3 maggio 2011

The London Howlin' Wolf Sessions - A short Blues tale

“La leggenda del blues e i suoi discepoli”, “il sound moderno del blues”, o ancora “la prima vera super-session del blues inglese”. Questi i titoli del capitolo più riuscito della saga musicale di Howlin’ Wolf, il “bluesman voodoo” dalla voce tagliente e affilata che ha segnato in maniera indelebile la storia del Chicago Blues.

Un raro esempio di commistione musicale: l’originale, scarna, rozza e oscura verve del blues nero americano si unisce all’aurea morbida, ai toni più aggraziati e alle sonorità più frizzanti del blues inglese. Questo è ciò che trasmettono i protagonisti della storica session tenutasi agli Olympic Studios di Londra dal 2 al 7 maggio del 1970.






Chester Arthur Burnett nasce nel Mississippi nel 1910. La musica lo incanta fin da piccolo, quando iniziò ad ascoltare i primi bluesman quali Jimmie Rodgers, Charlie Patton (che diventerà il suo maestro di chitarra). Imparerà, inoltre, a suonare l’armonica grazie ad un altro suo grande maestro e amico: Sonny Boy Williamson II.

Dopo il lavoro nei campi dell’Arkansas e il servizio di leva durante la Seconda Guerra Mondiale, Chester si dedica alla musica mettendo su una sua prima band e iniziando le registrazioni per la Modern e la Chess Records. È proprio in questo periodo che il suo stile blues e il suo soprannome lo rendono famoso in tutto il mondo.

Howlin’ Wolf sconvolge le orecchie degli amanti del blues con la sua voce roca e tagliente che rivoluziona l’essenza del blues di Chicago rivelando il lato più scuro e grezzo sia dei testi che del sound. Il soprannome, che sembra derivi dalle storie di lupi che gli raccontava il nonno, calza a pennello con gli urli e i fraseggi tipici di Wolf che sfoga tutta la sua carica blues e il suo temperamento nei testi degli standard dei suoi predecessori, forgiando al tempo stesso nuovi brani che portano la sua firma e che diventeranno a loro volta dei celebri standard per le generazioni future.

Anomalo cantante blues e anomalo bluesman anche nel suo stile di vita, dal momento che, a differenza di molti altri suoi illustri colleghi che vissero di stenti e diventarono ricchi dopo la loro morte, Howlin’ Wolf godette di buone condizioni economiche e di un successo di tutto rispetto per tutta la sua carriera fino alla morte, nel 1976.

Si sono appena conclusi gli anni ’60, e con loro, oltre ai Beatles, finisce un’epoca storica per la musica: un tramonto che segna, in realtà, un nuovo inizio, una vera e propria trasformazione di tutto quello che il rock, il blues e il jazz hanno impresso nella leggenda. Stanno per nascere il progressive e il fusion, mentre per l’hard rock e il blues si apriranno nuove porte dalle quali usciranno miscugli di vecchio e nuovo, tradizionale e innovativo, “razionale” e “fuori di senno”, e il buon vecchio “lupo del blues” si troverà nel bel mezzo di questa rivoluzione.

Inizia tutto dalla storica Chess Records di Chicago; il giovane produttore Norman Dayron, fresco della produzione di Fathers and Sons di Muddy Waters, sta già pensando al suo altro mito, e non solo: vuole affiancare ad un veterano del blues un gruppo di giovani talenti, nonché star del momento.

È così che durante un concerto al Fillmore West, tramite Mike Bloomfield, Dayron incontra un giovane chitarrista che a soli 25 ha già fatto parte di supergruppi, ha fatto suo il blues e lo ha rivitalizzato facendo impazzire i giovani degli anni ’60 che gli hanno dedicato frasi scritte sui muri. Quando Dayron gli propone di registrare un disco con un “certo” Howlin’ Wolf, Eric Clapton ha già firmato il contratto ed ha già contattato la sezione ritmica dei Rolling Stones.

Tutto fatto. Inizia qui la catena di montaggio che produrrà The London Howlin’ Wolf Sessions, non solo un ennesimo capolavoro del blues, ma anche punto di contatto tra due generazioni musicali, un evento unico e precursore.

