts; senza un attimo di respiro si passa alla seconda traccia, “It’s not my cross to bear”, uno straziante blues lento che raggiunge l’apice con la “cavalcata” ritmica finale. Ed eccoci arrivati a “Black hearted woman”, forse il brano che più di tutti mostra la creatività della band, che spazia da riff hard rock a ritmi country e sincopati, dove Duane trova pane per i suoi denti.


In “Trouble no more”, blues firmato Muddy Waters, è la chitarra slide a farla da padrona, un’altra brillante caratteristica del virtuosismo di Duane Allman. Sarà il fratello Gregg a dominare con la sua voce in “Every hungry woman” che precede i due ultimi brani del disco, due veri capolavori: “Dreams”, una vera e propria perla, dove la band mostra tutta la sua versatilità con la metrica jazzistica in 12/8, le atmosfere country e psichedeliche e il tour de force di Duane alla chitarra slide; si chiude con “Whipping post” che diventerà un’epica jam abitudinale in ogni esibizione live del gruppo, con l’introduzione del basso in 11/4, e nuovamente i cambi di tempo, le improvvisazioni chitarristiche e il finale “rallentato” in stile blues.


Gli Allman Brothers ottengono un successo immediato grazie alle novità musicali contenute nell’album, e divengono leggenda continuando a sperimentare e a stupire con i successivi lavori in studio, Idewild South del 1970 (che otterrà ancora più successo rispetto al primo album), At Fillmore East del 1971 (che diventerà disco d’oro, oltre che uno dei migliori album live mai registrati) e Eat A Peach, pubblicato nel 1972, pochi mesi dopo la morte prematura di Duane Allman.


La prima parentesi della storia della Allman Brothers Band si conclude proprio con la morte del virtuoso chitarrista il 29 ottobre 1971 in un incidente motociclistico nei pressi di Macon, in Georgia. Fu Dickey Betts a completare le parti di chitarra di Duane per l’album Eat A Peach che a lui venne dedicato dai suoi compagni. La stessa sorte toccherà al bassista Berry Oakley l’anno seguente, anch’egli morto in un incidente motociclistico, nei pressi del luogo dell’incidente dove morì Duane l’anno prima.

“Skydog” Duane Allman entra così nella leggenda a 24 anni, dopo aver lasciato la sua impronta nella storia della chitarra rock, rimanendo inoltre uno dei più virtuosi chitarristi slide. La sua opera e la sua passione per la musica rimarrà scolpita, oltre che nei lavori con gli Allman Borthers, anche nell’epico album dei Derek & The Dominos, Layla and Other Assorted Love Songs. Duane contribuirà a rendere il disco firmato Eric Clapton un’infuocata miscela di virtuosismi chitarristici e di melodie struggenti, in particolare nella celebre “Layla”, dove viene fuori tutta la grinta e l’alchimia musicale che Clapton e Allman condivisero come fossero fratelli.

Il nome Allman Brothers Band conoscerà il carisma e l’eccezionale bravura di altri talentuosi musicisti, fra i quali spiccano il carismatico chitarrista e cantante Warren Haynes, già membro della band The Dead (ovvero ciò che è rimasto dei Grateful Dead dopo la morte di Jerry Garcia nel 1995), Derek Trucks, il chitarrista prodigio, nipote del batterista fondatore degli Allman Brothers, Butch Trucks, senza dimenticare anche Chuck Leavell, tastierista autodidatta che suonò con gli Allman in un paio di album e che in seguito verrà ingaggiato da altri artisti famosi quali Eric Clapton e Rolling Stones.


Gli strazianti bending di Warren Haynes, uniti al raffinatissimo stile finger-picking di Derek Trucks e all’esperienza degli altri membri originali della band, hanno fatto si che gli Allman Brothers continuassero a produrre ottimi risultati dal punto di vista musicale e commerciale, ma sicuramente non esaltanti e irripetibili come l’impatto generato dalla prima formazione, da quel ritmo così trascinante e innovativo, da quei riff taglienti e da quei colori che solo il loro vero creatore, quel ragazzo mingherlino con una Les Paul baciata dagli dei, è riuscito a rendere talmente vividi da non sbiadire mai di fronte alle intemperie del music business.



di ANTONINO BONOMO


Tracklist

THE ALLMAN BROTHERS BAND
(Atco-Capricorn Records, novembre 1969)
  1. Don't want you no more (Spencer Davis, Eddie Hardin)
  2. It's not my cross to bear (Gregg Allman)
  3. Black hearted woman (Gregg Allman)
  4. Trouble no more (McKinley Morganfield)
  5. Every hungry woman (Gregg Allman)
  6. Dreams (Gregg Allman)
  7. Whipping post (Gregg Allman)


