13 aprile 2011

10 album della musica italiana. . .

Arriva di tanto in tanto la voglia di ordinare un pò le idee. Arriva, senza accorgersene, il momento di guardare dentro se stessi e di capire cosa (musicalmente parlando) consideriamo importante. E' semplice, in questi casi, elencare cosa ha segnato, arricchito, riempito, la nostra immaginazione. Ecco dunque 10 album, magari da consigliare, così, come se si stesse parlando davanti ad una tazza di caffè. E perchè no, meglio guardare "in casa nostra" , meglio rispolverare ciò che gli artisti del nostro Paese hanno espresso in tanti, tantissimi anni di musica. Il perchè è fin troppo palese... Perchè ci piangiamo addosso? E' vero, abbiamo importato tanto: stili, tendenze, atmosfere non tipicamente "italiche", ma le abbiamo fatte nostre, con grande cura e dedizione. Troppo spesso non ci rendiamo conto di quanto la musica italiana sia stata importante. Non certo al di là dei nostri confini... Ma per noi. Solo per noi.

(p.s. questa manciata di dischi, in ordine sparso, ha rappresentato tanto per me, e mi ha fatto compagnia in molte fasi della mia vita)



FRANCO BATTIATO - POLLUTION (1972)

Psichedelia e atmosfere rarefatte tipiche di uno dei più grandi sperimentatori della musica italiana. Non è un caso che venga considerato quasi un album tetro e alienante. Capace di raffigurare una affascinante visione di scenari inquietanti. Tra i lavori di Battiato, è uno dei più curiosi ed enigmatici, quasi extraterrestre. Pollution è difatti un disco a metà tra elettronica e psichedelia, degno di essere considerato avanguardistico (con un incauto ma diretto parallelismo) alla stregua degli album di Syd Barrett e dei primi Pink Floyd. Un'opera pervasa da impressioni scivolose e modernissime, al punto da prestarsi ad essere, sia musicalmente che nei testi, un baluardo del progressive italiano.






IVAN GRAZIANI - AGNESE DOLCE AGNESE (1979)

Già al suo quinto lavoro da solista Ivan Graziani consegna al nostro Paese una gemma di rara bellezza. Forte dell'attività di session -man per i grandi cantautori, Ivan mette su un disco perfetto: melodia, rock, folk in una miscela unica al mondo. In "Agnese dolce Agnese", il grande cantante e chitarrista abruzzese oltre che autore dei testi e della musica, è anche arrangiatore e produttore. "Doctor Jeckyll e Mister Hyde" "Agnese""Fuoco sulla collina", "Veleno all'autogrill", tanti i brani (conosciuti e non) che hanno posto Ivan Graziani all'attenzione del grande pubblico.





LUCIO BATTISTI - VOLUME 4 (1971)

Di certo non è il disco più amato del grande Lucio Battisti. Non rappresenta neanche l'intera e strabiliante produzione dell'artista, ma è di sicuro una scanzonata e divertente serie di grandi brani d'autore. È, per la precisione, una raccolta che riassume il periodo 1966/1971 con pezzi tratti dagli album precedenti e altri mai usciti su LP. "Dio mio no" con i suoi sette minuti di rock duro e puro, il r'n'b "Luisa Rossi" sono episodi entusiasmanti ma considerati "secondari" del primo album, da cui sono tratte anche la ormai storica "29 Settmebre", e l'intensa e raffinata, " Io vivrò (senza te)" . Come dimenticare inoltre "Mi ritorni in mente"e un grande brano blues come "Insieme a te sto bene"? Pietre miliari.