Oltre a Charlie Watts e Bill Wyman, Clapton richiede fortemente anche il “sesto Rolling Stone”, il quasi dimenticato Ian Stewart, pianista, nonché uno dei fondatori degli Stones che dovette poi abbandonare il gruppo anche se solo “ufficialmente”, continuando infatti ad essere il road manager della band e ad incidere il piano in molte loro registrazioni. Dayron reclutò anche Hubert Sumlin, chitarrista e storico componente della band di Wolf, e il diciannovenne armonicista prodigio Jeffrey Carp.

Ma in tutto questo, che ne pensa Howlin’ Wolf dell’idea di Dayron?

Si narra che il produttore sudò non poco per riuscire a domare il carattere non proprio malleabile di Burnett. Dayron aveva sentito molte storie sul carattere di Howlin’ Wolf; quando andò a vedere un suo concerto, si aspettava che Wolf portasse in scena un vero e proprio voodoo show, che avrebbe sacrificato un pollo vivo o che sarebbe uscito di testa, che si sarebbe messo ad urlare o che avrebbe combinato la qualunque su quel palco. E invece, Howlin’ non fece niente di tutto ciò. Anzi, come dichiarò lo stesso Dayron, tirò fuori una performance straordinaria, uno spettacolo musicale sostenuto dalla sua voce e dagli ottimi musicisti della sua band.

Dopo il trionfo del primo “esperimento” ottenuto con l’album Fathers and Sons (nel quale riuscì ad amalgamare insieme il blues di Muddy Waters con il rock puro di Mike Bloomfield, Paul Butterfield, Buddy Miles e Duck Dunn), Dayron si convinse a ripetere l’impresa: registrare l’inimitabile voce di uno dei più rivoluzionari bluesman contemporanei con un sottofondo musicale altrettanto fuori dal comune per un classico disco blues.

Il giovane produttore risultò essere così determinato nel suo intento da riuscire a convincere perfino lo stesso protagonista che inizialmente si mostrò reticente al progetto. Ma alla fine, l’idea di rispolverare il sound delle sue stesse composizioni piacque perfino ad un duro come Howlin’ Wolf.

Dayron scandagliò con cura il repertorio di Wolf, cercando di selezionare quei brani che potessero dar pieno risalto alla sua voce e al tempo stesso consentire ai musicisti di esprimere al meglio il sound. E nel frattempo, dovette anche preoccuparsi delle precarie condizioni di salute di Howlin’ a causa della sua dipendenza dall’alcool. E quando si azzardava a consigliare di moderare il suo stile di vita, bastava un’occhiataccia o un ghigno di Wolf per capire che non l’avrebbe mai ascoltato, neanche quando ordinò al servizio dell’hotel dove alloggiava Wolf a Londra di non portargli alcolici in camera.

Dopo il trasferimento dei musicisti da Chicago a Londra, il 2 maggio si mette in moto la produzione dell’album. Come tutti i capolavori che si rispettino, anche questo ha le sue curiosità e i suoi aneddoti, e iniziano proprio il primo giorno, quando si scopre che Charlie Watts e Bill Wyman non erano disponibili a causa di impegni già stabiliti in precedenza. Per non perdere le preziose (e costose) ore già prenotate agli Olympic Studios, Dayron contatta il Beatle Ringo Starr, il quale porta con sé il suo amico bassista Klaus Voorman. Recuperata la sessione ritmica, il gruppo si mette a lavoro registrando i primi brani, ma sorgono subito le prime discordie fra Howlin’ Wolf e Ringo Starr, il quale, essendo un batterista rock, non riesce a dare la giusta consistenza agli shuffle blues. Finirà qui l’avventura di Starr e Voorman che verranno rimpiazzati il giorno successivo da Watts e Wyman.

Un’altra sorpresa del primo giorno riguarderà anche Mr. Slowhand. Appena arrivato in studio, Clapton trova Hubert Sumlin in un angolo mentre accorda la chitarra, al che, intimidito, si rivolge a Dayron chiedendogli “Per che cosa mi hai ingaggiato? Voglio dire, c’è già Hubert, lui è il mio idolo ed è perfetto per Wolf, io non ti servo!”. La risposta di Norman lo lasciò di stucco: “Hubert registrerà solo le parti ritmiche, suonerai tu la chitarra solista.”