Line-up:

Gregg Allman - vocals, organ
Duane Allman - lead guitar, slide guitar
Dickey Betts - guitar
Butch Trucks - drums
Jai "Jaimoe" Johanson - drums, congas
Berry Oakley - bass guitar, backing vocals


2 dicembre 2009

Jeff Beck ed Eric Clapton sullo stesso palco

I due celebri chitarristi annunciano alcune date negli Stati Uniti e in Canada. Sulla scia del successo della loro straordinaria collaborazione a Tokyo lo scorso febbraio, e dopo aver già registrato il tutto esaurito per i due concerti che terranno insieme all’Arena O2 di Londra nel febbraio 2010, Jeff Beck ed Eric Clapton hanno aggiunto altre date alla loro collaborazione “on stage”.

Sia Beck che Clapton portano sulle loro spalle l’ingombrante “peso” di una prestigiosa carriera musicale costellata da innumerevoli premi e riconoscenze.
Jeff Beck è stato inserito due volte nella Rock and Roll Hall of Fame (con i Yardbirds nel 1992, e come artista solista nel 2009), mentre Eric Clapton diviene leggenda nel 2000, quando, come solista, venne inserito per la terza volta (record assoluto) nella lista dei più grandi artisti della storia del Rock, dopo essere stato ammesso assieme a Beck nel 1992 con i Yardbirds e l’anno successivo con i Cream.

I loro percorsi musicali sono uniti proprio dalla comune esperienza con il leggendario gruppo degli Yardbirds. Eric Clapton lasciò la band nel 1965 e, ironia della sorte, venne rimpiazzato proprio da Jeff Beck. I due rimasero comunque grandi amici fin da quel periodo, ma fin’ora hanno collaborato insieme soltanto per qualche evento di beneficienza. Adesso, a più di quarant’anni dallo scioglimento della formazione originale degli Yardbirds, i due amici hanno deciso di condividere il loro sovrannaturale talento.

Proprio recentemente, Jeff Beck si è esibito al Madison Square Garden in occasione del 25° Anniversario della nascita della Rock and Roll Hall of Fame. Beck ha sfoderato una performance d’applausi di 40 minuti dividendo il palco con ospiti d’eccezione: Sting, Buddy Guy e Billy Gibbons; da incorniciare la rovente “Superstition” di Stevie Wonder. Sempre di recente, Beck ha pubblicato il dvd Live at Ronnie Scott’s, che ha ottenuto il disco di platino negli Stati Uniti, in Canada e in Giappone. Attualmente sta portando avanti a Londra le registrazioni del suo nuovo album.

Eric Clapton ha terminato di recente il tour Nord Americano con Steve Winwood, suo grande amico e co-fondatore dei Blind Faith, ottenendo il tutto esaurito in tutti gli show. Ha inoltre pubblicato il secondo dvd del Crossroads Guitar Festival, ottenendo diversi dischi di platino negli Stati Uniti.

“Eric ed io abbiamo suonato insieme in Giappone all’inizio di quest’anno. Prima di allora ci siamo incontrati solo per qualche occasione e abbiamo sempre parlato di mettere su uno show del genere per i nostri fan. Finalmente, riusciremo a suonare insieme nel 2010.” [Jeff Beck]

“Ho sempre considerato Jeff Beck come uno dei chitarristi più raffinati che ci siano in giro. È un amico, una grande persona e un musicista con un vero dono di natura. Ci siamo divertiti così tanto in Giappone che sembrava impossibile non suonare insieme di nuovo.” [Eric Clapton]

La loro collaborazione sarà senza dubbio uno degli eventi musicali più importanti di questa prima decade del XXI secolo. Le due leggende della chitarra non hanno ancora rivelato la scaletta dei concerti, ma hanno già anticipato che durante la prima parte del concerto si esibiranno da soli, proponendo il proprio repertorio, e a seguire suoneranno insieme sullo stesso palco.