IL BALLETTO DI BRONZO - SIRIO 2222 (1970)

In"Sirio 2222" si fondono Beat, Hard Rock, Psichedelia, Sperimentazione. Siamo nel 1970. Ma chi li conosceva questi del "Balletto di bronzo"? In realtà pochi. Pochissimi. Rappresentanti per molti anni della mega scena progressive tricolore, il "Balletto" ha incarnato perfettamente l'archetipo della prog band all'italiana. Il gusto di mescolare il beat con le chitarre distorte in stile Zeppelin/Sabbath con riff oscuri e martellanti ha impreziosito il lavoro di questa band dalla vita breve. Emersi dal panorama underground e successivamente proiettati a livello nazionale, "il Balletto" rappresenta davvero la punta di diamante di una miriade di band del nostro Paese di cui molti ancora ignorano l'esistenza.







RINO GAETANO - SOTTO I CIELI DI RINO (2003)

"E vabbè....Rino è Rino!" Quante volte mi sono sentito ripetere questa frase nei locali della capitale! Posti in cui la musica di uno dei più dissacranti autori italiani ancora oggi risuona in un mix di ironia, gioia di vivere e passione. Rino Gaetano è davvero unico. A differenza di tanti altri sembra che non ci abbia mai lasciato: sarà la freschezza e la semplicità delle sue canzoni a renderlo immortale. Questa raccolta uscita nel 2003 ben sintetizza la produzione dell'artista. Nel 2005 è stata pubblicato Sotto i cieli di Rino Special Edition contenente cinquanta brani, tra cui 4 inediti. La raccolta comunque non aggiunge nulla alle precedenti "Gianna e le altre"(1990) e "La Storia"(1998) (vivamente consigliate anche quelle).






DE ANDRE' IN CONCERTO/ARRANGIAMENTI PFM (1979)

"L'idea di un tour con un gruppo rock sulle prime mi spaventò, ma il rischio ha sempre il suo fascino... In più ero tormentato da interrogativi sul mio ruolo, sul mio lavoro, sull'assenza di nuove motivazioni. E la PFM mi risolse il problema, dandomi una formidabile spinta verso il futuro. La tournée con loro è stata un'esperienza irripetibile perché si trattava di un gruppo che ha modificato il corso della musica italiana. Ecco un giorno hanno preso tutto questo e l'hanno messo al mio servizio" . Le parole di Fabrizio De Andrè per mettere in luce l'altissima valenza di questo lavoro. Da antologia.







PFM - CHOCOLATE KINGS (1975)

Chocolate Kings è probabilmente il miglior album della corrente progressiva italiana. Pubblicato nel 1975, è il primo disco della Pfm in studio col cantante Bernardo Lanzetti, un artista molto vicino allo stile di Peter Gabriel. Questo lavoro è uno dei più complessi del gruppo e grazie ai testi in inglese ha avuto molto successo anche negli Stati Uniti, facendo conoscere la band italiana al mondo intero. Le musiche sono del chitarrista Franco Mussida, di Mauro Pagani e nella prima traccia "From Under" fra gli autori troviamo anche Ivan Graziani. Nel 2010 è uscita una ristampa con materiale live registrato alla Nottingham University. In una parola: fondamentale.







LE ORME - AMICO DI IERI (1997)

Qualcosa di più di un'antologia di vecchi successi. "Amico di ieri" è un affresco di valore nella carriera delle Orme. Il gruppo veneto fissa in questa raccolta le evoluzioni che hanno avuto alcuni brani storici con una formazione che li ha riportati alla considerazione del pubblico. Non si tratta di stravolgimenti sostanziali delle canzoni registrate sui dischi dell'epoca, al contrario si tratta quasi di un live in studio, con poche sovraincisioni, al fine di lasciare quasi intatta l'emozione che scaturisce da un'esibizione live. "Sguardo verso il cielo" è il gioiello più prezioso della collezione.