Un’altra svolta decisiva per le sorti del disco avvenne durante alcune prove prima delle registrazioni vere e proprie. Gli attriti fra il gruppo e Howlin’ Wolf non mancheranno, considerando sia il carattere di quest’ultimo sia il fatto che si trovavano insieme in studio per la prima volta. Ma fu durante la registrazione di “The Red Rooster” che le cose cambiarono; Clapton stava provando un riff con lo slide, quando Wolf gli da un suggerimento.

Per non sbagliare una seconda volta, Clapton passa la chitarra acustica a Wolf e gli chiede di suonare la base in modo da poter dare una guida ai musicisti. L’occhiata di Howlin’ e il suo stupore di fronte ad una richiesta del genere inizialmente fecero gelare lo studio: era come se una recluta si fosse permessa di sfidare il proprio sergente durante un’esercitazione. Ma subito dopo anche gli altri musicisti incitarono il vecchio bluesman a suonare il brano, in modo da poterlo eseguire esattamente come lui lo preferiva. Clapton insistette, e alla fine Wolf accettò, vincendo l’insicurezza e padroneggiando la sua vecchia acustica Sears Silverstone che negli ultimi anni aveva un po’ tralasciato.

Come dichiarerà lo stesso Dayron che assistette a tutta la scena da dietro il vetro in regia, il ghiaccio fu rotto e le registrazioni andarono sempre meglio: “Si era infranta quella ‘barriera’ di timore da parte dei giovani musicisti e di distacco da parte del leader, creando i presupposti giusti per lasciar fluire la musica.”

La magia che si creò in studio da quel momento è scolpita nelle tracce dell’album: la band porta il blues oltre le tradizionali 12 bar grazie al ritmo talvolta serrato, talvolta quasi country dell’accademico Charlie Watts e grazie alle linee di basso di Bill Wyman che esce fuori dai canoni degli Stones e si improvvisa un perfetto bassista blues con la giusta dose di innovazione. Ian Stewart non fallisce un colpo con il suo celebre tocco che garantisce l’atmosfera pianista gradevole e longeva dell’album, così come ha contribuito a farlo da esterno negli Stones, al pari della forza sprigionata dal duo Jagger/Richards.

Un debutto da sogno, invece, per il diciannovenne armonicista Jeffrey Carp che si ritrova immerso fra delle vere e proprie leggende. Una di queste, Howlin’ Wolf, non si risparmierà per tutta la durata delle registrazioni, nonostante le sue condizioni di salute non certo sfavillanti, e nonostante il suo fisico venisse messo a dura prova, come quando alla fine della seconda giornata in studio viene colto da un collasso e sviene in bagno. Perfino quando Dayron lo ritrova privo di sensi e lo accompagna fuori verso l’ambulanza Wolf si rifiuta di salirci sopra. Chester se ne infischia e, come sempre, urla al microfono la sua voce, unica e riconoscibile per fino dallo spazio, cantando i lamenti celebri del blues, le storie d’amore fallite, il sogno del bluesman maledetto che si ribella all’oppressione, al razzismo, trovando la “pace” nella bottiglia e nella chitarra. Wolf mette da parte i suoi 60 anni e torna a divertirsi con la musica come fosse un ragazzo, circondato da suoi coetanei.

Uno di questi, in particolare, riuscirà a farlo uscire dal suo “guscio”, strappandogli un commento quale “Quel ragazzo con quella chitarra laggiù è fuori dal comune!”. Eric Clapton sfodera una delle sue migliori performance blues di sempre, lanciando le ultime fiamme prima di sfociare di li a poco nell’estasi più totale con i Derek and The Dominos, per poi crollare nel tunnel della tossicodipendenza ed uscirne soltanto 3 anni più tardi, per tornare di nuovo sul tetto del mondo e portare avanti un lungo percorso musicale che contribuisce ancora oggi a renderlo uno dei pochi immortali della storia della musica contemporanea.

Purtroppo, una piccola nota dolente nell’ensemble musicale intaccherà la performance dell’altra leggenda della chitarra blues, Hubert Sumlin. Quando Dayron porta i nastri a Chicago per il missaggio finale alla Chess, si accorge che l’amplificatore di Sumlin non è stato degno del suo esecutore, rovinando buona parte delle incisioni.

A questo punto, il produttore non può fare altro che salvare il salvabile, sovra-incidendo la parti di chitarra mancanti attraverso le chitarre di Paul Asbell e BeBop Sam, entrambi musicisti di Chicago e turnisti della Chess Records. Per colmare, inoltre, alcune lacune sonore, Dayron inserisce alcune parti di basso eseguite da Phil Upchrch e altri riff di tastiera eseguiti dall’ex-collega di Clapton negli appena scioltisi Blind Faith, Steve Winwood.

