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10 dicembre 2011

JaZz Portrait : Wes Montgomery

John Leslie Wes Montgomery nasce il 6 marzo del 1923 a Indianapolis; cresce in una famiglia di musicisti e inizia ben presto ad avvicinarsi al jazz ascoltando i dischi del suo idolo Charlie Christian. All’età di 12 anni imbraccia la sua prima chitarra, una 12 corde, ma la vera folgorazione arriverà quando a vent’anni acquista la prima chitarra semiacustica e, non sapendo leggere la musica, inizia ad imparare a memoria tutti i soli di Christian.

La sua totale dedizione alla chitarra jazz cattura l’attenzione di Lionel Hampton che lo inserisce nella sua storica band al fianco di Charles Mingus, Milt Buckner e Johnny Griffin. Wes affronterà un lungo e faticoso tour al termine del quale deciderà di tornare ad Indianapolis per dedicarsi alla moglie e ai figli. Alternerà quindi la sua attività di musicista con il lavoro in fabbrica per poter mantenere la famiglia, mentre trascorrerà le notti suonando in giro per i locali e al tempo stesso esercitandosi a casa e mettendo a punto la sua tecnica chitarristica che diventerà un vero e proprio “manuale d’istruzione” per le future generazioni di chitarristi jazz.

Il suo talento innato cattura l’attenzione del sassofonista Cannonball Adderley il quale riesce a fargli avere un contratto con la Riverside Records. Montgomery sarà così presente nell’album Poll Winners (1960) di Adderley e nel frattempo pubblica alcune registrazioni con i suoi fratelli a nome Montgomery Brothers. Iniziano così le collaborazioni con i grandi del jazz del momento: Wes registrerà con il Wynton Kelly Trio (ex line-up di Miles Davis) e parteciperà a delle jam session con il gigante John Coltrane, ma resterà sempre dedito ai suoi progetti personali rifiutando persino l’ingaggio da parte dello stesso Coltrane.

Continuerà così a pubblicare album a suo nome per tutta la prima metà degli anni ’60, e nel frattempo il suo stile si discosta sempre più dal bebop e dall’hard-bop per orientarsi verso un pubblico più eterogeneo (non mancherà infatti la presenza dell’orchestra in alcuni dei suoi ultimi lavori).
Raggiunta la fama internazionale grazie anche a pietre miliari del jazz quali Boss Guitar (1963), Smokin’ at The Half Note (1965) e A Day in The Life (1967), Wes Montgomery muore per un attacco cardiaco il 15 giugno del 1968 all’età di 45 anni.



“Ascoltare la chitarra di Wes Montgomery crea lo stesso brivido che provi quando barcolli sull’orlo di un precipizio…”

[Gunther Schuller - compositore, direttore d’orchestra]



Quando Charlie Christian venne allo scoperto, la chitarra elettrica divenne realtà. Quando Django Reinhardt decise di non arrendersi alla menomazione della sua mano sinistra, il jazz manouche divenne realtà. Quando Wes Montgomery mise le mani (anzi il suo pollice) sulla sua prima chitarra semiacustica, la chitarra jazz non fu più la stessa.

Il bebop, l’hard bop e il free jazz avevano in Charlie Parker, John Coltrane, Dizzy Gillespie, Sonny Rollins e Miles Davis i loro inventori e paladini; lo strumento a 6 corde aspettava ancora il suo “paladino elettrico” e nonostante lo scalpore provocato dai suoi colleghi predecessori, Wes Montgomery fu veramente il primo chitarrista jazz a tirar fuori dal suo strumento un suono prorompente e talmente incisivo da restare impresso per sempre nelle antologie del jazz a lui contemporaneo e in quelle delle future generazioni.



Numerose sono le sfumature del bebop; a volte si confondono, altre volte tutte queste “etichette” creano solo confusione. Ma in mezzo alle innumerevoli creazioni di quei geni-chitarristi-ribelli, talvolta riesci a riconoscerne subito il “tocco”: quello di Wes Montgomery colpisce subito l’orecchio per la sua limpidezza, e non solo. È il suono morbido, originale nonché uno dei più completi che verrà poi tramandato ed interpretato da tutti gli appassionati del genere.

La particolarità che rende unico Wes fra tutti gli altri mostri sacri della chitarra jazz è nascosta proprio dietro al suo “tocco”, il quale nasce quasi casualmente quando Wes (non ancora musicista a tempo pieno), lavorando tutto il giorno come operaio, poteva dedicarsi alla sua amata chitarra soltanto durante la notte. La leggenda vuole che Wes, per non disturbare la moglie e i figli durante le ore notturne, imparò a suonare la chitarra utilizzando solo il pollice della mano destra, evitando così di far troppo rumore e sviluppando di conseguenza una completa padronanza e un controllo tale da permettergli di sbarazzarsi del plettro e far uscire quel suono così morbido e quasi “felpato” che lo contraddistingue.


L’originalità di Wes Montgomery si manifesta anche nel suo stile: il virtuosismo diventa il suo asso nella manica e viene svelato solo a piccole dosi e nei momenti giusti. Così, Wes inizia ammaliando con i temi degli standard oppure con quelli scritti di proprio pugno, prosegue con dei piccoli tocchi di classe di “riscaldamento” per poi arrivare al suo pezzo forte: il “gioco delle ottave”. Wes sarà uno dei primi ad utilizzare questa tecnica d’improvvisazione riuscendo a basare interi soli interamente su questo stile. E mentre siete voi a concentrarvi seguendo con l'occhio le sue enormi dita che danzano sulla tastiera della chitarra, lui si concentra a modo suo mostrando il suo indimenticabile sorriso mentre si diverte come un ragazzino ondeggiando ad ogni singola nota seduto sul suo sgabello.

Anche questa sua personale caratteristica diventerà un vero e proprio standard per la chitarra jazz costituendo la base sulla quale artisti del calibro di George Benson, Pat Martino, Lee Ritenour, Pat Metheny e così via, hanno iniziato a sperimentare e a far evolvere questo strumento.

Per una così ben definita pulizia del suono, Wes si avvaleva di un amplificatore valvolare Fender Super Reverb (equipaggiato con 4 coni da 10 pollici) e, negli ultimi anni della sua carriera, di uno Standel Super Custom XV. Il timbro asciutto e “legnoso”, invece, veniva prodotto dalla sua personalissima Gibson L-5CES (da sempre la chitarra pioniera in ambito jazz assieme alla sua “gemella”, la ES-175) che rimase il suo strumento prediletto per tutta la sua carriera.

Preferendo un suono jazz-standard, Wes chiese alla Gibson di produrre un modello personalizzato con un solo pick-up (un ’57 Classic Humbucker) posizionato al manico, eliminando così l’inutile per lui pick-up al ponte (fonte solo di impaccio per la mano destra) e dei relativi due potenziometri del volume e del tono. Altra caratteristica non tecnica: un cuore bianco disegnato sulla cassa della chitarra, proprio sotto il batti-penna.

Nonostante la morte prematura a 45 anni, Montgomery non si è mai astenuto dalle registrazioni in studio, pubblicando più di una ventina di album suddivisi tra la Riverside Records, la Verve e la A&M, più le varie illustri collaborazioni negli album Poll Winners (1960) di Cannonball Adderley, West Coast Blues! (1960) di Harold Land e Work Song (1960) di Nat Adderley.
Partendo da Fingerpickin’ (1958), passando per il capolavoro The Incredible Jazz Guitar (1960) e per il celebre live Smokin’ at The Half Note (1965), Wes Montgomery attraversa un po’ tutte le sfumature del bebop (swing, soul-jazz, blues), prediligendo le formazioni in trio o in quartetto (l’organista Melvin Rhyne e il batterista Jimmy Cobb faranno spesso parte delle sue line-up) fino a sperimentare l’utilizzo dell’orchestra e degli archi in particolare verso gli ultimi anni della sua carriera, accantonando le composizioni d’avanguardia per raggiungere un pubblico più vasto.
Sarà, infatti, uno dei primi artisti jazz ad imbattersi in cover di brani allora famosi in ambito rock e pop: con tanto di accompagnamenti orchestrali, Montgomery crea un modo tutto suo (innovativo per i tempi) di ri-arrangiare dei classici ormai celebri fra le grandi masse di fine anni ’60.

Registra così delle versioni jazz di “Eleanor Rigby”, “A Day in the Life”, “Yesterday” e “I’ll be back” di John Lennon e Paul McCartney, “Scarborough fair” di Simon & Garfunkel, e “rispolvera” parecchi standard. Non mancano brani originali che portano la sua firma e che diventeranno a loro volta degli standard molto noti in ambito jazz: “Four on six”, “West Coast Blues”, “Jingles”, “D-Natural Blues”, Twisted Blues”, e così via.