ANGELO BRANDUARDI - ALLA FIERA DELL'EST (1976)

Ispirata ad un canto pasquale ebraico, che dà il titolo al disco: "Alla fiera dell'est, per due soldi un topolino mio padre comprò" la filastrocca cantata da Branduardi ormai fa parte di noi. Da piccoli tutti l'hanno cantata, tutti ne sono rimasti incuriositi. Questo brano fa parte di un disco quasi interamente acustico, creato con gli strumenti preferiti da Branduardi, la chitarra e il violino, e una serie di strane sonorità per un disco pop. Arpa, buzuki, sitar, liuto, clarino, oltre al pianoforte e alle percussioni per dare vigore a composizioni semplici ed originali. Con gusto ed efficacia Branduardi colse nel segno e portò il disco ad essere apprezzato dal grande pubblico. Fu un clamoroso successo, tanto da scavalcare i confini nazionali.





FRANCESCO DE GREGORI - PEZZI (2005)

Era il 2005 e Francesco De Gregori riporta una buona dose di interesse nella musica italiana. Perchè? Facile: ascoltare questi brani, per gli appassionati del principe dei cantautori italiani, è stata una boccata d'aria fresca. Un ritorno al De Gregori più dylaniano, alle sonorità più blueseggianti e intense di una volta.
Di grande valore i testi, che parlano soprattutto di un'Italia divisa, cambiata, irriconoscibile, insomma fatta a ... pezzi. La musica popolare americana, il rock’n’roll, il blues, il folk, si intrecciano alla perfezione con il modo di fare musica di De Gregori. Mai scontato. E per chiudere, dunque, la carrellata, nessun album meglio di questo.


tutte le recensioni sono di Francesco Giacalone

(le informazioni, le date, le immagini sono tratte dal sito Debaser.it)

13 marzo 2011

Gatto-Zeppetella-Mannutza: il Jazz Trio al Big Mama

Esplosione ritmica, improvvisazione allo stato puro, estasi, catarsi, bizzarria.. il trio Gatto-Zeppetella-Mannutza fa centro.

12 marzo 2011, Big Mama, Roma.

Il magico trio sale sul palco, ed è subito jazz, puro, lirico, strabiliante. Di fronte ad un pubblico che via via si fa sempre più numeroso, Roberto Gatto (batteria), Fabio Zeppetella (chitarra) e Luca Mannutza (organo) sfoderano una performance di quasi due ore da brividi, attraversando varie culture del jazz e conferendo al tempo stesso il loro personale tocco di classe. Considerati fra i maggiori esponenti del panorama jazz italiano, i tre maestri vantano un portfolio di collaborazioni di livello internazionale.

L’alchimia fra i tre è rara ed unica nel suo genere; nessuna sbavatura, nessun fraintendimento: ogni musicista si immerge nel proprio strumento tirandone fuori il meglio. Si parte dal tema principale passando per il cuore dell’improvvisazione, fino ad arrivare agli scambi perfettamente sincronizzati e ai pirotecnici soli. Ed infine, l’ultima bacchettata o l’ultima nota che proprio non ti aspetti...

Roberto Gatto conferma la sua incredibile “arte percussiva”, talvolta pennellando sui tamburi, talvolta sfoderando un drumming possente e funky; ma è durante gli assoli che sfodera tutta la sua imprevedibilità: sfiora i piatti, picchia con le bacchette sull’enorme cuore rosso del Big Mama dipinto sulla parete alle sue spalle… tutto questo divertendosi, sorridendo e giocando come farebbe un bambino alle prese con la sua prima batteria. La precisione con la quale non manca un colpo è pari solo alla prontezza degli applausi che esplodono alla fine delle sue prodezze.

Fabio Zeppetella dirige la sua Gibson Es 335 come un vero e proprio direttore d’orchestra. Non mancano sia i fraseggi lirici, sia le piroette in puro stile jazz vanguard, nelle quali mette in mostra il suo personalissimo stile chitarristico, frutto di una solida preparazione da autodidatta che gli è valsa la collaborazione con artisti internazionali e un’ormai piena affermazione in ambito jazzistico.