Le sovra-incisioni completano quindi l’odissea dell’album che viene pubblicato dalla Chess nell’estate del 1971. Un’ulteriore edizione “ri-visitata” verrà pubblicata 3 anni più tardi, mentre nel 2003 viene rilasciata l’immancabile Deluxe Edition che contiene altre registrazioni scartate dal missaggio finale, nonché il celebre fuori onda fra Howlin’ Wolf ed Eric Clapton durante le prove di “The Red Rooster”.

Gli sforzi del giovane produttore Norman Dayron, uniti al preziosissimo contributo musicale del cast d’eccezione delle registrazioni, alla fine hanno dato alla luce i frutti sperati: l’album ottiene un ottimo successo commerciale ed entra di diritto nella storia del blues, identificandosi come uno degli eventi musicali più riusciti del genere.

Per chiudere questo breve capitolo della storia del blues, leggete queste ultime righe come se fossero le frasi di un narratore esterno che sta per concludere la sua storia fatta di ricordi, di emozioni e, perché no, di leggende:

“Wolf non riusciva a credere che uno sbarbatello bianco sarebbe stato il suo produttore. Ma rimase talmente sbalordito dalla determinazione di Norman nell’ottenere il suo rispetto che alla fine mise da parte l’orgoglio e accettò il progetto. E sicuramente, dopo la pubblicazione dell’album e il suo successo, chissà quante volte Wolf avrà ringraziato Dayron per aver creduto in lui…. Neanche una volta, secondo il sottoscritto. Mi piace pensare che Wolf gli sia stato grato, si sia divertito durante le registrazioni con i suoi straordinari giovani discepoli e il giorno dopo la fine delle sessions sia rientrato nel suo turbinio esistenziale scandagliato dai suoi lamenti blues, dalle strida della sua armonica, seduto sulla sua sedia a dondolo con una bottiglia ai suoi piedi e con la mente già immersa in un altro viaggio: un ennesimo travaglio diretto verso il prossimo ‘incrocio’ dove poter incontrare i suoi predecessori ed unirsi con loro alla danza del diavolo.”


di ANTONINO BONOMO




Tracklist

Howlin' Wolf
THE LONDON HOWLIN' WOLF SESSIONS
(Chess Records, 1971)
  1. Rockin' daddy (Howlin' Wolf - registrazione del 4/5/1970)
  2. I sin't superstitious (Willie Dixon - registrazione del 2/5/1970)
  3. Sittin' on top of the world (Mississippi Sheiks - registrazione del 6/5/1970)
  4. Worried about my baby (Howlin' Wolf - registrazione del 7/5/1970)
  5. What a woman! (James Oden - registrazione del 7/5/1970)
  6. Poor boy (Howlin' Wolf - registrazione del 4/5/1970)
  7. Built for comfort (Willie Dixon - registrazione del 7/5/1970)
  8. Who's been talking (Howlin' Wolf - registrazione del 7/5/1970)
  9. The red rooster (rehearsal 7/5/1970)
  10. The red rooster (Willie Dixon - registrazione del 7/5/1970)
  11. Do the do (Willie Dixon - registrazione del 6/5/1970)
  12. Highway 49 (Joe Lee Williams - registrazione del 6/5/1970)
  13. Wang dang doodle (Willie Dixon - registrazione del 4/5/1970)

Line-up:

Howlin' Wolf - vocal, harmonica, bottleneck guitar
Eric Clapton - lead guitar
Hubert Sumlin - rhythm guitar
Bill Wyman - bass
Charlie Watts - drums
Ian Stewart - piano
Jeffrey Carp - harmonica on tracks 3, 5, 6, 12, 13
Steve Winwood - piano, organ on tracks 2, 5, 6, 8, 12
Ringo Starr - drums on track 2
Klaus Voormann - bass on track 2
Jordan Sandke - trumpet on tracks 2, 7
Dennis Lansing - tenor saxophone on tracks 2, 7
Joe Miller - baritone saxophone on tracks 2, 7
Lafayette Leake - piano on tracks 3, 4, 10
John Simon - piano on track 8

17 aprile 2011

Recensione: Ben Allison - Think Free

Considerato uno dei più grandi talenti della nuova generazione di jazzisti provenienti dalla scena newyorkese, Allison ha all’attivo ben 10 album con svariate formazioni. Da Seven Arrows (1996) fino al recentissimo Action-Reaction (aprile 2011), il visionario contrabbassista non sbaglia un colpo, sfoderando un capolavoro dopo l’altro e consolidando le sue capacità di compositore, arrangiatore e produttore.