Oltre ai suoi fratelli Buddy e Monk, per le registrazioni in studio e per i concerti, Wes Montgomery si è sempre avvalso della collaborazione dei migliori musicisti a lui contemporanei: il trombettista Freddie Hubbard, i sassofonisti Pony Pointdexter, Harold Land, i pianisti Tommy Flanagan, Melvin Rhyne, Wynton Kelly, i bassisti Percy Heath, Ron Carter, Paul Chambers, i batteristi Philly Joe Jones, Jimmy Cobb, solo per nominarne alcuni.

Dell’eredità musicale di Wes Montgomery troviamo traccia in quasi tutti i chitarristi jazz oltre che nelle scuole di musica di tutto il mondo. Così come l’evoluzione del jazz non sembra avere confini, il suono e la figura di Wes rimangono scolpiti nella sua discografia della quale riporto di seguito alcuni titoli da me consigliati. Buon ascolto.



di ANTONINO BONOMO




1958 - Fingerpickin'
1959 - The Wes Montgomery Trio
1960 - The Incredible Jazz Guitar of Wes Montgomery
1965 - Bumpin'
1965 - Smokin' at The Half Note
1966 - Tequila
1966 - Jimmy and Wes: the dinamic Duo (with Jimmy Smith)
1967 - A Day in The Life

9 ottobre 2011

Recensione: John Mayall - Blues from Laurel Canyon

"Il 14 luglio del 1968 i Bluesbrakers si sciolsero in seguito alla mia decisione di intraprendere una carriera solista con un piccolo gruppo spalla. Questo mi portò a scegliere le persone giuste per la nuova formazione.
Dubito ci fosse una scelta migliore della chitarra di Mick Taylor che in quest’album splende come non mai. Ha lavorato con me più a lungo di qualunque altro chitarrista e spero che continui per molto tempo.
Sono molto fiducioso anche della nuova sezione ritmica composta da Stephen Thompson e Colin Allen i quali, dopo un breve periodo di oscurità, sono già tornati alla ribalta.
Quest’album ripercorre le 3 settimane trascorse a Los Angeles dopo lo scioglimento dei Bluesbrakers. Sono veramente soddisfatto di come i miei musicisti hanno trasformato in musica tutte le esperienze e le emozioni che ho trascorso durante questa breve visita alla mia nuova casa."
[John Mayall, 3 Settembre 1968]



Bastano le sole parole di John Mayall per descrivere la sua stessa pietra miliare del blues.
Un viaggio attraverso le sfumature musicali di colui che ha fatto del blues una vera e propria ragione di vita, colui che ha attraversato intere decadi rimanendo sempre fedele alla sua religione senza mai fossilizzarsi, ma cercando di rinvigorirla e trasformarla in modo da poter essere tramandata a tutte le generazioni future.

L’immensa produzione musicale di John Mayall scorre sotto il segno del blues, ma abbraccia anche il rock e il jazz oltre ai numerosi talenti venuti allo scoperto grazie a lui: Jack Bruce, Mick Taylor, Peter Green, John McVie, Eric Clapton, Mick Fleetwood, Aynsley Dunbar, Jon Hiseman, Dick Heckstall-Smith, Buddy Whittington e così via.
Ciò che il nome di Miles Davis significa per il jazz, quello di John Mayall si identifica come uno dei più grandi innovatori e cultori del blues di tutti i tempi, in particolare per la scena inglese. Proprio come Miles, John è andato oltre le forme tradizionali del blues lanciandosi nella ricerca di nuove sfumature e, al tempo stesso, facendo leva su svariati talentuosi musicisti. L’impronta indelebile lasciata nella storia del blues riguarderà non soltanto i suoi album, ma anche le produzioni a suo nome e il suo contributo di inestimabile valore nei confronti del revival del blues americano in Europa, attraverso l’organizzazione di svariate sedute di registrazione che ebbero come protagonisti i quasi sconosciuti bluesman americani.

Il viaggio di John Mayall riportato in Blues from Laurel Canyon inizia con il rombo del motore di un aeroplano che lo trasporta nell’area di Los Angeles, un vero e proprio fiume in piena soprattutto nella seconda metà degli anni ’60. È qui che si ritrovano tutti i grandi, coloro che daranno vita a nuove filosofie musicali che di lì a poco cambieranno il volto delle nuove generazioni americane e non solo…
L’avventura americana per Mayall inizia con “Vacation”, un’elettrizzante introduzione scandita da un’impeccabile successione di accordi e dall’immortale solo firmato dal giovanissimo Mick Taylor: un tornado, un fulmine a ciel sereno, un’introduzione da premio oscar che non lascerebbe per nulla presagire ad un disco blues. Subito dopo, l’atterraggio: in “Walking on sunset” e “Laurel Canyon Home”, John descrive tutta la magia trasmessa da questi nuovi luoghi (“all the pretty women”, “everything is like a friend”) e sembra quasi non esserci fine alla bellezza del posto.
Dopodiché, Mayall passa in rassegna gli incontri avvenuti con i musicisti del luogo: in “2401”, esprime tutta la sua ammirazione per “l’eroe” Frank Zappa, colui che cerca di “cambiare il sistema” attraverso la sua musica (“there’s a hero living at 2401, got his Mothers working while you’re having fun”), mentre in “The bear” descrive il suo soggiorno insieme al cantante Bob Hite (che verrà ribattezzato proprio con questo soprannome) e ai Canned Heat nella “casa del blues”, nella quale si ascoltava e si faceva musica giorno e notte.

Tutte le avventure di Mayall vengono narrate sopra uno splendido sottofondo musicale che spazia attraverso il blues, atmosfere esotiche scandite dall’uso dei tamburi (“Medicine Man”), fino a raggiungere il jazz-swing con “Miss James”, dove Mayall mette in mostra tutta la sua versatilità passando dall’organo all’armonica e alla chitarra. Trovano spazio anche le atmosfere “solitarie” come in “First time alone” che viene scandita dal timbro vocale di John, riconoscibile fra mille. La chitarra che a tratti colora il brano è quella di Peter Green, colui che si unì nuovamente ai Bluesbrakers quando Eric Clapton lasciò la band di John Mayall nel 1966.

Un’incredibile e altrettanto atipica traccia di chiusura, “Fly tomorrow”, chiude in bellezza il capolavoro di John Mayall: il quartetto “cuce” con eccellente maestria due brani insieme attraverso un crescendo che passa da un’atmosfera piatta e rilassata ad un turbinio di profonde linee di basso e ritmo incalzante di batteria sopra i quali Mick Taylor punzecchia con la sua Les Paul, mentre Mayall lancia delle vere e proprie sassate sonore attraverso il suo Hammond.
E come se non bastasse, gli effetti psichedelici dell’organo condurranno poi alla chiusura dell’album con un tappeto di percussioni e un fantastico effetto di chitarra alla “spaghetti western” che portano a termine il viaggio di John Mayall.
Blues from Laurel Canyon venne registrato tra il 26 ed il 28 agosto del 1968 negli studi della casa discografica Decca, a Londra. Poco meno di un anno più tardi, lo stesso John Mayall darà la propria benedizione al giovane Mick Taylor per il suo ingaggio nei Rolling Stones, mentre Stephen Thompson e Colin Allen si uniranno agli Stone the Crows. Da parte sua, John inizierà un nuovo capitolo della sua lunghissima carriera, continuando a sperimentare diverse formazioni.



Sono molti i concept album nella storia della musica, ma non nel blues: forse non è il genere adatto per descrivere una vera e propria storia. D’altronde, ogni singolo blues rappresenta una piccola storia a se stante, che sia il mal di vivere, la sofferenza per un amore perduto, il patto con il diavolo, l’ossessione per la bottiglia, la follia di ogni giorno… tutto questo era vero fino a quando John Mayall non creò Blues from Laurel Canyon, attraverso il quale raccontò un viaggio vero, il suo, e lo fece unendo fra di loro (senza pause) tutti quegli episodi che lo segnarono profondamente. Ogni singola avventura diversa dall’altra, diverso colore, diversa tonalità, diversa struttura, diversa storia e diversi protagonisti.

Ora è il vostro turno: tocca a voi diventare protagonisti di questa musica e di queste parole. Buon ascolto.


di ANTONINO BONOMO


Tracklist

John Mayall
BLUES FROM LAUREL CANYON
(Decca Records, novembre 1968)
  1. Vacation E
  2. Walking on sunset Ab
  3. Laurel Canyon Home C
  4. 2401 A
  5. Ready to ride E
  6. Medicine man G
  7. Somebody's acting like a child Db
  8. The bear Bb
  9. Miss James F
  10. First time alone B
  11. Long gone midnight Eb
  12. Fly tomorrow D

All tracks written by John Mayall.