Luca Mannutza riesce ad incantare la platea con la sua “doppia personalità”; il suo Hammond B3 diviene l’estensione di ciò che riesce a scatenare nella sua mente, dominando le note in due direzioni diverse che però si intrecciano di continuo: con la mano sinistra scandisce la ritmica del basso, mentre con la destra improvvisa fraseggi che spaziano dal soul al jazz vanguard, senza mai “mollare la presa” perfino quando si lancia nel walkin’ bass!

Attorno alla leadership di Gatto, il trio spiazza di continuo gli spettatori con alti e bassi di grande intensità musicale, trascinandoli attraverso il repertorio che segue un percorso variegato e sempre piacevole, includendo sia alcuni standard immortali, sia composizioni meno note ma con arrangiamenti di grande effetto.

Lo show si apre con “Tea for two”, famoso standard jazz tratto dal musical del 1925 “No, no, Nanette”, eseguito con un arrangiamento in 5/4 di Luca Mannutza.
Segue “Solar”, una delle tante perle di Miles Davis, eseguita in pieno stile vanguard, che lascia letteralmente a bocca aperta.
Si smorzano i toni con la toccante “This guy's love with you” di Burt Bacharach, che esplode verso la fine per lasciare spazio all’hard bop di “Moment’s notice”, una delle composizioni più originali di John Coltrane.

Il trio stupisce ancora con lo splendido arrangiamento di uno dei grandi successi di Stevie Wonder, “My cherie amour”; si arriva al virtuosismo d’eccezione con la splendida “Road song” di Wes Montgomery, durante la quale il trio si getta a capofitto nella fusion raggiungendo il vero apice della serata. Ed infine il bis con “Line for Lyons”, capolavoro di uno dei padri fondatori del cool jazz, Gerry Mulligan, nonché uno dei brani meglio interpretati dal grande Chet Baker.



recensione e foto di
ANTONINO BONOMO



1 marzo 2011

Beady eye - Different Gear, Still Spending - Recensione

Un antidoto ad una giornata grigia? Magari stressante o malinconica? La prima risposta sonora che mi viene in mente è il primo disco dei Beady Eye: Different Gear, Still Speeding. Un album ben fatto, fresco, divertente, dal deciso sapore dei sixties.
Il fratello minore dei Gallagher con (la solita) sfrontatezza riesce a raggiungere l'obiettivo di un grande disco con la sua nuova band. Diciamolo, a molti sarebbe piaciuto poter dire: "Liam senza il fratellone non convince!" oppure: "Rivogliamo gli Oasis!". A dir la verità non vi sono momenti di questo disco che possano far storcere il naso agli appassionati del BritPop. Anzi sono davvero convincenti gli arrangiamenti: scarni, spogli al punto giusto, ottimi per mettere in risalto le chitarre e la voce di Liam. Gli altri, Gem Archer, Andy Bell, e Chris Sharrock (tutti ex Oasis) se la cavano piuttosto bene, liberi di esprimersi e di mettersi in mostra.

Canzoni grintose, emozionanti per molti versi, e tanto, tanto revival. Chi di solito mastica del buon rock ci ritroverà ovviamente gli echi di Lennon ma anche dei Who e tanti riff vecchia maniera. I brani più esaltanti? Four Letter Word (potente pezzo d'apertura); The Roller (beatlesiana fino all'osso); Wind up Dream (per i rocker d'annata).


Un disco che convince davvero, anche se è stata tagliata fuori dalla tracklist il lato B del singolo di Bring The Light e cioè l'ipnotica Sons of the Stage, una cover del gruppo indie World Of Twist. La sfida è dunque aperta: Noel se ci sei batti un colpo!


di Francesco Giacalone


Il brano Sons of the Stage


15 febbraio 2011

"Jazz, Ladies & Chet" di Francesco Ferrari

Venerdì 18 febbraio, aspettando l’ottava edizione del Piacenza Jazz Fest, il Milestone, il jazz club sito in via Emilia Parmense 27 a Piacenza, inaugura una mostra a tema jazzistico del pittore e scultore piacentino Francesco Ferrari. Alcune creazioni dell’artista saranno in mostra al Milestone da venerdì 18 febbraio a domenica 6 marzo. Titolo dell’esposizione è “The Jazz Ladies & Chet” in quanto le immagini si ispirano alle figure di note vocalist della musica jazz e all’indimenticato Chet Baker.