“Quando scrivo musica, mi getto a capofitto sull’intero processo – assemblare la band, scrivere le partiture, registrare e mixare l’album, disegnare le copertine e successivamente organizzare il tour per il disco. Tutte queste fasi sono di vitale importanza per me, perché mi trasmettono quella giusta energia positiva che serve per creare qualcosa di veramente valido. A tutto ciò si unisce la collaborazione con musicisti creativi che condividano l’intero progetto.”



Questa devozione quasi maniacale verso un progetto musicale lo premia con ottimi risultati in tutti i suoi lavori discografici, e la sua inarrestabile creatività lo conduce a Think Free, pubblicato nel 2009.

Questo vero e proprio capolavoro sbalordisce per la modernità del sound, per le innovative composizioni e per gli arrangiamenti sconvolgenti. O più semplicemente, Ben Allison crea una colonna sonora per il nostro personale film che unisce elementi tratti dal rock, jazz, funk e perfino dalla musica classica.

Sulle orme delle sonorità tipiche della new age (con evidenti richiami ai Radiohead), la band di Allison fonde ritmi sincopati ed echi rock all’incredibile verve jazzistica conferita dal contrabbasso dello stesso Allison e dalla presenza della chitarra e della tromba. E in mezzo, gli splendidi fraseggi di musica classica scanditi dal violino conferiscono all’intero album quella giusta dose di jazz vanguard che rende il disco apprezzabile non solo per gli amanti del jazz, ma anche per chi vuole gustarsi un autentico viaggio musicale immerso in suoni differenti.

Composizioni come “Fred”, “Broke”, e “Peace Pipe” incantano per le splendide atmosfere liriche create dal violino e dalla tromba e per il loro ritmo travolgente, mentre la superba “Kramer vs. Kramer vs. Godzilla” riesce a farci immaginare una tipica ambientazione a metà tra film western e noir, con un crescendo musicale che a tratti esplode togliendo il fiato. Evidenti in questo caso le influenze chitarristiche di Bill Frisell, il maestro delle “chitarre ubriache”.

Da non dimenticare, inoltre, la riuscitissima sperimentazione ritmica in “Platypus”, a mio parere una delle più innovative composizioni vanguard moderne, nella quale troviamo un netto richiamo alla musica dei Radiohead. Si chiude con un’atmosfera tipica del jazz tradizionale con “Green Al”, che riprende uno dei temi ricorrenti nella colonna sonora composta da John Barry per il celebre lungometraggio di John Schlesinger, “Un Uomo da Marciapiede” del 1969, con Jon Voight e Dustin Hoffman.

In questo cumulo di affascinanti sonorità, Ben Allison dirige la band senza, però, prevaricare nemmeno per un attimo, lasciando emergere l’incredibile versatilità e bravura di tutti i musicisti che garantiscono all’intero album un ascolto longevo, grazie alla non eccessiva prolissità delle suite e grazie soprattutto al perfetto equilibrio della musica e al riuscito sound d’insieme.

Un album che consiglio vivamente a tutti quelli che vogliono lasciarsi suggestionare ed emozionare dalla musica.


di ANTONINO BONOMO


Tracklist

Ben Allison
THINK FREE
(Palmetto Records, ottobre 2009)

  1. Fred
  2. Platypus
  3. Broke
  4. Kramer vs. Kramer vs. Godzilla
  5. Sleeping giant
  6. Peace pipe
  7. vs. Godzilla
  8. Green Al

All compositions by Ben Allison.

Line-up:

Ben Allison - double bass
Jenny Scheinman - violin
Shane Endsley - trumpet
Steve Cardenas - guitar
Rudy Royston - drums



13 aprile 2011

10 album della musica italiana. . .

