8 marzo 2010

Recensione - Johnny Winter, Roma, Auditorium - 7 Marzo 2010

"Una sera vidi il più bianco
dei bianchi suonare il blues
come il più nero dei neri"

(B.B. King)



Se non avete mai assistito ad un concerto di Johnny Winter non arriverete mai sino in fondo a comprendere cos'è il blues della torrida provincia americana. Se dopo molti anni passati ad ascoltare, suonare, ammirare o idolatrare i miti degli anni cinquanta e sessanta vi manca ancora un'esperienza "forte", ecco, con Johnny Winter coglierete il senso di ciò che questa musica rappresenta per un certo tipo d'America.


Nella vita, molto di rado si ha il privilegio d'ascoltare dal vivo dei grandi bluesman: stelle del firmamento come B. B. King o John Mayall e artisti poco conosciuti al grande pubblico come Joe Pitts o Shawn Pittman (solo per citare i più freschi nella memoria). Ognuno di loro lascia un segno vivo e indelebile sulle anime di chi ascolta. Potete quindi credere di aver assaporato a pieno il gusto del blues in gran parte delle sue forme. Ma stanotte, sette marzo duemiladieci, all'Auditorium di Roma di sicuro avete provato qualcosa di nuovo. Terribilmente nuovo. La sensazione, cioè, di trovarsi fuori luogo, di non riuscire a reggere, di sentirsi ubriachi e stremati pur stando comodamente seduto sulle rosse poltrone della Sala Sinopoli.


Johnny Winter ha dato prova di essere un incallito electric-bluesman col cuore legato indissolubilmente alla propria terra. Non un brano rilassante, vicino magari alle influenze soul degli esordi. Non un momento per tirare il fiato: il blues del vecchio Johnny ha "straziato" le menti ed è arrivato dritto alle budella. In tutti i brani un ritmo unico, martellante; una voce (ormai più che logora) che cerca di tanto in tanto di imitare se stessa; una chitarra sporca, rozza, violenta e imprecisa. Ma tutto ciò non conta. Al vecchio Johnny e alla sua gente interessa solo il groove. Un brano dopo l'altro, ci si rende conto che non si sta soltanto assistendo ad un concerto ma ad una lezione sul floklore americano. Un brano dopo l'altro si ha la percezione di essere capitato nel posto giusto ma nel momento sbagliato. Perchè? Johnny Winter ha incarnato per anni la figura del bluesman e della rockstar, del traghettatore e del messia. Sulle sue spalle ha
portato il fardello di tante "culture" e di tante "tradizioni sonore" che mescolava perfettamente fra le dita, creando, album dopo album, lavori che univano qualità ed eterogeneità. Oggi quel fardello lo ha volentieri lasciato a qualcun'altro.


Il vecchio Johnny, curvo e malandato ha tutta l'aria di qualcuno che se ne frega di te, della tua vita, del tuo vissuto e delle tue origini. E' come un vecchio che ama raccontare le leggende e le tradizioni locali a qualunque forestiero incontri appena fuori il proprio ranch, ripetendo la stessa trama mille volte, senza fermarsi mai, senza guardarti negli occhi per comprendere se hai capito qualcosa.
A Johnny non interessa, nella sua musica stanotte abbiamo ascoltato il ritmo di quel Texas che nessuno di noi capirà mai.

" Il Texas è uno stato d'animo.
Il Texas è un'ossessione.
Ma soprattutto, il Texas è una nazione
in ogni senso della parola.
"

John Steinbeck
(Premio Nobel per la letteratura 1962)


di Francesco Giacalone

15 dicembre 2009

Palermo - Nuovo appuntamento con l'Orchestra Jazz Siciliana

La prestigiosa Orchestra Jazz Siciliana, prima e unica orchestra permanente di jazz a partecipazione pubblica in Italia, sarà in scena con un doppio concerto al Ridotto dello Spasimo alle 21.30 di venerdì 18 e sabato 19 dicembre. Per l’occasione l’Orchestra, uno dei fiori all’occhiello della Fondazione “The Brass Group”, vedrà Vito Giordano, trombettista e compositore, nelle vesti di direttore e solista.