Line-up:

John Mayall - guitar, harmonica, keyboards, vocals
Mick Taylor - guitar, hawaiian guitar
Colin Allen - drums, tabla
Stephen Thompson - bass
Peter Green- guitar on "First time alone"

18 settembre 2011

Recensione : J.J. Cale - Troubadour

“I'm a gypsy man on a one-night stand. I'm with a gypsy van, just travelling the land…”

1976 (da qualche parte nell’Oklahoma)
Mentre la Allman Brothers Band viveva il periodo di maggiore crisi conclusosi con lo scioglimento del gruppo; mentre i Lynyrd Skynyrd accolgono nella loro line-up il chitarrista Steve Gaines intraprendendo l’ultimo di chissà quanti altri anni d’oro della loro carriera, se non fosse stato per l’incidente aereo dell’anno successivo; mentre Leon Russell continuava a sfornare collaborazioni, composizioni e album mentre la sua lunga barba continuava a crescere, e mentre Glenn Campbell, Elvin Bishop e Clyde Stacy facevano del tulsa rock uno dei generi più prolifici tra quelli meno noti al successo commerciale, John Weldon Cale, meglio noto come J.J. Cale, pubblicava il suo quarto album in studio, Troubadour, e continuava senza far troppo chiasso il suo percorso artistico e musicale.



Proprio così, senza far rumore, quasi sottovoce e seguendo imperterrito il suo personalissimo timbro vocale e le sue ballate country, rock e blues. Troubadour è il capolavoro per eccellenza di J.J. Cale, un’ulteriore creazione e conferma della sua arte “minimalista”: la sua voce tenue e giusto un po’ graffiante scorre fra i ritmi smorzati della ritmica, fra le delicate atmosfere di tastiera, organo e fiati e si immerge nello slide delle chitarre country.

J.J. è uno dei pochi a saper incantare con brani che non superano i 3-4 minuti, che non esagera negli arrangiamenti e nei soli, e soprattutto che continua ad essere il punto di riferimento costante per numerosi artisti: Mark Knopfler si ispirerà al suo stile e resterà per sempre devoto alle sue ballad ed Eric Clapton lo considera uno degli artisti che più hanno influenzato la sua carriera, mentre Harry Manx, i Lynyrd Skynyrd e i Kansas riprenderanno alcune sue composizioni.

Come per i suoi precedenti album, J.J. spazia dal country al rock al blues e perfino al jazz, e lo fa alla sua maniera: non prevale mai un singolo strumento, ne tantomeno la sua voce, creando al tempo stesso una piacevole e calma atmosfera sottoforma di piccole degustazioni sonore. Ecco perché non si circonda di superstar per la produzione dei suoi album, ma preferisce dare spazio a vari musicisti quasi sconosciuti, ma di grande effetto per il suo stile.
Durante le registrazioni di Troubadour, si alternano numerosi bassisti, batteristi, chitarristi e pianisti, soltanto alcuni rimangono gli stessi dei suoi precedenti album, ma in generale J.J. conferisce ad ogni singolo brano un sound quasi sempre diverso, talvolta più colorato talvolta più cupo o “elettrico”. Ed è proprio questo il segreto che rende ogni suo album orecchiabile e gradevole, nonostante si mantenga sia lo stile sia la lunghezza delle registrazioni.

Troviamo quindi piccole fiammate elettriche in “Travelin’ light”, “Ride me high”, “I’m a gypsy man” e nell’intramontabile “Cocaine”. Si passa quindi alle splendide ballate country quali “Cherry” e “You got something”, si sfiora il jazz tradizionale con “Hold on” e “You got me so bad” e si raggiunge il blues classico e struggente con “Super blue” e “The woman that got away”. J.J Cale mantiene il suo profilo basso anche nella scelta dei testi, con tematiche che spaziano dal tema dell’amore, felicità, depressione, passando attraverso l’euforia della droga.

Incredibile come la sua semplice voce riesca ad adattarsi su tutti questi diversi tappeti musicali, merito di una devozione artistica tanto gelosamente custodita e mai svenduta in super-collaborazioni o consumata e sparsa per studi televisivi sotto i riflettori.
Il suo carattere riservato sia nella vita privata che in pubblico lo porterà a scegliere pochi selezionati amici con i quali condividere la sua musica (come quando inciderà The Road to Escondido con Eric Clapton nel 2006), così come saranno pochi gli “eletti” che avranno il piacere di suonare con lui su un palcoscenico.



Questa sua riluttanza ad apparire in pubblico non minerà per nulla il suo contributo musicale sia in termini economici che artistici, dal momento che sono innumerevoli i fans che ancora oggi restano devoti alla sua arte minimalista, mentre i più grandi nomi della scena del rock continuano ad omaggiarlo con tributi ad alcune delle sue più celebri composizioni. “After midnight”, “Cocaine” e “Travelin’ light” sono diventate hit numero uno grazie a Clapton e company, mentre “Call me the breeze” e “I got the same old blues” rimangono alcune delle più emozionanti performance live dei Lynyrd Skynyrd.

Ascoltare J.J. Cale significa rilassarsi e gettarsi al tempo stesso nella mischia di quelle sonorità calde, struggenti e “non impegnative” che hanno ritrovato vitalità durante la metà degli anni ’70.
Grazie alla limpidezza delle registrazioni, con Troubadour se non l’avete ancora fatto potrete conoscere J.J. Cale nel suo momento migliore, e potrete immaginarlo seduto su uno sgabello in studio di registrazione o su un palco, con quella sua aria da cowboy mentre suona la chitarra tenendola su un fianco e nel frattempo vi scruta con il suo sguardo sbarazzino.


di ANTONINO BONOMO




Tracklist

J.J. Cale
TROUBADOUR
(Shelter Records, settembre 1976)
  1. Hey baby
  2. Travelin' light
  3. You got something
  4. Ride me high
  5. Hold on
  6. Cocaine
  7. I'm a gypsy man
  8. The woman that got away
  9. Super blue
  10. Let me do it to you
  11. Cherry
  12. You got me so bad

All tracks written by J.J. Cale,
except "I'm a gypsy man" written by Sonny Curtis.


Musicians:

J.J. Cale - vocals, guitar, piano
Charles Dungey - bass (tracks 1, 9)
Tommy Cogbill - bass (tracks 2, 5, 8, 10, 11 ,12)
Joe Osborn - bass (track 3)
Bill Raffensberger - bass (track 7)
Karl Himmel - drums (tracks 1, 2, 4, 9)
Kenny Buttrey - drums (tracks 3, 6, 8, 10)
Buddy Harman - drums (tracks 5, 12)
Jimmy Karstein - drums (track 7)
Kenny Malone - drums (track 11)
Gordon Payne - guitar (track 8)
Chuck Browning - guitar (track 8)
Reggie Young - rhythm guitar (tracks 1, 6, 9)
Harold Bradley - rhythm guitar (track 2)
Bill Boatman - rhythm guitar (track 7)
Lloyd Green - steel guitar (tracks 1, 9)
Buddy Emmons - steel guitar (track 5)
Farrel Morris - percussion (tracks 2, 9, 11)
Audie Ashworth - percussion (track 3)
J.J. Allison - percussion (track 7)
Don Tweedy - arp
Bobby Woods - piano (track 8)
Bill Purcell - piano (track 12)
George Tidwell - trumpet (track 10)
Dennis Goode - trombone (track 10)
Billy Puett - saxophone (track 10)



27 giugno 2011

Pino Daniele & Eric Clapton - Just One Concert

Cava De' Tirreni, 24 giugno 2011. Ore 21.15.

“Stasera è una serata particolare; quando la musica può dare delle risposte, quando la musica può avere un indirizzo sociale, quando la musica può essere fatta per aiutare gli altri è una bellissima cosa. E quando lo fanno anche dei musicisti straordinari, come quest’artista che è stasera con noi… un uomo straordinario che io non finirò mai di ringraziare. Non ci sono poi tante parole da dire: ladies and gentlemen, Mr. Eric Clapton.” [Pino Daniele]

Le parole vengono a mancare quando si cerca di descrivere un momento tanto atteso da anni che finalmente diventa realtà. Non è facile ripercorrere con la sola memoria le emozioni che un tale evento riesce a scatenare, così come non è stato facile per gli oltre 15.000 spettatori (me compreso) presenti allo stadio “Simonetta Lamberti” di Cava de’ Tirreni credere allo spettacolo che è esploso sul palco dove per la prima volta le chitarre di Pino Daniele ed Eric Clapton si ritrovano a “ruggire” insieme per un intero concerto.

Un’ammirazione reciproca cresciuta insieme alle straordinarie carriere dei due chitarristi, ed un’amicizia nata durante la partecipazione di Pino Daniele al Crossroads Guitar Festival del 2010, terzo evento benefico organizzato da Eric Clapton per il Crossroads Centre di Antigua da lui fondato. Sarà proprio un altro evento benefico a riunirli sullo stesso palco, organizzato stavolta da Blue Drag e F&B Previsti, Concert for Open Onlus – In Aid of Children; gran parte dell’incasso del concerto sarà, infatti, devoluto al centro di Oncologia Pediatrica dell’Ospedale “Pausilipon” di Napoli per aiutare i bambini malati di cancro attraverso l’acquisto di una tac.