Arriva di tanto in tanto la voglia di ordinare un pò le idee. Arriva, senza accorgersene, il momento di guardare dentro se stessi e di capire cosa (musicalmente parlando) consideriamo importante. E' semplice, in questi casi, elencare cosa ha segnato, arricchito, riempito, la nostra immaginazione. Ecco dunque 10 album, magari da consigliare, così, come se si stesse parlando davanti ad una tazza di caffè. E perchè no, meglio guardare "in casa nostra" , meglio rispolverare ciò che gli artisti del nostro Paese hanno espresso in tanti, tantissimi anni di musica. Il perchè è fin troppo palese... Perchè ci piangiamo addosso? E' vero, abbiamo importato tanto: stili, tendenze, atmosfere non tipicamente "italiche", ma le abbiamo fatte nostre, con grande cura e dedizione. Troppo spesso non ci rendiamo conto di quanto la musica italiana sia stata importante. Non certo al di là dei nostri confini... Ma per noi. Solo per noi.

(p.s. questa manciata di dischi, in ordine sparso, ha rappresentato tanto per me, e mi ha fatto compagnia in molte fasi della mia vita)



FRANCO BATTIATO - POLLUTION (1972)

Psichedelia e atmosfere rarefatte tipiche di uno dei più grandi sperimentatori della musica italiana. Non è un caso che venga considerato quasi un album tetro e alienante. Capace di raffigurare una affascinante visione di scenari inquietanti. Tra i lavori di Battiato, è uno dei più curiosi ed enigmatici, quasi extraterrestre. Pollution è difatti un disco a metà tra elettronica e psichedelia, degno di essere considerato avanguardistico (con un incauto ma diretto parallelismo) alla stregua degli album di Syd Barrett e dei primi Pink Floyd. Un'opera pervasa da impressioni scivolose e modernissime, al punto da prestarsi ad essere, sia musicalmente che nei testi, un baluardo del progressive italiano.






IVAN GRAZIANI - AGNESE DOLCE AGNESE (1979)

Già al suo quinto lavoro da solista Ivan Graziani consegna al nostro Paese una gemma di rara bellezza. Forte dell'attività di session -man per i grandi cantautori, Ivan mette su un disco perfetto: melodia, rock, folk in una miscela unica al mondo. In "Agnese dolce Agnese", il grande cantante e chitarrista abruzzese oltre che autore dei testi e della musica, è anche arrangiatore e produttore. "Doctor Jeckyll e Mister Hyde" "Agnese""Fuoco sulla collina", "Veleno all'autogrill", tanti i brani (conosciuti e non) che hanno posto Ivan Graziani all'attenzione del grande pubblico.





LUCIO BATTISTI - VOLUME 4 (1971)

Di certo non è il disco più amato del grande Lucio Battisti. Non rappresenta neanche l'intera e strabiliante produzione dell'artista, ma è di sicuro una scanzonata e divertente serie di grandi brani d'autore. È, per la precisione, una raccolta che riassume il periodo 1966/1971 con pezzi tratti dagli album precedenti e altri mai usciti su LP. "Dio mio no" con i suoi sette minuti di rock duro e puro, il r'n'b "Luisa Rossi" sono episodi entusiasmanti ma considerati "secondari" del primo album, da cui sono tratte anche la ormai storica "29 Settmebre", e l'intensa e raffinata, " Io vivrò (senza te)" . Come dimenticare inoltre "Mi ritorni in mente"e un grande brano blues come "Insieme a te sto bene"? Pietre miliari.







IL BALLETTO DI BRONZO - SIRIO 2222 (1970)

In"Sirio 2222" si fondono Beat, Hard Rock, Psichedelia, Sperimentazione. Siamo nel 1970. Ma chi li conosceva questi del "Balletto di bronzo"? In realtà pochi. Pochissimi. Rappresentanti per molti anni della mega scena progressive tricolore, il "Balletto" ha incarnato perfettamente l'archetipo della prog band all'italiana. Il gusto di mescolare il beat con le chitarre distorte in stile Zeppelin/Sabbath con riff oscuri e martellanti ha impreziosito il lavoro di questa band dalla vita breve. Emersi dal panorama underground e successivamente proiettati a livello nazionale, "il Balletto" rappresenta davvero la punta di diamante di una miriade di band del nostro Paese di cui molti ancora ignorano l'esistenza.