Lo storico ensemble, fondato dal Maestro Ignazio Garsia all'inizio degli anni Settanta, sarà impegnato in entrambi i concerti per la sezione “Guest” del cartellone della stagione concertistica del Brass. Il brillante programma delle due serate sarà dedicato a nuove composizioni originali ed a standard rivisitati, con nuove orchestrazioni e tratti, dal vasto archivio storico dell’orchestra, tra i quali "A Night In Tunisia", "I Remember Clifford", "Solitude", "Stolen Moments".


L’organico previsto per i due concerti è il seguente:

alle trombe: Silvio Barbara, Domenico Riina, Fabio Riina, Pietro Pedone
ai tromboni: Salvatore Pizzurro, Salvatore Pizzo, Salvatore Nania, Giovanni Miceli
ai sassofoni: Orazio Maugeri, Antonino Oddo, Francesco Marchese, Gaspare Palazzolo, Antonino Pedone
chitarra: Sergio Munafò
pianoforte: Riccardo Randisi
basso: Giuseppe Costa
batteria: Gianpaolo Terranova


dall'Ufficio Stampa del Brass Group (www.thebrassgroup.it)

2 dicembre 2009

1979 - 2009: The Wall compie trent'anni

Londra - Il 30 novembre del 1979 usciva The Wall, doppio concept-album dei Pink Floyd (ne avevano al loro attivo già uno, Ummagumma), una monumentale opera rock in cui Roger Waters, autore di quasi tutti i brani, raccontava la vicenda di Pink, un personaggio largamente autobiografico - ma anche ispirato dall'ex Floyd Syd Barrett - schiacciato da un'esistenza di alienazione e solitudine, fino a costruire attorno a sé un muro metaforico.

Un disco che avrebbe diviso i fan del gruppo inglese, tra chi lo considera il loro massimo capolavoro, e chi lo ritiene uno sgradito cambio di rotta più che altro commerciale per la band di Animals e The Dark Side of The Moon, che dopo quell'esperienza (le liti durante la registrazione non si contarono) cessò di esistere come quartetto, con l'uscita di Richard Wright.

Caratterizzato da suoni più rock che psichedelici, permeato da violenza (molti i richiami alla guerra, il padre di Waters rimase ucciso ad Anzio nella seconda Guerra Mondiale) e oppressione, l'album ebbe come brano-simbolo "Another brick in the wall" (che è anche il leit-motiv che attraversa il disco), che sbancò le classifiche di mezzo mondo, ma anche classici come "Is there anybody out there?" o "Comfortably numb". Pink, tra drammi personali e successo da rockstar, finisce completamente isolato dal suo 'muro'.

La complessa e simbolica narrazione rese The Wall molto più che un album: sin dai primi ascolti si caratterizzò anche e soprattutto come un'opera destinata a essere vista oltre che ascoltata. Da qui il film Pink Floyd - The Wall (1982), diretto da Alan Parker e interpretato da un allora semisconosciuto Bob Geldof, nel ruolo di Pink. Ma anche e soprattutto un concerto spettacolare (con tanto di muro che veniva edificato e poi crollava), che i Floyd fecero in poche, selezionate città: New York, Los Angeles, Londra e Dortmund. Quei concerti finirono nel doppio live Is There Anybody Out There?: The Wall Live 1980-1981.

The Wall - Live in Berlin, fu invece una performance dal vivo del disco fatta da Waters e da numerose altre rockstar a Berlino il 21 luglio 1990, per ricordare la caduta del muro, quello vero tra est e ovest, otto mesi prima.