E così, uno dei più grandi chitarristi ed innovatori del blues italiano ricambia l’invito chiedendo ad un altro dei più grandi chitarristi di sempre, nonché innovatore del blues inglese, di tornare in Italia dopo 5 anni dal suo ultimo concerto tenuto all’Arena di Verona nell’estate del 2006. Cosa potrebbe mai venir fuori?

“Suonare con Eric Clapton per un musicista è come guidare con Michael Schumacher per un pilota. Ho voluto fare un concerto diverso dal solito, andando fuori dagli schemi e dalle regole. Non ci siamo preoccupati di inventare, ma solo di far incontrare due musicisti per un evento benefico che possa aiutare le persone. Questa è la vera cosa fantastica e non c’è altro da dire.” [Pino Daniele]


E lo è stato davvero un concerto fuori dagli schemi, fin dall’inizio, quando Pino Daniele introduce la serata e chiama Eric sul palco facendo impazzire la platea che più di un’ora prima dell’inizio aveva già riempito lo stadio, completando il colpo d’occhio creato dal palco imponente. Pino da il via arpeggiando la sua “Boogie boogie man” ed Eric incalza con dei piccoli tocchi di classe in sottofondo: una perfetta introduzione molto intima (ma già da brividi) che svela pian piano il groove che si crea fra i due maestri e che via via infiammerà la folla.

Il duetto elettrico continua con la splendida “Napul’è” di Pino, anch’essa in un’inedita versione con gli arpeggi di Daniele e i fraseggi di Clapton stavolta non più blues, bensì in perfetta armonia con il feeling intenso della canzone. Il tutto mentre il pubblico completa i versi di una delle canzoni più amate dai fan di Pino Daniele.


Al termine di questo momento “fra amici”, Eric lascia il palco mentre Pino introduce la fantastica band; per l’occasione, Clapton ha portato con se gran parte dei musicisti che lo hanno accompagnato in tour negli anni passati e con i quali prosegue il tour iniziato lo scorso febbraio: Chris Stainton alle tastiere (membro fisso della band di Eric da più di trent’anni, quando lo stesso Clapton lo “rubò” a Joe Cocker), il “veterano” Willie Weeks al basso, il possente Steve Gadd alla batteria (uno dei più talentuosi batteristi rock strappati al jazz), accompagnati per l’occasione dal pianista (nonché direttore d’orchestra) Gianluca Podio e dal sax del leggendario Mel Collins, uno dei più prolifici session man di sempre, il quale (oltre ad aver lavorato con artisti del calibro di King Crimson, Camel, Joe Cocker, Dire Straits, Rolling Stones, Lucio Battisti e così via) ha partecipato alle sessions dell’album Slowhand (1977) di Eric e a quelle di Musicante (1984) e del recente Boogie Boogie Man (2010) di Pino.

Impossibile non aspettarsi uno spettacolo musicale di altissimo livello con una formazione del genere. Ma una sorpresa c’è stata, e a mio parere ha lasciato di stucco sia chi era presente al concerto, sia gli stessi protagonisti: credo che lo stesso Daniele sia rimasto senza parole quando durante la preparazione dell’evento si è reso conto che avrebbe potuto tornare indietro alle sue radici musicali, spaziando fra il blues, jazz e fusion, dando sfoggio alla sua variopinta versatilità che lo ha reso celebre sia in Italia che all’estero. Almeno questa è stata l’impressione che si riusciva a cogliere dall’esterno: le canzoni di Pino hanno assunto tutte una nuova forma, quasi come fossero rivitalizzate dalla precisa e incalzante sezione ritmica di Gadd e Weeks e colorate dalla “raffinatezza” di Podio, dalla “sfrontatezza” di Stainton e dal tocco di classe del sax di Collins.

In questo mix di jazz, blues e pop, Pino trova pane per i suoi denti alternando i suoi classici arpeggi a delle vere e proprie sterzate elettriche eruttate dalla sua Suhr. Ed è così che la perla con la quale inizia il suo set, “Toledo”, si trasforma da una ballad strumentale intrisa dello stile tipico degli anni ’80 in un’originale ed infuocata composizione fusion che mostra subito l’alchimia creatasi fra Pino e il resto della band.

"La scaletta l’ho costruita seguendo un mio criterio di sintonia. Volevo aprire con un po’ di pezzi miei melodici che andassero verso una direzione più rarefatta per poi far ripartire lui con il suono rock blues più intenso. Insomma un modo per dargli la spinta. Eric ha voluto scegliere lui i pezzi da suonare e poi, mano a mano che provavamo la scaletta, era lui a dirmi 'Suoni in questo pezzo piuttosto che in quell’altro'. Suonare con uno come lui è più semplice di quanto si immagina." [Pino Daniele]

L’estasi jazzistica continua con “Je so’ pazzo” e “A me me piace o’ blues” fino a smorzarsi con “Dimentica”, durante i quali Stainton, Podio e Collins si sbizzarriscono ognuno con il proprio stile. A seguire, “Dubbi non ho”, “Che male c’è” e “Sara non piangere” lasciano spazio ai cori del pubblico sempre più estasiato ed incantato dal suo paladino di casa che, oltre alla sua chitarra, fa suonare anche la sua inimitabile voce che dopo più di trent’anni non smette mai di emozionare. E Pino lo fa nella maniera più classica quando posa la chitarra e canta la sua splendida “Quando” accompagnato solo dal pianoforte e dagli strazianti fraseggi del clarinetto di Collins, chiudendo la sua prima parte del concerto con un inchino sommerso dagli applausi.

Arriva il momento di Mr. Slowhand, cha torna sul palco fra le grida del pubblico che non vede l’ora di sentirlo in azione. Insieme a Pino Daniele, Eric suona il tema di “Per te” di Pino, una leggera introduzione strumentale quasi a voler preparare il terreno per l’esplosione che seguirà: Pino lascia il palco, ed il blues di Eric infiamma l’intero stadio aprendo le danze con “Key to the highway”. Ad Eric basta solo il primo bending sul suo primo assolo per mandare in estasi il pubblico che rimane affascinato dalla tensione delle corde della sua Stratocaster azzurrina ingigantita dai maxischermi.

E da quel preciso istante, sarà un continuo alternarsi di assoli ed applausi, assoli e grida, assoli e stupore attraverso “Hoochie Coochie Man” e “Crossroads”. Eric suona e canta alla grande, non mostrando per nulla la stanchezza e la ripetitività della prima parte del suo tour mondiale conclusasi appena dieci giorni prima. È proprio con “Crossroads” (divenuta ormai il suo testamento) che dà tutto se stesso attraverso la chitarra e soprattutto attraverso i versi, regalandoci un’esecuzione che sfida per bellezza ed intensità le innumerevoli registrazioni degli anni passati. La sua band lo segue a ruota libera, con Stainton in grandissima forma che sfodera un solo dopo l’altro quasi a voler sfidare il suo leader.

Pino Daniele non abbandona mai il palco rimanendo defilato ad ascoltare e a “dondolare” sulle note del suo idolo che di li a poco lo chiamerà di nuovo al microfono. Ritorna il duetto, stavolta accompagnato da tutto il gruppo, con una splendida “Wonderful tonight” che Eric interpreta con la stessa intensità in ogni suo concerto da più di trent’anni a questa parte. Momento inatteso quando Pino canta la seconda strofa adattando i versi in italiano: ecco come anche i più anziani “giocano” con la loro stessa arte.


Subito dopo arriva un vero e proprio uragano, sottoforma di “Cocaine”, ovvero l’ennesimo capolavoro firmato J.J. Cale che Eric ha letteralmente fatto suo. Un vero e proprio inno entrato ormai nella cultura musicale mondiale, onnipresente in ogni concerto di Eric ed uscito indenne dalla prova del tempo grazie anche ai continui lifting che Clapton e i musicisti delle sue band hanno adoperato fin dagli anni ’80.
E anche in questo contesto “Cocaine” viene completamente trasformata dal sax di Collins, dagli splendidi assoli di Eric e Pino, ma soprattutto viene quasi dissacrata da quell’inarrestabile Chris Stainton che durante l’ultimo giro di chiusura fa tremare l’intero stadio con un’incredibile boato di note lanciate dalla sua tastiera come fossero bombe a mano. Un finale incredibile che consente ad Eric di lasciare nuovamente il palco fra le urla e gli applausi.