RINO GAETANO - SOTTO I CIELI DI RINO (2003)

"E vabbè....Rino è Rino!" Quante volte mi sono sentito ripetere questa frase nei locali della capitale! Posti in cui la musica di uno dei più dissacranti autori italiani ancora oggi risuona in un mix di ironia, gioia di vivere e passione. Rino Gaetano è davvero unico. A differenza di tanti altri sembra che non ci abbia mai lasciato: sarà la freschezza e la semplicità delle sue canzoni a renderlo immortale. Questa raccolta uscita nel 2003 ben sintetizza la produzione dell'artista. Nel 2005 è stata pubblicato Sotto i cieli di Rino Special Edition contenente cinquanta brani, tra cui 4 inediti. La raccolta comunque non aggiunge nulla alle precedenti "Gianna e le altre"(1990) e "La Storia"(1998) (vivamente consigliate anche quelle).






DE ANDRE' IN CONCERTO/ARRANGIAMENTI PFM (1979)

"L'idea di un tour con un gruppo rock sulle prime mi spaventò, ma il rischio ha sempre il suo fascino... In più ero tormentato da interrogativi sul mio ruolo, sul mio lavoro, sull'assenza di nuove motivazioni. E la PFM mi risolse il problema, dandomi una formidabile spinta verso il futuro. La tournée con loro è stata un'esperienza irripetibile perché si trattava di un gruppo che ha modificato il corso della musica italiana. Ecco un giorno hanno preso tutto questo e l'hanno messo al mio servizio" . Le parole di Fabrizio De Andrè per mettere in luce l'altissima valenza di questo lavoro. Da antologia.







PFM - CHOCOLATE KINGS (1975)

Chocolate Kings è probabilmente il miglior album della corrente progressiva italiana. Pubblicato nel 1975, è il primo disco della Pfm in studio col cantante Bernardo Lanzetti, un artista molto vicino allo stile di Peter Gabriel. Questo lavoro è uno dei più complessi del gruppo e grazie ai testi in inglese ha avuto molto successo anche negli Stati Uniti, facendo conoscere la band italiana al mondo intero. Le musiche sono del chitarrista Franco Mussida, di Mauro Pagani e nella prima traccia "From Under" fra gli autori troviamo anche Ivan Graziani. Nel 2010 è uscita una ristampa con materiale live registrato alla Nottingham University. In una parola: fondamentale.







LE ORME - AMICO DI IERI (1997)

Qualcosa di più di un'antologia di vecchi successi. "Amico di ieri" è un affresco di valore nella carriera delle Orme. Il gruppo veneto fissa in questa raccolta le evoluzioni che hanno avuto alcuni brani storici con una formazione che li ha riportati alla considerazione del pubblico. Non si tratta di stravolgimenti sostanziali delle canzoni registrate sui dischi dell'epoca, al contrario si tratta quasi di un live in studio, con poche sovraincisioni, al fine di lasciare quasi intatta l'emozione che scaturisce da un'esibizione live. "Sguardo verso il cielo" è il gioiello più prezioso della collezione.









ANGELO BRANDUARDI - ALLA FIERA DELL'EST (1976)

Ispirata ad un canto pasquale ebraico, che dà il titolo al disco: "Alla fiera dell'est, per due soldi un topolino mio padre comprò" la filastrocca cantata da Branduardi ormai fa parte di noi. Da piccoli tutti l'hanno cantata, tutti ne sono rimasti incuriositi. Questo brano fa parte di un disco quasi interamente acustico, creato con gli strumenti preferiti da Branduardi, la chitarra e il violino, e una serie di strane sonorità per un disco pop. Arpa, buzuki, sitar, liuto, clarino, oltre al pianoforte e alle percussioni per dare vigore a composizioni semplici ed originali. Con gusto ed efficacia Branduardi colse nel segno e portò il disco ad essere apprezzato dal grande pubblico. Fu un clamoroso successo, tanto da scavalcare i confini nazionali.





FRANCESCO DE GREGORI - PEZZI (2005)

Era il 2005 e Francesco De Gregori riporta una buona dose di interesse nella musica italiana. Perchè? Facile: ascoltare questi brani, per gli appassionati del principe dei cantautori italiani, è stata una boccata d'aria fresca. Un ritorno al De Gregori più dylaniano, alle sonorità più blueseggianti e intense di una volta.
Di grande valore i testi, che parlano soprattutto di un'Italia divisa, cambiata, irriconoscibile, insomma fatta a ... pezzi. La musica popolare americana, il rock’n’roll, il blues, il folk, si intrecciano alla perfezione con il modo di fare musica di De Gregori. Mai scontato. E per chiudere, dunque, la carrellata, nessun album meglio di questo.


tutte le recensioni sono di Francesco Giacalone

(le informazioni, le date, le immagini sono tratte dal sito Debaser.it)

13 marzo 2011

Gatto-Zeppetella-Mannutza: il Jazz Trio al Big Mama

Esplosione ritmica, improvvisazione allo stato puro, estasi, catarsi, bizzarria.. il trio Gatto-Zeppetella-Mannutza fa centro.