A trent'anni di distanza, forse la cifra sonora di The Wall non è più così moderna, ma i messaggi sull'alienazione dell'uomo contemporaneo, e l'inquietudine a tratti angosciosa che lo permea mantengono la loro forza. A prescindere dalle opinioni, The Wall è tra i pochi dischi che possano considerarsi "opera rock", affreschi complessi di un mondo musicale scomparso per sempre. Per questo, trent'anni dopo, si può tranquillamente accomodare nel pantheon dei classici, in compagnia di ben pochi altri dischi, come Tommy dei Who e The Lamb Lies Down on Broadway dei Genesis.


di Patrizio Nissirio (da ansa.it)


Jeff Beck ed Eric Clapton sullo stesso palco

I due celebri chitarristi annunciano alcune date negli Stati Uniti e in Canada. Sulla scia del successo della loro straordinaria collaborazione a Tokyo lo scorso febbraio, e dopo aver già registrato il tutto esaurito per i due concerti che terranno insieme all’Arena O2 di Londra nel febbraio 2010, Jeff Beck ed Eric Clapton hanno aggiunto altre date alla loro collaborazione “on stage”.

Sia Beck che Clapton portano sulle loro spalle l’ingombrante “peso” di una prestigiosa carriera musicale costellata da innumerevoli premi e riconoscenze.
Jeff Beck è stato inserito due volte nella Rock and Roll Hall of Fame (con i Yardbirds nel 1992, e come artista solista nel 2009), mentre Eric Clapton diviene leggenda nel 2000, quando, come solista, venne inserito per la terza volta (record assoluto) nella lista dei più grandi artisti della storia del Rock, dopo essere stato ammesso assieme a Beck nel 1992 con i Yardbirds e l’anno successivo con i Cream.

I loro percorsi musicali sono uniti proprio dalla comune esperienza con il leggendario gruppo degli Yardbirds. Eric Clapton lasciò la band nel 1965 e, ironia della sorte, venne rimpiazzato proprio da Jeff Beck. I due rimasero comunque grandi amici fin da quel periodo, ma fin’ora hanno collaborato insieme soltanto per qualche evento di beneficienza. Adesso, a più di quarant’anni dallo scioglimento della formazione originale degli Yardbirds, i due amici hanno deciso di condividere il loro sovrannaturale talento.

Proprio recentemente, Jeff Beck si è esibito al Madison Square Garden in occasione del 25° Anniversario della nascita della Rock and Roll Hall of Fame. Beck ha sfoderato una performance d’applausi di 40 minuti dividendo il palco con ospiti d’eccezione: Sting, Buddy Guy e Billy Gibbons; da incorniciare la rovente “Superstition” di Stevie Wonder. Sempre di recente, Beck ha pubblicato il dvd Live at Ronnie Scott’s, che ha ottenuto il disco di platino negli Stati Uniti, in Canada e in Giappone. Attualmente sta portando avanti a Londra le registrazioni del suo nuovo album.

Eric Clapton ha terminato di recente il tour Nord Americano con Steve Winwood, suo grande amico e co-fondatore dei Blind Faith, ottenendo il tutto esaurito in tutti gli show. Ha inoltre pubblicato il secondo dvd del Crossroads Guitar Festival, ottenendo diversi dischi di platino negli Stati Uniti.

“Eric ed io abbiamo suonato insieme in Giappone all’inizio di quest’anno. Prima di allora ci siamo incontrati solo per qualche occasione e abbiamo sempre parlato di mettere su uno show del genere per i nostri fan. Finalmente, riusciremo a suonare insieme nel 2010.” [Jeff Beck]

“Ho sempre considerato Jeff Beck come uno dei chitarristi più raffinati che ci siano in giro. È un amico, una grande persona e un musicista con un vero dono di natura. Ci siamo divertiti così tanto in Giappone che sembrava impossibile non suonare insieme di nuovo.” [Eric Clapton]

La loro collaborazione sarà senza dubbio uno degli eventi musicali più importanti di questa prima decade del XXI secolo. Le due leggende della chitarra non hanno ancora rivelato la scaletta dei concerti, ma hanno già anticipato che durante la prima parte del concerto si esibiranno da soli, proponendo il proprio repertorio, e a seguire suoneranno insieme sullo stesso palco.