Francesco Ferrari è un pittore e scultore, che vive e lavora a Piacenza. Il suo studio è in via Maculani, vicino alle mura della città antica. Ha frequentato l’Istituto d’Arte “Gazzola” di Piacenza, il “Toschi” di Parma ed infine l’Accademia di “Brera” a Milano, come allievo di Marino Marini e di Alik Cavaliere. La sua tecnica è prevalentemente basata su olio, acrilico su tavola o tela, legno di varie essenze per quanto concerne le sculture. Ha realizzato nel 2002 il manifesto per il ventennale dell’Ordine degli Architetti di Piacenza; ha esposto alla Galleria Nuovospazio, all’Associazione Amici dell’Arte, a Palazzo Gotico.

Nel 2006 espone all’Ambasciata Italiana a Strasburgo all’interno della mostra “Gli artisti e il tricolore”; poi ancora alla Galleria Sala, a Punto Arte e a Palazzo Farnese a Piacenza, nonché alla Galleria Glamour di Brescia. C’è una frase nel testo di una canzone di Paolo Conte che recita: “Le donne non amano il Jazz”.
 Non ci sbilanciamo in statistiche piuttosto personali e soggettive come queste, ma certamente possiamo affermare che le donne ritratte da Ferrari, le ladies del canto jazz, sono passate alla storia per le loro interpretazioni da brivido. Cosi come da brivido sono i tratti di pennello che le raffigura nei quadri di Ferrari esposti al Milestone. Con loro anche un “paio” di Chet Baker particolarissimi, come particolare è la visione dell’artista, filtrata dalla sua sensibilità e dall’armonia “strana e bellissima” della musica jazz.



tratto da cremonaonline.it


12 febbraio 2011

Recensione - I Soliti Sospetti

"La beffa più grande che il diavolo abbia mai fatto è stato convincere il mondo che lui non esiste, e come niente.. sparisce."

Trama

| Nel porto di Los Angeles esplode una nave sospettata di trasportare droga. L’intero equipaggio risulta morto, tranne Verbal Kint (Kevin Spacey), uno zoppo truffatore che verrà condotto al dipartimento di polizia per ritrovarsi poi interrogato dall’agente di polizia doganale David Kujan (Chazz Palminteri), il quale non crede alla storia raccontata dallo zoppo al procuratore distrettuale e vuole scoprire la verità, soprattutto riguardo all’ex poliziotto corrotto Dean Keaton (Gabriel Byrne), che si sospetta essere morto nell’esplosione.

Sarà proprio Verbal a raccontare la storia, a partire dal confronto all’americana avvenuto nel dipartimento di polizia di New York, durante il quale sia Keaton, sia lo zoppo vengono imputati per il furto di un camion pieno di fucili insieme agli altri protagonisti della vicenda: i ricettatori Ray McManus (Stephen Baldwin) e Fenster (Benicio Del Toro) e lo scassinatore Todd Hockney (Kevin Pollack).