Ecco le date fin’ora programmate:

13 febbraio 2010 – Arena O2, Londra (sold-out)
14 febbraio 2010 – Arena O2, Londra (sold-out)
18 febbraio 2010 – Madison Square Garden, New York
21 febbraio 2010 – Air Canada Center, Toronto
22 febbraio 2010 – Bell Center, Montreal



di ANTONINO BONOMO

(news su www.ericclapton.com)

4 novembre 2009

Recensione: Dragontown - Alice Cooper

Disperato, insaziabile e moderno. Alice Cooper nel 2001 ha dato vita ad uno degli album più "completi" ed oscuri della sua carriera. Dragontown non può di certo lasciare impassibili i fan del vero principe delle tenebre: un rock imbevuto di puro industrial e cori angelicodemoniaci che porta l'ascoltatore all'inferno senza certezza di un possibile ritorno. Come Virgilio accompagna Dante nei gironi infernali, Alice Cooper ci trascina in un contesto metropolitano, malato e sempre più buio. Fra i brani più rappresentativi di sicuro spiccano Deeper e Death, Sex and Money ma questo Dragontown è uno dei tanti album di Alice da ascoltare stringendo i denti, tutto d'un fiato.
Da considerare idealmente come il terzo capitolo della trilogia iniziata con The last temptation e proseguita con Brutal planet, Dragontown è certamente il più cupo e introspettivo fra gli album del periodo post hair-metal.
Curatissimo nel sound e nella composi
zione è da porre fra le migliori opere heavy del produttore esecutivo Bob Ezrin. A distanza di circa otto anni dalla sua uscita, il disco non perde un briciolo di credibilità, anzi, mette in evidenza ancora una volta la capacità da parte di Mr. Furnier sia di innovare che di lanciare stili e linguaggi come fosse la cosa più semplice del mondo. L'album inoltre sente delle sonorità "suggerite" da Bob Marlette, uno dei produttori più conosciuti dell'ambiente del rock duro. Ha già infatti lavorato per Ozzy Osbourne, Toni Iommi e Glenn Hughes. Marlette nell'album è impegnato alla chitarra, alle tastiere e al basso e il suo tocco di rock ultramoderno permette di accostare l'album a lavori come Fused di Iommi e Hughes e al precedente Brutal planet del 2000.

I chitarristi Ryan Roxie e Wayne Swinny straziano e devastano con le loro affilate asce a sei corde, ovviamente per portare a compimento l'ennesima opera di commistione fra melodia e potenza voluta dai produttori. Il nu-metal di oggi forse non ha molto altro da aggiungere in termini di qualità, ma di sicuro in Dragontown il suono ipnotizzante e i riff ultra pesanti tendono di più ad avvicinarsi al cosiddetto stoner rock. Un album solo per appassionati, per gli amanti del brivido e della poetica di Alice.

di Francesco Giacalone

TRACK LIST:

01) TRIGGERMAN
02) DEEPER
03) DRAGONTOWN
04) SEX, DEATH AND MONEY
05) FANTASY MAN
06) SOMEWHERE IN THE JUNGLE
07) DISGRACELAND
08) SISTER SARA

09) EVERY WOMAN HAS A NAME
10) I JUST WANNA BE GOD
11) IT’ S MUCH TOO LATE
12) THE SENTINEL



8 luglio 2009

Reunion: Intervista a Massimo Scialò

Per comprendere con maggiore chiarezza l'attualissimo fenomeno delle reunion dei grandi gruppi del passato e scoprire gli aspetti economici che muovono il settore degli eventi “dal vivo”, abbiamo intervistato Massimo Scialò, amministratore delegato della società francese Scl Initiatives France che si occupa di comunicazione, produzione audiovideo e realizzazione di concerti ed eventi. Nel 2003, grazie ad anni. di esperienza, ha pubblicato il testo "I segreti del Rock", nel quale vengono analizzati i diversi elementi che fanno capo alle grandi produzioni musicali: le major, i concerti, l’immagine degli artisti, il marketing e la pubblicità. Rispondendo ad
alcune domande riguardanti il mercato discografico, la rivalutazione delle icone rock del passato e gli investimenti sui tour, Scialò ci ha rivelato nuovi particolari ed offerto alcune considerazioni personali.

All’interno del testo I segreti del rock si parla di una situazione di stallo, riguardo la capacità di attrazione da parte delle rockstar. Oggi con le reunion di band molto influenti del panorama del rock, questa situazione non le sembra essere mutata?