Ecco le date fin’ora programmate:

13 febbraio 2010 – Arena O2, Londra (sold-out)
14 febbraio 2010 – Arena O2, Londra (sold-out)
18 febbraio 2010 – Madison Square Garden, New York
21 febbraio 2010 – Air Canada Center, Toronto
22 febbraio 2010 – Bell Center, Montreal



di ANTONINO BONOMO

(news su www.ericclapton.com)

27 novembre 2009

Palermo - Torna l'Orchestra Jazz Siciliana

Sarà la prestigiosa Orchestra Jazz Siciliana a celebrare il ritorno al Ridotto dello Spasimo, consueta sede della Fondazione The Brass Group, abbandonata solo per qualche settimana a causa dei lavori effettuati da parte dell’amministrazione comunale. In programma un doppio concerto, venerdì 27 novembre alle 21.30, e replica sabato 28 alla stessa ora.
Il grande ensemble, fiore all’occhiello della Fondazione “The Brass Group”, sarà diretto dal maestro Antonino Pedone.
Si ritorna dunque nella storica sede dello Spasimo e lo si fa alla grande, non solo con produzioni cameristiche ma anche con le produzioni orchestrali.

La formazione dell’Orchestra Jazz Siciliana, che rappresenta in Italia la prima e unica orchestra permanente di jazz a partecipazione pubblica, sarà la seguente:

alle trombe: Domenico Riina, Silvestro Barbara, Fabio Riina, Pietro Pedone, Giovanni Calderone, Vito Giordano
ai tromboni: Salvatore Pizzurro, Salvatore Pizzo, Salvatore Nania, Valerio Barrale
ai sassofoni: Orazio Maugeri, Gaetano Agrò, Francesco Marchese, Gaspare Palazzolo, Giampiero Risico.
per la sezione ritmica: Sergio Cammalleri (percussioni), Sergio Munafò (chitarra), Riccardo Randisi (pianoforte), Giuseppe Costa (contrabbasso), Giampaolo Terranova (batteria).

Entrambi i concerti vedranno l’Orchestra impegnata per la sezione “Guest” del cartellone della stagione concertistica del Brass. Esso prevede un programma brillante intitolato “Mambop”, acronimo di “mambo” e “bebop”.

Fondata da Ignazio Garsia nei primi anni ‘70 con il nome di Brass Group Big Band, l'Orchestra Jazz Siciliana ha svolto un' intensa e continuativa attività concertistica sotto la guida di alcuni dei più prestigiosi direttori d’orchestra dei mondo.

Nel 1990 l’O.J.S. è stata il cardine della «Rassegna Internazionale della Soul Music» di Palermo e nel 1991 ha eseguito, in prima europea, «Epitaph» di Charles Mingus, sotto la direzione di Gunther Schuller. Mentre, per l’esecuzione di pagine del repertorio contemporaneo, l’O.J.S ha partecipato nel ‘94 alla rassegna Suoni del Novecento promossa dall’E. A. Teatro Massimo di Palermo e nello stesso anno, diretto da Clark Terry, l’ensemble ha inaugurato la Stagione Concertistica Estiva con un concerto dedicato a Duke Ellington nel ventennale della scomparsa.

Nel febbraio 1996, su invito della Società Italiana per lo Studio della Musica Afroamericana, l’OJS ha inaugurato la rassegna “La Musica Colta Afroamericana”, con la prima esecuzione mondiale dal vivo della trascrizione della suite «Porgy and Bess» di George Gershwin/Gil Evans, nuovamente diretta da Gunther Schuller, solista Paolo Fresu.
Giuseppe Costa, Vito Giordano, Antonino Pedone, Pietro Pedone, Fabio Riina, Domenico Riina, Salvatore Pizzo e Salvatore Pizzurro da oltre 20 anni hanno garantito un sound orchestrale caratterizzato da una propria e riconoscibile cifra sonora. Ad essi si sono aggiunti, in un ampio arco di tempo, Gaetano Agrò, Silvio Barbara, Valerio Barrale, Salvatore Bonafede, Francesco Buzzurro, Sergio Cammalleri, Rita Collura, Stefano D’Anna, Gianni Gebbia, Massimo Greco, Pino Greco, Mimmo La Mantia, Francesco Marchese, Orazio Maugeri, Sergio Munafò, Salvatore Nania, Riccardo Randisi, Mauro Schiavone, Gaetano Tucci, Giuseppe Urso, Giampaolo Terranova…