Verbal racconterà all’agente Kujan del colpo fatto dai cinque al “servizio taxi” della polizia di New York, del furto ad un commerciante di gioielli, dell’incontro in California con il ricettatore Redfoot (Peter Greene) e dell’offerta ricevuta dall’avvocato Kobayashi (Pete Postlethwaite). È qui che spunta il nome misterioso di Keyser Söze, attorno al quale si concentreranno tutte le attenzioni dell’agente Kujan e dei suoi colleghi Jack Baer (Giancarlo Esposito) e Jeffrey Rabin (Dan Hedaya), i quali fino alla fine del film saranno vittime dell’abile manipolazione di Verbal, che distoglierà l’attenzione da se stesso grazie alla domanda che “imbambolerà” letteralmente i poliziotti: “Chi è Keyser Söze?”. |


C’è un termine preciso al quale fare riferimento quando un film riesce a rapire, a confondere e a lasciare di stucco lo spettatore; anzi, in questo specifico caso, più termini: il direttore d’orchestra (Bryan Singer), la mente (Christopher McQuarrie) e il mago (Kevin Spacey). Dopodiché, l’intreccio e la bravura degli altri interpreti fanno il resto.

Il regista Bryan Singer dipinge abilmente un’intricata vicenda caratterizzata da criminali, poliziotti, furti, esplosioni, assassini ed un finale mozzafiato che lascia a bocca aperta. Il tocco del regista è in perfetta simbiosi con la storia: sono presenti le scene d’azione, ma manca la pomposità tipica di Hollywood, con azioni drammatiche inverosimili, piene di effetti speciali e scene spettacolari. Singer sa come trattare la materia, e proprio per questo sa che per svelare il grande enigma dell’intera trama sono sufficienti semplici ed efficaci stratagemmi, quali l’inganno, la suspense, gli intrecci, e un gruppo di attori ancora “semisconosciuti” ma pronti per il successo internazionale.

Così come nel suo primo film, Public Access (1993), Singer collabora con il suo amico sceneggiatore Christopher McQuarrie, il quale riprende una delle sue sceneggiature non ancora pubblicate, quella in cui narra la storia di un uomo che uccide la propria famiglia e che poi scompare; la bozza di questa scrittura riceve la spinta necessaria per la creazione della trama grazie all’idea di Singer riguardo sia il titolo del film, sia la presenza di altri 5 personaggi che sono già immaginati dal regista come criminali che si trovano in linea di fronte alla macchina fotografica dell’ufficio “schedati” della polizia (idea che verrà utilizzata per la locandina del film).

McQuarrie scrive varie versioni dello script in cinque mesi, fin quando la sceneggiatura non viene revisionata dal regista e inviata all’attore Kevin Spacey, sul quale McQuarrie aveva proprio basato la figura del personaggio di Verbal Kint. Ed è proprio su Spacey che Bryan Singer punta come elemento cardine del cast, attorno al quale svolgere l’intera vicenda che fin dall’inizio si rivelò abbastanza complicata da realizzare. Kevin Spacey coinvolgerà nel film anche Gabriel Byrne e Benicio Del Toro, i quali rimangono affascinati dalla sceneggiatura.

Per il ruolo di David Kujan, Singer ha sempre avuto in mente Chazz Palminteri prima ancora che Christopher Walken e Robert De Niro rinunciassero al progetto. Alla fine, Palminteri (reduce dalle riprese di Bronx, diretto dallo stesso De Niro) accettò ritagliandosi soltanto una settimana disponibile per girare le uniche scene del film in cui compare con Kevin Spacey nella stazione di polizia, scene che furono girate per prime. Le riprese durarono soli 35 giorni utilizzando varie location di Los Angeles, San Pedro e New York. Per il film intero venne impiegato un budget di circa 6 milioni di dollari.

Gli attori sono stati pienamente coinvolti nella realizzazione dei loro personaggi, come dirà lo stesso Bryan Singer a proposito del casting: “Il trucco sta nel reclutare degli attori non per quello che sono, ma per ciò che tu immagini possano diventare.” Tutto il gruppo si trovò ad esercitarsi sulle battute attraverso delle improvvisazioni durante le prove (per assimilare meglio il copione). Secondo le interviste rilasciate da Gabriel Byrne, gli attori si abituarono abbastanza rapidamente all’idea di lavorare insieme come fossero una vera banda di criminali, e gli episodi di ilarità durante le riprese non mancarono, tanto che alcune scene dovettero essere ripetute più volte a causa delle continue risate.