Non è proprio così; in realtà questi personaggi, queste rockstar, rappresentavano in passato un way of life, nel senso che eranoun punto di riferimento che andava ben oltre l’evento, il concerto e persino ben oltre i brani che suonavano; erano degli opinion leader, seppur talvolta un po’ criptici. In occasione delle reunion, questo elemento non riviene fuori, nel senso che nessuno considera una reunion di una band importante come una occasione per rinverdire i fasti di un “atteggiamento” legato agli anni sessanta o settanta, ma esclusivamente come una occasione di entertainment. Rileviamo per questi eventi un tipo di pubblico che passa da vedere “Mamma mia”, il musical con i pezzi degli Abba, alla reunion di band come i Genesis, con lo stesso spirito, legato a nessun particolare rapporto con la star se non con un interesse per il brand che la star stessa rappresenta. Se i tre membri dei Police avessero optato, nel loro ultimo tour, per un altro nome da dare alla band, avrebbero avuto dei risultati infinitamente minori; questi personaggi non rappresentano niente di più che la cover band di se stessi. Quello che conta è il brand. Le discussioni su chi detiene il nome o il marchio hanno diviso tantissimi gruppi e queste problematiche sono sorte perché gli stessi artisti si rendono conto di tale realtà. E’ vero che c’è un grande successo dei reunion-tour, ma è vero che questo non rappresenta la rigenerazione dell’essenza della rockstar come punto di riferimento. Ad esempio nel 1968 un musicista a secondo di quello che diceva, come si vestiva, quali erano le sue dichiarazioni sul Vietnam o su altre questioni politiche e sociali, finiva per incidere in maniera ampia, se non profonda,
sulla società. Oggi come oggi questa è un capacità assolutamente assente.

Nel testo, viene messa in evidenza la crisi del mercato legato al genere rock fra la fine degli anni settanta e l’inizio degli anni ottanta. I critici parlavano di appannamento artistico o di declino; Lei spiega invece che si trattava innanzitutto della volontà, da parte dei discografici, di promuovere figure nuove per lo star system. Oggi perché si sceglie di organizzare dei tour, puntando nuovamente sulle “vecchie” rockstar?

E’ importante sottolineare che fra gli anni settanta e gli anni ottanta, non sono stati affatto gli artisti a non avere più un appeal, c’è stato un cambiamento da parte degli utenti, cioè, in
questo periodo storico è cambiata la società, ed alcuni artisti che avevano intercettato talvolta inconsapevolmente le esigenze del pubblico, rappresentandole, continuavano a farlo ma senza intercettarne delle nuove: nel frattempo la gente era interessata ad altre tematiche. Possiamo dire che il rock è morto con Thriller di Michael Jackson. Un disco che ha venduto centoquattro milioni di copie, ma che si “indossava” come una maglietta qualsiasi, non avendo nessuna particolare essenza; non era The Dark side of the Moon dei Pink Floyd. Oggi le reunion valgono come i remake dei grandi film degli anni sessanta e settanta. E’ cinico affermarlo ma l’elemento
commerciale è assolutamente alla base di queste operazioni. Non si tratta di un’esigenza artistica, personale o di vita ma di una situazione pianificata a tavolino. Ricordiamoci che stiamo parlando di signori che hanno superato i cinquant’anni, i quali gestiscono questo bussines in maniera molto lucida, diventando dei manager. Ad esempio David Bowie, si è riappropriato delle vecchie edizioni dei suoi lavori, ha creato una società di gestione con esclusiva anche sui suoi album futuri, e l’ha quotata in borsa, promuovendo la società attraverso canali non “istituzionali” per la borsa. Bowie è riuscito a vendere circa il sessanta per cento delle quote, per un realtà che al tempo aveva un valore nominale intorno agli ottanta milioni di sterline e che nel giro di un anno ha venduto a quasi seicento milioni, con una operazione di finanza creativa e di investimento assolutamente geniale. E’ evidente che le sue priorità non sono più legate esclusivamente al lato artistico. Bowie ha comunque prodotto degli ottimi album anche dopo la creazione di questa società finanziaria, con una gestione più matura ma, sevogliamo, anche più cinica. Al di là di tutto ciò c’è comunque un elemento fondamentale: il costo dei biglietti dei concerti. Negli Stati Uniti, il costo dei ticket per assistere ad una esibizione di Avril Lavigne o dei Green Day è molto inferiore rispetto a quello dei Genesis o deiPolice. John Innamorato, uno dei responsabili dell’area East Coast di Live Nation, (società americana di organizzazione di eventi dal vivo) poco tempo fa mi ha “passato” delle informazioni interessanti sull’argomento. Se la Live Nation organizza un grande concerto di Avril Lavigne, è obbligata a definire un costo per i biglietti con un range che va dai venticinque ai quarantacinque dollari perché il pubblico è molto giovane o perché è accompagnato dai genitori che ovviamente non possono farsi carico di cifre ingenti. Per quanto riguarda i concerti di un band come i Police in una location di rilievo come il Madison Square Garden di New York i prezzi dei biglietti risultano molto elevati ma soprattutto sono disponibili anche alcuni posti nella tribuna d’onore con un costo di circa duemila e cinquecento dollari. Tutto questo è possibile perché nel frattempo il pubblico che segue queste band ha raggiunto una fascia d’età tale da avere una certa stabilità economica. Ho anche assistito a Washington ad un concerto della pop-star Cindy Lauper che contrariamente a ciò faceva negli anni ottanta, si esibisce in club da appena mille posti ma con il prezzo di un singolo biglietto che arriva a settanta dollari. In tal modo l’artista e gli organizzatori incassano molto di più rispetto ai momenti di maggiore successo e visibilità. Oggi al pubblico dei quarantenni è più difficile imporre un cantante nuovo poiché generalmente ascoltano poca musica e con meno attenzione che in passato, preferendo assistere ad una esibizione che tocca da vicino i loro gusti musicali. Oggi, in un certo senso, possiamo accostare il rock alla musica classica. C’è stata una stagione in cui gli artisti principali di questo genere si sono espressi ai massimi livelli, dopo, nel corso degli decenni si sono susseguiti dei
grandi interpreti che hanno portato avanti e reso ancor più celebri artisti come Mozart o Beehtoven. E’ normale assistere ad un concerto di musica classica diretto da Riccardo Muti poiché questo è l’unico modo in cui essa può essere “fruita”. Lo stesso ragionamento possiamo riferirlo all’epoca d’oro del rock e alle varie tribute band che oggi spopolano nei club di tutto il mondo. Inoltre, possiamo dire che le reunion non nascono per una rinnovata creatività artistica poiché il pubblico non vuol ascoltare il nuovo materiale ma solamente i grandi
successi del passato.