dall'Ufficio Stampa del Brass Group (www.thebrassgroup.it)

25 novembre 2009

Monza, giovedì in jazz al Soho Lounge con un omaggio a Chet Baker

Continua l’appuntamento del giovedì sera dedicato agli appassionati di musica jazz al Soho Lounge, il locale monzese di via Carnia che con la rassegna “Soho’n’jazz” porta sul proprio palco i principali esponenti della musica nera italiana. Giovedì 26 novembre sarà la volta del trio Riccardo Fioravanti (basso elettrico), Lara Iacovini (voce) e Mario Rusca (pianoforte) e del loro tributo a Chet Baker, indimenticato sassofonista statunitense e punto di riferimento per ogni cultore del genere.

La serata musicale segue la pubblicazione del disco “In the mood of Chet” a cura di Riccardo Fioravanti e Lara Iacovini, con cui i due musicisti hanno voluto rendere omaggio a Baker e al suo originale mix di originalità e tradizione. Per l’occasione, al trio si è aggiunto il pianista Mario Rusca, che ha avuto modo di esibirsi proprio con Baker in più di un’occasione. Durante il concerto, che avrà inizio alle ore 22.00, il trio proporrà una selezione dei più famosi standard jazz come Autumn Leaves, Over the Rainbow e But for me, oltre che due inediti : Joyfull Season of life e I know.

Così Paolo Fresu scrive presentando il disco omaggio a Baker: “E’ difficile pensare al moderno al giorno d’oggi, ma se per moderno si intende un passo in avanti rispetto alla tradizione, “In the mood of Chet” è un valido esempio di continuità storica e stilistica all’interno delle molteplici vie del jazz. Musica attuale capace di raccontare il presente, mai dimentica del passato e di coloro che lo hanno costruito porgendolo all’oggi”.

Ogni informazione sulla serata è reperibile sul sito www.soholounge.com


di Roberta Crespi (da mbnews.it)


24 novembre 2009

Recensione: John Scofield - That's What I say

“La musica di Ray Charles è stata una delle mie fonti di ispirazione quando iniziai a suonare la chitarra. Lui era un gigante della musica soul, ma era anche un musicista jazz. Per me rimarrà sempre il più alto esempio di onesta espressività musicale.” [John Scofield]

Cosa succede quando in uno studio di registrazione si riuniscono musicisti e produttori di grande talento ed esperienza, supportati da uno dei più grandi chitarristi jazz di sempre come John Scofield, a sua volta guidato dall’ispirazione e dall’eredità musicale di una delle figure più importanti e innovatrici della musica del ‘900 come Ray Charles? La risposta è scolpita nei 13 entusiasmanti brani dell’album That’s What I Say, il personalissimo tributo di John Scofield alla “sensazione cieca”.

Ray Charles Robinson ha lasciato un segno indelebile nell’evoluzione della musica soul, passando attraverso il rhythm & blues fino ad arrivare a “profanare” il gospel (musica sacra che si è fatta carica di importanti contenuti soprattutto durante la prima metà del ‘900) per dar vita alla cosiddetta “musica del diavolo”, che ebbe già dei precedenti d’eccezione con il delta blues, in particolare con un altro immortale artista “maladetto” come Robert Johnson.