Una vera nota di merito va assegnata a tutti gli attori protagonisti, con il sempre “elegante” Byrne che conduce il gioco, lo straordinario Benicio Del Toro (al suo primo vero ruolo), lo schizofrenico Stephen Baldwin, fino ad arrivare all’incredibile Kevin Spacey che interpreta uno dei suoi ruoli più difficili e particolari. Prima delle riprese, incontra dei dottori ed esperti sulla paralisi celebrale per capire come meglio calarsi nel ruolo di Verbal Kint. Insieme al regista sceglie così di paralizzare il lato sinistro del corpo, padroneggiando perfettamente il finto handicap per tutta la durata del film; il tutto unito al suo inimitabile sguardo quasi assente, come fosse sempre fra le nuvole. Ma il suo personaggio sarà tutt’altro che stupido come può sembrare in apparenza, dal momento che si rivelerà la vera mente dell’intera storia.

Il film viene presentato fuori concorso nel 1995 al 48° Festival di Cannes. Oltre all’incredibile successo di critica e di pubblico che farà dei “soliti sospetti” delle vere e proprie star, il film riceve due importanti riconoscimenti: l’Oscar alla migliore sceneggiatura originale per Christopher McQuarrie, e il meritatissimo Oscar al migliore attore non protagonista per Kevin Spacey, che raggiunge così il suo primo apice della carriera, superato nel 2000 dall’Oscar al migliore attore protagonista per l’altra sua incredibile performance in American Beauty di Sam Mendes. Grazie al successo del film, Bryan Singer raggiunge la notorietà come regista affermato e si imbatterà così in altri importanti capitoli del cinema moderno (X-Men, X-Men 2, Superman Returns e Operazione Valchiria).


di ANTONINO BONOMO


Scheda film

THE USUAL SUSPECTS, 1995

Regia: Bryan Singer
Paese
: Stati Uniti
Genere: thriller, giallo
Soggetto: Christopher McQuarrie
Sceneggiatura: Christopher McQuarrie
Fotografia
: Newton Thomas Sigel
Musiche: John Ottman


Interpreti e personaggi

Gabriel Byrne - Dean Keaton
Kevin Spacey - Verbal Kint
Chazz Plaminteri - David Kujan
Kevin Pollack - Todd Hockney
Pete Postlethwaite - Kobayashi
Stephen Baldwin - Ray McManus
Benicio Del Toro - Fenster
Peter Greene - Redfoot
Suzy Amis - Edie Finneran
Dan Hedaya - Jeffrey Rabin
Giancarlo Esposito - Jack Baer


11 febbraio 2011

Mick Jagger nella capitale... in fotografia.

Arriva a Roma la mostra "Mick Jagger - The Photobook", a cura di François Hébel, prodotta dalla Fondazione Forma per la Fotografia di Milano e dai Recounters Internationales de Photographie di Arles e promossa dall Fondazione Musica per Roma.

La retrospettiva è dedicata all'immagine dell'uomo che non solo ha fatto la storia del rock ma che è diventato icona di stile e di costume. Un viso che cambia, una personalità da camaleonte, lo sguardo sfrontato, il corpo scattante, le labbra sensuali: ecco l'icona del rock che più di tutte ha attraversato la storia della musica degli ultimi quarant'anni popolando l'immaginario di generazioni di giovani e fan.

"Mick Jagger - The Photobook" presenta una serie di 70 ritratti realizzati dai grandi fotografi che dall'inizio della sua carriera ad oggi lo hanno incontrato, fotografato, documentando il suo viso particolare e la sua capacità di essere un personaggio sempre nuovo, sempre diverso, sempre controcorrente.