Rimane il padrone di casa, Pino Daniele, con la band ad eseguire altri suoi classici seguendo la stessa linea della prima parte del concerto. “O’ scarrafone”, “Il sole dentro di me”, passando attraverso una vera e propria estasi creata con lo spirito da jam session in “Nun me scuccià” e soprattutto nel pezzo di chiusura, “Yes I know my way”. È qui, infatti, che Pino si scatena facendo ululare con incredibile padronanza la sua Suhr attraverso il tremolo, influenzando anche i suoi colleghi che qui raggiungono il culmine, Steve Gadd in particolare con un mini-assolo che infiamma i suoi fan italiani.

La favolosa band lascia il palco e scompare dietro le quinte, ma tutti i 15.000 spettatori sanno già di dover attendere solo qualche istante per assistere al gran finale (dal momento che manca ancora una celebre canzone all'appello). Ecco che rientra la band insieme a Pino ed Eric, e sarà proprio quest'ultimo a rivelare quale sarà il finale del concerto sfiorando semplicemente le corde della chitarra e intonando "Layla". E anche questa si trasforma in una tempesta di note che vede protagonisti assoluti i due amici che si scambiano gli assoli in un crescendo da brividi che si smorza non appena arriva il celebre riff di pianoforte durante il quale sia Clapton che Daniele rimangono immobili, quasi ipnotizzati dal sax di Collins che conferisce a "Layla" un sound mai sentito fin'ora.
Termina il giro, Steve Gadd batte l'ultimo colpo sui tamburi, e i protagonisti sfilano via dietro le quinte sommersi dal grido dello Stadio che saluta i suoi nuovi eroi.

"E' stata una festa. Sul palco mi sentivo come un bambino che ha avuto in regalo il giocattolo più bello del mondo, il più atteso. Eric è un dio della chitarra, ma anche una persona magnifica, tra di noi è nata un’amicizia che mi pare sincera, mi ha invitato di nuovo al Crossroads Festival di Chicago, per l’edizione 2013." [Pino Daniele]

Come i Pink Floyd nel 1989, Pat Metheny nel 1995 (anche quella volta insieme con Pino) e i Dire Straits nel 1992, anche Eric Clapton lascia il segno a Cava De' Tirreni, e come per i suoi illustri colleghi, la mobilitazione è stata generale con fan provenienti un po’ da tutta Italia.

Eric riprenderà il suo tour mondiale il 6 ottobre con alcune tappe in Brasile, Argentina e Cile, per poi concludere il 2011 con un breve tour in Giappone.
Pino, invece, sta preparando il suo nuovo album con uscita prevista per Marzo 2012, e come ha dichiarato lui stesso, rappresenterà una svolta nella sua carriera, a partire dalla produzione; Daniele, infatti, ha concluso il contratto che lo legava alla Sony Music decidendo di auto-prodursi attraverso la propria etichetta discografica, la Blue Drag, potendo così finalmente “fare quello che voglio”.

[Non credo che dimenticherò facilmente il momento in cui Pino ed Eric suonano le prime note di “Boogie Boogie Man”, quando mi sono davvero reso conto che il sogno stava diventando realtà: ascoltare dal vivo il mio primo idolo della chitarra e ripercorrere le canzoni e lo stile dal quale ho tratto ispirazione per il mio percorso da chitarrista. Aver assistito a tutto questo con gli amici con i quali condivido la passione per la musica lo ha reso ancora più reale e indimenticabile. Grazie.]



recensione, foto e video di ANTONINO BONOMO



Scaletta del concerto:
  1. Boogie Boogie Man
  2. Napul'è

  3. Toledo
  4. Je so' pazzo
  5. A me me piace o' blues
  6. Dimentica
  7. Dubbi non ho
  8. Che male c'è
  9. Sara non piangere
  10. Quando

  11. Per te
  12. Key to the highway
  13. Hoochie Coochie Man
  14. Crossroads
  15. Wonderful tonight
  16. Cocaine

  17. 'O scarrafone
  18. Il sole dentro di me
  19. Nun me scuccia'
  20. Yes I know my way

  21. Layla

Line-up:

Eric Clapton - chitarra, voce
Pino Daniele - chitarra, voce
Steve Gadd - batteria
Willie Weeks - basso
Gianluca Podio - pianoforte
Chris Stainton - tastiere
Mel Collins - sax, clarinetto

24 maggio 2011

Bob Dylan, i 70 anni del poeta del rock

Una carriera lunga cinquant'anni sulla cresta dell'onda tra politica e rivoluzione.
E il menestrello del rock non si ferma mai.

Robert Allen Zimmerman, per gli amici Bob, in arte Bob Dylan. Il menestrello compie 70 anni. Un artista a tutto tondo che ha cambiato radicalmente la storia della musica, un mito vivente capace di distinguersi da subito come cantautore, scrittore e poeta.

Bob Dylan nasce a Duluth, paesino del Minnesota, nel 1941. Diviene una delle figure più influenti del panorama musicale soprattutto per i suoi testi politici e per farsi portavoce dei giovani del '68, nel pieno fervore dei moti di quegli anni.

Chitarra, tastiera e l'inseparabile armonica alla bocca, Bob Dylan girerà il mondo con quel magico Never Ending Tour che lo ha visto sul palco con i migliori artisti della scena internazionale. Eventi unici: da John Fogerty a Tom Petty, da Eric Clapton a George Harrison e poi ancora U2, Bruce Springsteen, The Rolling Stones, Joni Mitchell, Mark Knopfler. Un elenco infinito di grandi artisti che hanno avuto l'onore di suonare con il menestrello Bob.

Gli album di Bob Dylan hanno quasi sempre ricevuto Grammy Award, Golden Globe e Academy Awards. E' ovviamente incluso nella Rock'nRoll Hall of Fame e nel 1999 il Time lo ha inserito nelle cento persone più influenti del XX secolo. Capolavori come "Blowin'in the wind" e "Master of War" fungono da manifesto per tutte le sue opere.

Tutte le televisioni del mondo stanno trasmettendo speciali dedicati ai suoi lavori, alla sua vita e alle sue opere, ma la BBC ha deciso di fargli un regalo particolare per il suo compleanno ovvero un'intervista inedita che rilasciò nel 1996 dove dichiarò la sua dipendenza dall'eroina e il suo pensiero fisso di suicidarsi. Dopo un concerto, ai microfoni della BBC, dichiarava: "Sono uscito dalla dipendenza da eroina a New York. Sono diventato molto teso, voglio dire molto molto teso e ho smesso. Ero solito spendere 25 dollari al giorno in eroina, e ho smesso" - poi il pensiero sul suicidio . "Sono felice ma felicità è una parola un po' conveniente. Mi sparerei al cervello se le cose andassero male. Mi butterei da una finestra, mi sparerei davvero. Penso alla morte in modo aperto, sai".

Forse questo speciale dedicato dalla BBC è per sottolineare quanto è grande la personalità di Bob Dylan. Nonostante questi pensieri, il menestrello senza tempo compie 70 anni, in barba agli invidiosi e ai portasfiga.

di Gennaro Marco Duello




Dopo i live in Cina, Bob Dylan si prepara a festeggiare i suoi 70 anni con un tour internazionale, che toccherà anche l’Italia con il concerto all’Alcatraz di Milano il 22 Giugno.

In un intervista rilasciata al Corriere della Sera, Francesco De Gregori lo ricorda così: "E' stato importante perchè da lui ho compreso come vanno scritte le canzoni, dal punto di vista dello stile, dell'invenzione, della libertà espressiva. Per me e per qualsiasi musicista è un punto di riferimento imprescindibile. Lo era agli esordi e lo è ora che ha settant'anni".

22 maggio 2011

Dedalus - Un'ametista del prog italiano

“L’ametista allontana gli incubi e rafforza la chiaroveggenza e la capacità di sognare.”

Una perla rara, uno scrigno semi-sconosciuto, ma totalmente degno della gloria dei giganti. Si tratta dell’omonimo album di debutto dei Dedalus, una delle tante sfuggenti realtà del jazz-rock “made in Italy”.

L’esplosione di questa nuova filosofia musicale nei primi anni ’70 farà del territorio italiano una delle principali sorgenti musicali dalla quale nasceranno decine di formazioni che, chi più e chi meno, saranno determinanti per definire ed allo stesso tempo creare sempre diverse sfaccettature del progressive, il tutto in perfetta sintonia, musicale e cronologica, con il dilagarsi del rock progressivo inglese, francese, olandese e, soltanto in seguito, quello americano.

In mezzo alla sperimentazione e al connubio fra musica elettronica, free jazz, musica etnica ed impegno politico degli Area, passando per il lirismo più ricercato delle Orme, attraversando l’inesauribile varietà di forme della magica PFM, esplorando le influenze del prog inglese, sonorità mediterranee e la tradizione del melodramma italiano attraverso l’opera del Banco del Mutuo Soccorso, le altre numerose formazioni cosiddette “minori”, pur non avendo riscontrato lo stesso successo di pubblico e critica (soprattutto all’estero) ottenuto dai colossi del prog italiano, hanno comunque lasciato il segno in un’epoca dove la libertà musicale ha raggiunto il culmine sotto tutti gli aspetti: libertà totale nell’armonia, nei testi, nella sperimentazione, nella creatività, nell’impegno sociale e politico, nella follia.