Nella carriera del “genio” Ray non mancarono neanche le parentesi dedicate al country, ma sarà proprio la componente jazz ad essere quasi sempre presente durante l’evoluzione del suo sound, e ciò soprattutto grazie al suo altalenante stile pianistico e alla costante presenza dei fiati nelle sue formazioni.

Non esistono aggettivi o superlativi adatti per identificare il genio di John Scofield: ha attraversato diverse generazioni musicali e collaborato con tutti i più grandi artisti internazionali, traendo spunto per la creazione di quello che possiamo chiamare a tutti gli effetti il “Sound Scofield”.
Dopo aver frequentato la Berklee College of Music di Boston, inizia giovanissimo a suonare puro jazz verso la fine degli anni ’60, entrando nell’entourage di artisti monumentali quali Gary Burton, Gerry Mulligan e perfino del grande Chet Baker, anche se solo per qualche concerto.

Entrerà a far parte dei gruppi di Billy Cobham, di Charles Mingus e di Dennis Chambers per poi unirsi alla band del grande Miles Davis, con il quale collaborerà sia in studio sia in tour dal 1982 al 1985, esperienza di grandissima importanza soprattutto per la sua maturazione musicale che lo dirigerà sempre più verso l’improvvisazione e il funky. Inizierà poi la sua carriera da solista, destreggiandosi abilmente nel post-bop, funk-jazz e rhythm & blues. Nei suoi album non mancheranno le componenti del jazz tradizionale e dello swing, facendo conoscere in tutto il mondo il suo personalissimo stile jazzistico caratterizzato da una leggera (ma trascinante) distorsione e da un continuo alternarsi fra note basse e acute durante le improvvisazioni.

Negli anni ’90 collaborerà con un altro gigante della chitarra jazz come Pat Metheny, con il quale inciderà uno straordinario album, I Can See Your House From Here, che grazie anche al successivo tour consacrerà i due eccezionali chitarristi colonne portanti del jazz moderno. Altra incredibile esperienza musicale sarà la collaborazione con il trio Medeski, Martin & Wood, molto apprezzati da Scofield per il loro “swampy groove” caratterizzato da un ritmo funk-jazz rallentato e sincopato, in perfetta sintonia con il suo stile chitarristico.

Nel 2004 Ray Charles scompare. Pochi mesi dopo la sua morte uscirà nelle sale di tutto il mondo il film Ray diretto da Taylor Hackford e interpretato dal bravissimo Jamie Foxx, al quale verrà conferito il premio Oscar come miglior attore protagonista per il ruolo di Ray Charles. Non mancheranno altri tributi in onore del grande pianista-cantante; tra questi, quello di John Scofield sarà uno dei più apprezzati. Come ha dichiarato lo stesso chitarrista attraverso il suo sito, l’atmosfera di grande tristezza che seguirà la morte di Charles lo spingerà ad accettare il progetto del tributo per omaggiare una delle sue figure più amate nel campo musicale.

“Devo ammettere che non sono sempre d’accordo con progetti di questi tipo. Alcuni funzionano davvero bene, altri purtroppo no. Ma non appena Ron Goldstein (presidente della Verve Records) mi ha suggerito di registrare un album-tributo a Ray Charles, ho colto l’occasione al volo.” [John Scofield]

Scofield inoltre potrà finalmente realizzare una delle sue più grandi ambizioni, ovvero poter registrare con delle voci soul e immergersi a capofitto nel complicato arrangiamento dei brani di Charles. Per far questo, nel dicembre del 2004 si reca negli Avatar Studios di New York con musicisti di grandissimo talento, che gli consentiranno di realizzare superbamente il suo sogno.

Spicca su tutti il nome di Steve Jordan, batterista, compositore e produttore discografico dalle eccellenti capacità; sarà proprio lui a condividere la passione per la musica di Ray Charles con Scofield, producendo l’intero album.
Debuttando giovanissimo nella band di Stevie Wonder, Jordan raggiunse la fama internazionale quando si unì al John Mayer Trio, formazione che gli permise inoltre di entrare nelle grazie di Eric Clapton, che lo sceglierà come batterista per il suo tour mondiale del 2006-2007.