Dai primi scatti degli anni '60 di Goodwin, Mankowitz e Périer e attraverso le sperimentazioni di Cecil Beaton, fino ai recentissimi ritratti di Annie Loibovitz, Karl Lagerfeld, Anton Corbijn, Mark Seliger e Bryan Adams si ripercorrono le metamorfosi di chi ha contribuito a creare l'estetica del rock e non solo.



dal 22 febbraio al 27 marzo - Foyer Auditorium
Auditorium Parco della Musica
viale Pietro de Coubertin
00196 Roma

ingresso libero

8 febbraio 2011

La promessa dell'assassino - Recensione

Una ragazza russa muore partorendo una bambina, l’allevatrice legge il diario della defunta e cerca di rintracciare le origini della famiglia per affidarne la custodia. Conoscerà Nikolai, servo della mafia russa, e sarà travolta dal tumultuoso scorrere degli eventi tra degrado, prostituzione e criminalità. Per il suo 16° lungometraggio, Cronenberg sceglie un’altra storia di violenza e di rimpianti dove ancora una volta è il passato a condizionare la vita di un uomo e le sue azioni.

Quello che in apparenza sembra possedere la scorza di un thriller gangsteristico contiene invece in sé le caratteristiche, i significati e la profondità di una vera e propria tragedia morale. Attraverso una scrittura di asciutta semplicità, Cronenberg dipinge la crudeltà di un microcosmo malato e corrotto, inevitabilmente contaminato dalla violenza e dall’avidità di potere.

A far da sfondo a questo spietato affresco vi è una Londra assente, inerme alle contraddizioni e alle malvagità della vita; è anch’essa spettatrice di quell’universo ottuso e dittatoriale che è l’emblema del lato oscuro dell’umanità, il suo legno storto. Come in “A history of violence”, che può essere considerato il suo corrispettivo, Cronenberg effettua una radiografia dell’animo umano, analizzandone soprattutto la componente animalesca: istinto di sopravvivenza, vendetta, invidia. Sorretto da un tono funereo e segnato da squarci di violenza improvvisa, l’ultima pellicola del grande regista canadese è anche un apologo sulla labilità e l’ambiguità della moralità umana.Tutto ciò che non c’è o meglio non viene detto nella sceneggiatura di Steve Knight si carica di un’ambivalenza significativa e misteriosa al punto che l’ignoto diventa un pregio, non un difetto.

Attraverso l’interessante teoria secondo cui gli schiavi partoriscono schiavi, Cronenberg elabora un discorso sulla virulenza del destino che contagia le sue vittime scegliendole con preferenze di sesso, classi sociali, nazionalità. Il mondo delle persone “normali” si trova al di fuori di quello che è l’habitat “naturale” del mondo criminale: un ristorante cupo e purpureo come il sangue che lo intinge. Il personaggio di Nikolai, nella sua rassegnata e sconsolata visione che ha del mondo, rappresenta la chiave di lettura del film: egli è sull’orlo di un abisso, in perenne oscillazione tra il bene e il male. Dopo una notevole azione benefica nei confronti di Anna e della di lei figlia adottiva, in questa pessimistica eppur non nichilista visione della realtà umana, la voce fuori campo di Tatjana pronuncia le stesse parole del folgorante incipit iniziale: “Tutti noi, in Russia, siamo nati già morti”. Il finale antiretorico, senza lieta fine né catarsi, è coerente con il resto del film e lascia spazio d’interpretazione allo spettatore.

Due le scene memorabili in cui il regista riesce a portare il suo sguardo visionario ad un livello di stregonesca abilità: la sequenza in cui Nikolai, disarmato, si trova a dover affrontare due gangster sullo sfondo di una sauna tanto onirica quanto inquietante, degna di entrare in una ideale antologia di scene d’azione e quella in cui il protagonista si trova al cospetto della cosca criminale e presta il suo giuramento all’organizzazione attraverso l’incisione dei tatuaggi; metafora di ciò che non si può dimenticare, è accaduto, accade e forse continuerà ad accadere.

di Danilo Cristaldi
(dal sito MyMovies.it)