L’opera di gruppi quali The Trip, Alphataurus, Quella Vecchia Locanda, Osanna, Il Balletto di Bronzo, Museo Rosenbach, Perigeo, Campo di Marte, Biglietto per l’Inferno, e così via… questi sprazzi di genialità musicale a volte si sono manifestati in un singolo album o in un solo breve periodo, per poi svanire nel nulla, rimanendo, allo stesso tempo, degli esempi unici e rari dell’istrionismo musicale italiano.

Ognuna di queste gemme ha delle caratteristiche proprie e allo stesso tempo comuni alle altre, eccezion fatta per i Dedalus. I quattro membri fondatori provengono dalla provincia di Torino ed il gruppo si forma nel 1973. Dopo i primi tentativi di ottenere degli ingaggi e i conseguenti rifiuti da parte delle case discografiche, il quartetto sbalordisce critica e pubblico durante la terza edizione del Festival di Avanguardia e Nuove Tendenze, tenutosi a Napoli nel giugno 1973; i Dedalus verranno considerati la migliore rivelazione del festival.

Partirà da qui l’ascesa del gruppo che verrà ingaggiato dall’etichetta milanese Trident (famosa per aver pubblicato lavori discografici di The Trip, Biglietto per l’Inferno, Semiramis, etc.). I Dedalus rimarranno inoltre l’unico gruppo ad aver pubblicato due album per la storica casa discografica “specializzata” nel progressive, dal momento che questa cessò la sua attività nel 1975.

“Una delle pochissime realtà italiane che aveva arricchito i fraseggi con esperienze personali di ricerca. Unico esempio di come si possa affrontare la sperimentazione con idee fresche e geniali evitando presuntuosi intellettualismi.”
[tratto da “Il libro bianco del pop in Italia”, Arcana 1976]

Una perfetta sintesi di ciò che il quartetto riesce ad esprimere nei quasi 40 minuti di musica interamente strumentale, dove sulla matrice del jazz costruiscono delle vere e proprie piramidi di sperimentazione, senza però trasformarle in maestosi palazzi farciti di suoni troppo ricercati ed effetti stratosferici. Con i soli quattro strumenti e con una manciata di sonorità differenti, i Dedalus tirano fuori la più complessa arte minimalista musicale del prog italiano.

I protagonisti di questa nuova (per l’epoca) “filosofia della sperimentazione” portano i nomi di Fiorenzo Michele Bonansone (tastiere, violoncello, fisarmonica), Marco Di Castri (chitarra, sax), Furio Di Castri (basso) ed Enrico Grosso (batteria). L’originale miscela jazz-rock contenuta nel primo album potrebbe, ad un primo ascolto, far pensare alle sonorità fusion, ma ciò che avviene già nella prima traccia, “Santiago”, fa capire come i Dedalus vogliano andare di proposito oltre gli schemi dell’epoca, prendendo una direzione totalmente astratta, risentendo fortemente dell’influenza dei pionieri Soft Machine (in particolare nell’utilizzo del violoncello e del sax).

Caratteristica ricorrente in tutti i brani, ma in modo più accentuato nella suite “CT 6”, è la presenza costante del sottofondo musicale che crea un vero e proprio ambiente che non è mai troppo statico, e permette di inserire dei “micro-innesti” sonori che vanno a contaminare l’esecuzione e a renderla via via sempre più concreta.
Ecco quindi che con pochi piccoli interventi solistici di chitarra elettrica, sax, violoncello e suoni psichedelici, il gruppo non si preoccupi nemmeno per un istante di prolungare a dismisura gli assoli, preferendo mantenere un perfetto equilibrio musicale che si mantiene costante in tutti i 5 brani.

L’apparente semplicità delle composizioni riesce a velare, e mai a prevalere, sui fugaci e accattivanti virtuosismi ritmici della batteria di Grosso e del basso onnipresente di Di Castri, mentre l’atmosfera creata dalle tastiere di Bonansone e dagli effetti stralunati della chitarra di Marco Di Castri riescono a proiettare gli ascoltatori in un vero e proprio viaggio sperimentale.

In questo primo album dei Dedalus, oltre alla novità del sound perfettamente in linea con il movimento contro culturale italiano, troviamo sia gli stilemi già collaudati dai jazzisti più famosi (notevoli le influenze della sperimentazione creata dalla prima produzione dei Weather Report), sia quelle sonorità d’avanguardia che caratterizzano i Perigeo, forse l’unico gruppo che più si avvicina allo stile dei Dedalus.

Con il successivo album, Materiale per tre esecutori e nastro magnetico (pubblicato sempre per la Trident nel 1974), i Dedalus cambiano rotta passando all’uso di suoni più avanguardistici con molto uso dell’elettronica, sfornando un album che richiama a tratti la sperimentazione creata dai Pink Floyd con Ummagumma nel 1969.

Nonostante la buona attività live che si contrappone alle scarse vendite degli album, il gruppo si scioglie definitivamente verso la fine degli anni ’70 (il bassista Furio Di Castri lascerà i Dedalus dopo il primo album per avviare una carriera solista come contrabbassista, mentre il batterista Enrico Grosso abbandona nel 1977). Ci sarà una reunion nel 1990 della formazione del secondo album, mentre nel 2000 Michele Bonansone darà vita con nuovi componenti al Bonansone Dedalus Group che si presenta con un nuovo stile post-minimalista.

Una totale libertà espressiva, volutamente raggiunta dai membri del gruppo, che sfocia in un ensemble musicale che non ha pari nel fruttuoso panorama musicale italiano dei primi anni ’70. Una vera e propria rarità e una delle tante “ametiste” del progressive che consiglio agli appassionati del genere.



di ANTONINO BONOMO


Tracklist

DEDALUS
(Trident, 1973)
  1. Santiago
  2. Leda
  3. Conn
  4. CT 6
  5. Brilla

Composizioni e arrangiamenti dei Dedalus.

Line-up:

Fiorenzo Michele Bonansone - pianoforte, Fender piano MK1, EMS synthesizer
Marco Di Castri - chitarra elettrica, sax tenore
Furio Di Castri - basso
Enrico Grosso - batteria e percussioni



7 maggio 2011

AC/DC: Il feeling dell'Hard Rock

L'idea di andare in scena con la divisa da scolaretto gliel'ha data la sorella. Perché da ragazzino lo vedeva tornare da scuola ogni giorno e, senza cambiarsi così come stava, agguantare la sua fedelissima chitarra e scappare a suonare o chiudersi in camera per provare. E così, più o meno dagli anni Settanta, Angus Young tiene alto lo scettro degli Ac/Dc, la più longeva e potente band hard rock, che a breve pubblicherà un nuovo album dal vivo, Live in River Plate. Perché è proprio dal vivo che esplode l'energia della band australiana, nel rapporto col pubblico.

“Ci sono poche band che possono dire di aver ottenuto quello che abbiamo ottenuto noi - racconta il cantante Brian Johnson a Repubblica – e non parlo di successo, anche se importante. Parlo del rapporto con la gente, con un pubblico che ci segue e ci ama, che viene ai nostri concerti e ne esce soddisfatto e felice. E parlo dell'amicizia che ci lega. Noi siamo davvero una band, suoniamo insieme, pensiamo insieme, sentiamo insieme tutto quello che facciamo. E questo ci rende diversi dagli altri”.

Mentre Young, che insieme al fratello Malcolm è affiancato oggi da Cliff William e Phil Rudd, e soprattutto dalla voce di Brian Johnson, gli fa eco spiegando in cosa consiste il loro segreto: “È hard rock e basta. Musica diretta, immediata, potente, figlia del rock'n'roll. Quando abbiamo cominciato noi, alla metà degli anni Settanta, il mainstream pop era fatto di canzoni dolci, di chitarre acustiche, di ballate. Sentivamo che mancava qualche cosa, che i ragazzi volevano qualcos'altro, che non c'era solo la voglia di ballare al lume di candela ma anche si saltare per aria, di avere attorno dell'energia. C'era bisogno di un po' di buon hard rock. E lo abbiamo fatto. Del resto non pensa che ce ne sia bisogno ancora oggi? è vero che molte cose sono cambiate, le tecnologie sono diverse, il mondo è diverso, le nuove generazioni sono diverse. Ma i sentimenti, i desideri, sono gli stessi. E l'hard rock non è un genere, ma un feeling".