La sostanziale debolezza economica delle etichette discografiche porta gli sponsor a rivestire un ruolo principale nella organizzazione di un evento live. In base alla rock-band che si esibisce sul palco come cambiano le scelte di investimento?

Gli sponsor investono sulla base della visibilità che possono ottenere, dunque, sponsorizzare un concerto dei Rolling Stones ha comunque e in tutti i casi un valore maggiore rispetto ad un
evento di minore rilievo. C’è da dire, inoltre, che molti di questi gruppi sono effettivamente dei brand, con una collocazione specifica. Alcuni sono vendibili, altri fanno più fatica a causa del fatto che sono definiti in target. Se oggi ritornasse sulla scena Bob Marley, una certa serie di sponsor
non sarebbe disposta a sostenere l’evento poiché l’immagine generale non andrebbe nella direzione da loro auspicata in riferimento al prodotto. Ci deve essere necessariamente un
legame fra l’immagine dell’artista e quella del prodotto, una compatibilità di due brand. Un gruppo come i Rolling Stones ha da sempre incarnato l’esatto cross-over fra un certo livello di bohemien e un certo tipo di conservatorismo e per questo motivo sono perfetti per le sponsorizzazioni. Gli Stones sono la quint’essenza del brand cioè della musica concepita come un
elemento di mercato. Loro mettono in primo piano le esigenze di chi ha pagato il biglietto. Oggi, comunque, persino un gruppo come i Sex Pistols sarebbe sicuramente sponsorizzato da una compagnia telefonica. Alle aziende interessa poco, di per sé, il lato artistico, interessa molto di più l’esposizione. Un tour degli Stones o dei Police garantisce dei risultati importanti sia per l’elevato numero dei partecipanti che per la garanzia di visibilità sui maggiori media.


di Francesco Giacalone

28 aprile 2009

The Rolling Stones: "brutti, sporchi e cattivi"


I Rolling Stones sono una delle maggiori espressioni del rock. Essi hanno rivisitato in chiave più dura il classico R n' R degli anni cinquanta, con continui riferimenti al sesso e con la celebrazione delle droghe pesanti. Per il loro essere trasgressivi furono fin troppo spesso considerati "brutti, sporchi e cattivi" ed in contrapposizione ai più rassicuranti Beatles.
La sfida con i fab four fu creata spesso dagli stessi Rolling Stones che si comportavano in modo volutamente antitetico rispetto ai Beatles, creando così un modello alternativo ad uso e consumo della stampa musicale. I Rolling Stones sono stati, e sono tuttora, una autentica pietra miliare nell'evoluzione della musica del novecento, portando sotto i riflettori il malcontento e di conseguenza la protesta di intere generazioni, incarnando così il travagliato spirito dei grandi bluesman del passato e scegliendo una frase di una canzone di uno di questi (Muddy Waters) come nome del loro gruppo:
I'm a man, I'm a rolling stone!


di Francesco Giacalone

I Beatles lanciano il beat


Primissimi anni sessanta. I Beatles cambiano per sempre il mondo della musica leggera. Il rock parte da quì. John Lennon, Paul McCartney, Ringo Starr e George Harrison con le loro tipiche divise e con il "rivoluzionario" taglio di capelli influenzeranno una intera generazione.

di Francesco Giacalone