Per riprodurre il raffinato suono di Ray Charles, Scofield recluta Larry Goldings all’organo Hammond; pianista jazz di grande esperienza, Goldings ha più volte collaborato con Scofield nei suoi precedenti lavori solisti. Sarà proprio il pianista a fare il nome di Willie Weeks. Quest’ultimo vanta un lussuoso portfolio di collaborazioni: David Bowie, Gregg Allman, Robert Cray, Aretha Franklin, Billy Joel, Rod Stewart, The Rolling Stones, Eric Clapton, e così via. Soltanto le sue straordinarie capacità di bassista soul ed R&B possono eguagliare la sua esperienza.


Con questo quartetto “base”, Scofield passerà in rassegna alcuni dei classici più belli e di maggior successo di Ray Charles, aggiungendo l’inestimabile contributo di alcuni ospiti illustri: il leggendario pianista-cantante Malcolm John Rebennack, in arte Dr. John; il chitarrista bottleneck Warren Haynes, che (a soli vent’anni) entrò a far parte della Allman Brothers Band agli inizi degli anni ’80; “l’anziana” cantante gospel Mavis Staples; la giovane scoperta della chitarra blues e rock che risponde al nome di John Mayer; il leggendario percussionista dei Weather Report, Manolo Badrena…

Ma il posto d’onore va senza dubbio al leggendario sassofonista David “Fathead” Newman: scomparso nel gennaio del 2009, per oltre trent’anni condivise il palco con Ray Charles, entrando a far parte della sua band nel lontano 1954.

Possiamo soltanto immaginare le incredibili emozioni che i brani “What’d I say”, “Hit the road Jack” e “I got a woman” scatenarono nella testa di Newman, durante le registrazioni a New York con John Scofield, suonando il sax e ripercorrendo allo stesso tempo gli indimenticabili momenti trascorsi con il suo leggendario band leader.

Bastano soltanto questi nomi a giustificare l’eccezionale carica emotiva che ogni brano dell’album riesce a trasmettere. Si passa dalle atmosfere quasi “orchestrali” delle splendide “What’d I say” e “I got a woman”, alle straordinarie esecuzioni funk-jazz di “Busted”, “Sticks and stones” e “Hit the road Jack”, dove John Scofield sfodera il meglio del suo repertorio, con armonie ed improvvisazioni da capogiro. Di grande intensità anche la splendida “I can’t stop loving you”, dove, attraverso la sua voce, l’incredibile Mavis Staples rievoca le splendide armonie country e soul tanto amate dal grande Ray Charles, il quale lasciò sbalorditi i suoi produttori discografici quando riuscì a conquistare nuovamente il grande pubblico anche con il suo nuovo sound supportato dall’orchestra.

Viene dato spazio perfino al ritmo tipico della ballad con l’ipnotica “You don’t know me”, dove Steve Jordan alle spazzole scandisce la ritmica mentre Scofield, Goldings e Weeks tessono il tappeto musicale sul quale si inserisce la splendida voce di Aaron Neville.
Da incorniciare l’accattivante “I don’t need no doctor”, dove assistiamo ad uno splendido “duello” chitarristico fra John Scofield (il maestro) e John Mayer (l’allievo); quest’ultimo mette in mostra le sue abilità di straordinario cantante e chitarrista, destreggiandosi sia all’elettrica che all’acustica.