Più che darsi arie da rocker - basta guardarli, il loro segreto è appunto la capacità di cogliere e sviluppare quel feeling di cui parlano, non certo l'immagine o il 'fisico' da superstar – passati i cinquant'anni gli interessa suonare. E basta: “Noi viviamo per fare musica – conclude Young – certo è ovviamente anche un lavoro, ma non è questa la motivazione principale. Non facciamo dischi perché dobbiamo farli ma quando abbiamo canzoni che ci convincono, quando sentiamo che siamo in grado di emozionare la gente che vuole ascoltarci. E poi se provassimo a fare finta, a non essere noi stessi, non ci riusciremmo nemmeno”.



tratto da www.excite.it

3 maggio 2011

The London Howlin' Wolf Sessions - A short Blues tale

“La leggenda del blues e i suoi discepoli”, “il sound moderno del blues”, o ancora “la prima vera super-session del blues inglese”. Questi i titoli del capitolo più riuscito della saga musicale di Howlin’ Wolf, il “bluesman voodoo” dalla voce tagliente e affilata che ha segnato in maniera indelebile la storia del Chicago Blues.

Un raro esempio di commistione musicale: l’originale, scarna, rozza e oscura verve del blues nero americano si unisce all’aurea morbida, ai toni più aggraziati e alle sonorità più frizzanti del blues inglese. Questo è ciò che trasmettono i protagonisti della storica session tenutasi agli Olympic Studios di Londra dal 2 al 7 maggio del 1970.






Chester Arthur Burnett nasce nel Mississippi nel 1910. La musica lo incanta fin da piccolo, quando iniziò ad ascoltare i primi bluesman quali Jimmie Rodgers, Charlie Patton (che diventerà il suo maestro di chitarra). Imparerà, inoltre, a suonare l’armonica grazie ad un altro suo grande maestro e amico: Sonny Boy Williamson II.

Dopo il lavoro nei campi dell’Arkansas e il servizio di leva durante la Seconda Guerra Mondiale, Chester si dedica alla musica mettendo su una sua prima band e iniziando le registrazioni per la Modern e la Chess Records. È proprio in questo periodo che il suo stile blues e il suo soprannome lo rendono famoso in tutto il mondo.

Howlin’ Wolf sconvolge le orecchie degli amanti del blues con la sua voce roca e tagliente che rivoluziona l’essenza del blues di Chicago rivelando il lato più scuro e grezzo sia dei testi che del sound. Il soprannome, che sembra derivi dalle storie di lupi che gli raccontava il nonno, calza a pennello con gli urli e i fraseggi tipici di Wolf che sfoga tutta la sua carica blues e il suo temperamento nei testi degli standard dei suoi predecessori, forgiando al tempo stesso nuovi brani che portano la sua firma e che diventeranno a loro volta dei celebri standard per le generazioni future.

Anomalo cantante blues e anomalo bluesman anche nel suo stile di vita, dal momento che, a differenza di molti altri suoi illustri colleghi che vissero di stenti e diventarono ricchi dopo la loro morte, Howlin’ Wolf godette di buone condizioni economiche e di un successo di tutto rispetto per tutta la sua carriera fino alla morte, nel 1976.

Si sono appena conclusi gli anni ’60, e con loro, oltre ai Beatles, finisce un’epoca storica per la musica: un tramonto che segna, in realtà, un nuovo inizio, una vera e propria trasformazione di tutto quello che il rock, il blues e il jazz hanno impresso nella leggenda. Stanno per nascere il progressive e il fusion, mentre per l’hard rock e il blues si apriranno nuove porte dalle quali usciranno miscugli di vecchio e nuovo, tradizionale e innovativo, “razionale” e “fuori di senno”, e il buon vecchio “lupo del blues” si troverà nel bel mezzo di questa rivoluzione.

Inizia tutto dalla storica Chess Records di Chicago; il giovane produttore Norman Dayron, fresco della produzione di Fathers and Sons di Muddy Waters, sta già pensando al suo altro mito, e non solo: vuole affiancare ad un veterano del blues un gruppo di giovani talenti, nonché star del momento.

È così che durante un concerto al Fillmore West, tramite Mike Bloomfield, Dayron incontra un giovane chitarrista che a soli 25 ha già fatto parte di supergruppi, ha fatto suo il blues e lo ha rivitalizzato facendo impazzire i giovani degli anni ’60 che gli hanno dedicato frasi scritte sui muri. Quando Dayron gli propone di registrare un disco con un “certo” Howlin’ Wolf, Eric Clapton ha già firmato il contratto ed ha già contattato la sezione ritmica dei Rolling Stones.

Tutto fatto. Inizia qui la catena di montaggio che produrrà The London Howlin’ Wolf Sessions, non solo un ennesimo capolavoro del blues, ma anche punto di contatto tra due generazioni musicali, un evento unico e precursore.

Oltre a Charlie Watts e Bill Wyman, Clapton richiede fortemente anche il “sesto Rolling Stone”, il quasi dimenticato Ian Stewart, pianista, nonché uno dei fondatori degli Stones che dovette poi abbandonare il gruppo anche se solo “ufficialmente”, continuando infatti ad essere il road manager della band e ad incidere il piano in molte loro registrazioni. Dayron reclutò anche Hubert Sumlin, chitarrista e storico componente della band di Wolf, e il diciannovenne armonicista prodigio Jeffrey Carp.

Ma in tutto questo, che ne pensa Howlin’ Wolf dell’idea di Dayron?

Si narra che il produttore sudò non poco per riuscire a domare il carattere non proprio malleabile di Burnett. Dayron aveva sentito molte storie sul carattere di Howlin’ Wolf; quando andò a vedere un suo concerto, si aspettava che Wolf portasse in scena un vero e proprio voodoo show, che avrebbe sacrificato un pollo vivo o che sarebbe uscito di testa, che si sarebbe messo ad urlare o che avrebbe combinato la qualunque su quel palco. E invece, Howlin’ non fece niente di tutto ciò. Anzi, come dichiarò lo stesso Dayron, tirò fuori una performance straordinaria, uno spettacolo musicale sostenuto dalla sua voce e dagli ottimi musicisti della sua band.

Dopo il trionfo del primo “esperimento” ottenuto con l’album Fathers and Sons (nel quale riuscì ad amalgamare insieme il blues di Muddy Waters con il rock puro di Mike Bloomfield, Paul Butterfield, Buddy Miles e Duck Dunn), Dayron si convinse a ripetere l’impresa: registrare l’inimitabile voce di uno dei più rivoluzionari bluesman contemporanei con un sottofondo musicale altrettanto fuori dal comune per un classico disco blues.

Il giovane produttore risultò essere così determinato nel suo intento da riuscire a convincere perfino lo stesso protagonista che inizialmente si mostrò reticente al progetto. Ma alla fine, l’idea di rispolverare il sound delle sue stesse composizioni piacque perfino ad un duro come Howlin’ Wolf.

Dayron scandagliò con cura il repertorio di Wolf, cercando di selezionare quei brani che potessero dar pieno risalto alla sua voce e al tempo stesso consentire ai musicisti di esprimere al meglio il sound. E nel frattempo, dovette anche preoccuparsi delle precarie condizioni di salute di Howlin’ a causa della sua dipendenza dall’alcool. E quando si azzardava a consigliare di moderare il suo stile di vita, bastava un’occhiataccia o un ghigno di Wolf per capire che non l’avrebbe mai ascoltato, neanche quando ordinò al servizio dell’hotel dove alloggiava Wolf a Londra di non portargli alcolici in camera.

Dopo il trasferimento dei musicisti da Chicago a Londra, il 2 maggio si mette in moto la produzione dell’album. Come tutti i capolavori che si rispettino, anche questo ha le sue curiosità e i suoi aneddoti, e iniziano proprio il primo giorno, quando si scopre che Charlie Watts e Bill Wyman non erano disponibili a causa di impegni già stabiliti in precedenza. Per non perdere le preziose (e costose) ore già prenotate agli Olympic Studios, Dayron contatta il Beatle Ringo Starr, il quale porta con sé il suo amico bassista Klaus Voorman. Recuperata la sessione ritmica, il gruppo si mette a lavoro registrando i primi brani, ma sorgono subito le prime discordie fra Howlin’ Wolf e Ringo Starr, il quale, essendo un batterista rock, non riesce a dare la giusta consistenza agli shuffle blues. Finirà qui l’avventura di Starr e Voorman che verranno rimpiazzati il giorno successivo da Watts e Wyman.

Un’altra sorpresa del primo giorno riguarderà anche Mr. Slowhand. Appena arrivato in studio, Clapton trova Hubert Sumlin in un angolo mentre accorda la chitarra, al che, intimidito, si rivolge a Dayron chiedendogli “Per che cosa mi hai ingaggiato? Voglio dire, c’è già Hubert, lui è il mio idolo ed è perfetto per Wolf, io non ti servo!”. La risposta di Norman lo lasciò di stucco: “Hubert registrerà solo le parti ritmiche, suonerai tu la chitarra solista.”