“È una di quelle canzoni che imparai a suonare durante la scuola, uno di quegli standard suonato un po’ da tutti. Arrivai in studio con una bozza della struttura, per poi adattarla allo stile blues ed estenderla fino ad un groove diverso, più intenso. Appena iniziammo a registrare, sia io che John Mayer sapevamo già esattamente cosa fare e la registrammo in una sola take. Fu un momento davvero speciale.” [John Scofield]

Non potevano mancare le “finezze” soliste del leader, che lasciano l’acquolina in bocca non appena si passa al brano successivo. È il caso della breve e pensierosa “Cryin’ time”, una sorta di apertura per la successiva “I can’t stop loving you”. Semplice ma di grande effetto la versione di “Georgia on my mind” che chiude l’album, con il “mago” Scofield abilissimo con la chitarra acustica nel renderla sotto forma di ballad classica. Curiosa e bizzarra l’aggiunzione della traccia “nascosta”, legata a “Georgia”, dove si può ammirare il quartetto Scofield, Goldings, Jordan, Weeks improvvisare su uno dei temi ricorrenti nell’album.

Una volta terminata la fase degli arrangiamenti, la facilità con cui vennero effettuate le registrazioni fu sorprendente, come ha dichiarato lo stesso Scofield. “L’ottimo risultato è stato conseguito grazie anche alla grande affinità fra i musicisti che si alternarono in studio; l’atmosfera quasi magica di Manhattan durante la settimana prima di Natale ha fatto il resto.”

L’album verrà pubblicato nel giugno del 2005, in occasione del primo anniversario della morte di Ray Charles, e risulterà essere uno dei migliori lavori di John Scofield, come prodotto commerciale, ma soprattutto musicale: un ulteriore dimostrazione della continua voglia da parte del chitarrista di sperimentare e di guardare oltre, cercando sempre nuove strade attraverso le quali riuscire sempre a cogliere e a soddisfare la dedizione degli appassionati dell’ottima musica, e non solo del jazz.

Per i cultori della musica di Ray Charles, esperti e principianti, un gran bel disco da riascoltare ogni qual volta si voglia far finta che il grande Ray sia ancora in giro per il mondo seduto al piano, cantando, ridendo e "dondolando".


di ANTONINO BONOMO


Tracklist

John Scofield
THAT'S WHAT I SAY
(Verve Records, giugno 2005)
  1. Busted (Harlan Howard)
  2. What'd I Say (Ray Charles)
  3. Sticks and Stones (Henry Glover, Titus Turner)
  4. I Don't Need No Doctor (Nickolas Ashford, Valerie Simpson)
  5. Cryin' Time (Buck Owens)
  6. I Can't Stop Loving You (Don Gibson)
  7. Hit the Road Jack (Percy Mayfield)
  8. Talkin' Bout You/I Got a Woman (Ray Charles/Ray Charles, Renald Richard)
  9. Unchain My Heart-part 1 (Teddy Powell, Robert Sharp Jr.)
  10. Let's Go Get Stoned (Josephine Armstead, Nickolas Ashford, Valerie Simpson)
  11. Night Time is the Right Time (Lew Herman)
  12. You Don't Know Me (Eddie Arnold, Cindy Walker)
  13. Georgia On My Mind (Hoagy Carmichael, Stuart Gorrell)


Line-up:

John Scofield - electric & acoustic guitars
Larry Goldings - piano, Hammond B3 organ, Wurlitzer, vibes
Willie Weeks - bass, Ampeg baby bass
Steve Jordan - drums, cocktail drums, tambourine, background vocals

with special guests:

Dr. John - vocals, piano (track 2, 8)
Aaron Neville - vocals (track 2, 12)
Lisa Fischer - vocals (track 2, 6, 11)
Mavis Staples - vocals (track 2, 6)
Vaneese Thomas - background vocals (track 2, 6, 11)
Meegan Voss - background vocals (track 2)
Manolo Badrena - percussion, timbales, tambourine (track 2, 8)
Warren Haynes - vocals, bottleneck guitar (track 2, 11)
John Mayer - vocals, electric & acoustic guitar (track 2, 4)
David "Fathead" Newman - tenor saxophone (track 2, 7, 8)
Alex Foster - tenor saxophone (track 2, 7, 8, 10)
Earl Gardner - trumpet (track 2, 7, 8, 10)
Howard Johnson - baritone saxophone (track 2, 7, 8, 10, 11)
Keith O'Quinn - trombone (track 2, 7, 8, 10)