Un’altra svolta decisiva per le sorti del disco avvenne durante alcune prove prima delle registrazioni vere e proprie. Gli attriti fra il gruppo e Howlin’ Wolf non mancheranno, considerando sia il carattere di quest’ultimo sia il fatto che si trovavano insieme in studio per la prima volta. Ma fu durante la registrazione di “The Red Rooster” che le cose cambiarono; Clapton stava provando un riff con lo slide, quando Wolf gli da un suggerimento.

Per non sbagliare una seconda volta, Clapton passa la chitarra acustica a Wolf e gli chiede di suonare la base in modo da poter dare una guida ai musicisti. L’occhiata di Howlin’ e il suo stupore di fronte ad una richiesta del genere inizialmente fecero gelare lo studio: era come se una recluta si fosse permessa di sfidare il proprio sergente durante un’esercitazione. Ma subito dopo anche gli altri musicisti incitarono il vecchio bluesman a suonare il brano, in modo da poterlo eseguire esattamente come lui lo preferiva. Clapton insistette, e alla fine Wolf accettò, vincendo l’insicurezza e padroneggiando la sua vecchia acustica Sears Silverstone che negli ultimi anni aveva un po’ tralasciato.

Come dichiarerà lo stesso Dayron che assistette a tutta la scena da dietro il vetro in regia, il ghiaccio fu rotto e le registrazioni andarono sempre meglio: “Si era infranta quella ‘barriera’ di timore da parte dei giovani musicisti e di distacco da parte del leader, creando i presupposti giusti per lasciar fluire la musica.”

La magia che si creò in studio da quel momento è scolpita nelle tracce dell’album: la band porta il blues oltre le tradizionali 12 bar grazie al ritmo talvolta serrato, talvolta quasi country dell’accademico Charlie Watts e grazie alle linee di basso di Bill Wyman che esce fuori dai canoni degli Stones e si improvvisa un perfetto bassista blues con la giusta dose di innovazione. Ian Stewart non fallisce un colpo con il suo celebre tocco che garantisce l’atmosfera pianista gradevole e longeva dell’album, così come ha contribuito a farlo da esterno negli Stones, al pari della forza sprigionata dal duo Jagger/Richards.

Un debutto da sogno, invece, per il diciannovenne armonicista Jeffrey Carp che si ritrova immerso fra delle vere e proprie leggende. Una di queste, Howlin’ Wolf, non si risparmierà per tutta la durata delle registrazioni, nonostante le sue condizioni di salute non certo sfavillanti, e nonostante il suo fisico venisse messo a dura prova, come quando alla fine della seconda giornata in studio viene colto da un collasso e sviene in bagno. Perfino quando Dayron lo ritrova privo di sensi e lo accompagna fuori verso l’ambulanza Wolf si rifiuta di salirci sopra. Chester se ne infischia e, come sempre, urla al microfono la sua voce, unica e riconoscibile per fino dallo spazio, cantando i lamenti celebri del blues, le storie d’amore fallite, il sogno del bluesman maledetto che si ribella all’oppressione, al razzismo, trovando la “pace” nella bottiglia e nella chitarra. Wolf mette da parte i suoi 60 anni e torna a divertirsi con la musica come fosse un ragazzo, circondato da suoi coetanei.

Uno di questi, in particolare, riuscirà a farlo uscire dal suo “guscio”, strappandogli un commento quale “Quel ragazzo con quella chitarra laggiù è fuori dal comune!”. Eric Clapton sfodera una delle sue migliori performance blues di sempre, lanciando le ultime fiamme prima di sfociare di li a poco nell’estasi più totale con i Derek and The Dominos, per poi crollare nel tunnel della tossicodipendenza ed uscirne soltanto 3 anni più tardi, per tornare di nuovo sul tetto del mondo e portare avanti un lungo percorso musicale che contribuisce ancora oggi a renderlo uno dei pochi immortali della storia della musica contemporanea.

Purtroppo, una piccola nota dolente nell’ensemble musicale intaccherà la performance dell’altra leggenda della chitarra blues, Hubert Sumlin. Quando Dayron porta i nastri a Chicago per il missaggio finale alla Chess, si accorge che l’amplificatore di Sumlin non è stato degno del suo esecutore, rovinando buona parte delle incisioni.

A questo punto, il produttore non può fare altro che salvare il salvabile, sovra-incidendo la parti di chitarra mancanti attraverso le chitarre di Paul Asbell e BeBop Sam, entrambi musicisti di Chicago e turnisti della Chess Records. Per colmare, inoltre, alcune lacune sonore, Dayron inserisce alcune parti di basso eseguite da Phil Upchrch e altri riff di tastiera eseguiti dall’ex-collega di Clapton negli appena scioltisi Blind Faith, Steve Winwood.

Le sovra-incisioni completano quindi l’odissea dell’album che viene pubblicato dalla Chess nell’estate del 1971. Un’ulteriore edizione “ri-visitata” verrà pubblicata 3 anni più tardi, mentre nel 2003 viene rilasciata l’immancabile Deluxe Edition che contiene altre registrazioni scartate dal missaggio finale, nonché il celebre fuori onda fra Howlin’ Wolf ed Eric Clapton durante le prove di “The Red Rooster”.

Gli sforzi del giovane produttore Norman Dayron, uniti al preziosissimo contributo musicale del cast d’eccezione delle registrazioni, alla fine hanno dato alla luce i frutti sperati: l’album ottiene un ottimo successo commerciale ed entra di diritto nella storia del blues, identificandosi come uno degli eventi musicali più riusciti del genere.

Per chiudere questo breve capitolo della storia del blues, leggete queste ultime righe come se fossero le frasi di un narratore esterno che sta per concludere la sua storia fatta di ricordi, di emozioni e, perché no, di leggende:

“Wolf non riusciva a credere che uno sbarbatello bianco sarebbe stato il suo produttore. Ma rimase talmente sbalordito dalla determinazione di Norman nell’ottenere il suo rispetto che alla fine mise da parte l’orgoglio e accettò il progetto. E sicuramente, dopo la pubblicazione dell’album e il suo successo, chissà quante volte Wolf avrà ringraziato Dayron per aver creduto in lui…. Neanche una volta, secondo il sottoscritto. Mi piace pensare che Wolf gli sia stato grato, si sia divertito durante le registrazioni con i suoi straordinari giovani discepoli e il giorno dopo la fine delle sessions sia rientrato nel suo turbinio esistenziale scandagliato dai suoi lamenti blues, dalle strida della sua armonica, seduto sulla sua sedia a dondolo con una bottiglia ai suoi piedi e con la mente già immersa in un altro viaggio: un ennesimo travaglio diretto verso il prossimo ‘incrocio’ dove poter incontrare i suoi predecessori ed unirsi con loro alla danza del diavolo.”


di ANTONINO BONOMO




Tracklist

Howlin' Wolf
THE LONDON HOWLIN' WOLF SESSIONS
(Chess Records, 1971)
  1. Rockin' daddy (Howlin' Wolf - registrazione del 4/5/1970)
  2. I sin't superstitious (Willie Dixon - registrazione del 2/5/1970)
  3. Sittin' on top of the world (Mississippi Sheiks - registrazione del 6/5/1970)
  4. Worried about my baby (Howlin' Wolf - registrazione del 7/5/1970)
  5. What a woman! (James Oden - registrazione del 7/5/1970)
  6. Poor boy (Howlin' Wolf - registrazione del 4/5/1970)
  7. Built for comfort (Willie Dixon - registrazione del 7/5/1970)
  8. Who's been talking (Howlin' Wolf - registrazione del 7/5/1970)
  9. The red rooster (rehearsal 7/5/1970)
  10. The red rooster (Willie Dixon - registrazione del 7/5/1970)
  11. Do the do (Willie Dixon - registrazione del 6/5/1970)
  12. Highway 49 (Joe Lee Williams - registrazione del 6/5/1970)
  13. Wang dang doodle (Willie Dixon - registrazione del 4/5/1970)

Line-up:

Howlin' Wolf - vocal, harmonica, bottleneck guitar
Eric Clapton - lead guitar
Hubert Sumlin - rhythm guitar
Bill Wyman - bass
Charlie Watts - drums
Ian Stewart - piano
Jeffrey Carp - harmonica on tracks 3, 5, 6, 12, 13
Steve Winwood - piano, organ on tracks 2, 5, 6, 8, 12
Ringo Starr - drums on track 2
Klaus Voormann - bass on track 2
Jordan Sandke - trumpet on tracks 2, 7
Dennis Lansing - tenor saxophone on tracks 2, 7
Joe Miller - baritone saxophone on tracks 2, 7
Lafayette Leake - piano on tracks 3, 4, 10
John Simon - piano on track 8