12 marzo 2011, Big Mama, Roma.

Il magico trio sale sul palco, ed è subito jazz, puro, lirico, strabiliante. Di fronte ad un pubblico che via via si fa sempre più numeroso, Roberto Gatto (batteria), Fabio Zeppetella (chitarra) e Luca Mannutza (organo) sfoderano una performance di quasi due ore da brividi, attraversando varie culture del jazz e conferendo al tempo stesso il loro personale tocco di classe. Considerati fra i maggiori esponenti del panorama jazz italiano, i tre maestri vantano un portfolio di collaborazioni di livello internazionale.

L’alchimia fra i tre è rara ed unica nel suo genere; nessuna sbavatura, nessun fraintendimento: ogni musicista si immerge nel proprio strumento tirandone fuori il meglio. Si parte dal tema principale passando per il cuore dell’improvvisazione, fino ad arrivare agli scambi perfettamente sincronizzati e ai pirotecnici soli. Ed infine, l’ultima bacchettata o l’ultima nota che proprio non ti aspetti...

Roberto Gatto conferma la sua incredibile “arte percussiva”, talvolta pennellando sui tamburi, talvolta sfoderando un drumming possente e funky; ma è durante gli assoli che sfodera tutta la sua imprevedibilità: sfiora i piatti, picchia con le bacchette sull’enorme cuore rosso del Big Mama dipinto sulla parete alle sue spalle… tutto questo divertendosi, sorridendo e giocando come farebbe un bambino alle prese con la sua prima batteria. La precisione con la quale non manca un colpo è pari solo alla prontezza degli applausi che esplodono alla fine delle sue prodezze.

Fabio Zeppetella dirige la sua Gibson Es 335 come un vero e proprio direttore d’orchestra. Non mancano sia i fraseggi lirici, sia le piroette in puro stile jazz vanguard, nelle quali mette in mostra il suo personalissimo stile chitarristico, frutto di una solida preparazione da autodidatta che gli è valsa la collaborazione con artisti internazionali e un’ormai piena affermazione in ambito jazzistico.

Luca Mannutza riesce ad incantare la platea con la sua “doppia personalità”; il suo Hammond B3 diviene l’estensione di ciò che riesce a scatenare nella sua mente, dominando le note in due direzioni diverse che però si intrecciano di continuo: con la mano sinistra scandisce la ritmica del basso, mentre con la destra improvvisa fraseggi che spaziano dal soul al jazz vanguard, senza mai “mollare la presa” perfino quando si lancia nel walkin’ bass!

Attorno alla leadership di Gatto, il trio spiazza di continuo gli spettatori con alti e bassi di grande intensità musicale, trascinandoli attraverso il repertorio che segue un percorso variegato e sempre piacevole, includendo sia alcuni standard immortali, sia composizioni meno note ma con arrangiamenti di grande effetto.

Lo show si apre con “Tea for two”, famoso standard jazz tratto dal musical del 1925 “No, no, Nanette”, eseguito con un arrangiamento in 5/4 di Luca Mannutza.
Segue “Solar”, una delle tante perle di Miles Davis, eseguita in pieno stile vanguard, che lascia letteralmente a bocca aperta.
Si smorzano i toni con la toccante “This guy's love with you” di Burt Bacharach, che esplode verso la fine per lasciare spazio all’hard bop di “Moment’s notice”, una delle composizioni più originali di John Coltrane.

Il trio stupisce ancora con lo splendido arrangiamento di uno dei grandi successi di Stevie Wonder, “My cherie amour”; si arriva al virtuosismo d’eccezione con la splendida “Road song” di Wes Montgomery, durante la quale il trio si getta a capofitto nella fusion raggiungendo il vero apice della serata. Ed infine il bis con “Line for Lyons”, capolavoro di uno dei padri fondatori del cool jazz, Gerry Mulligan, nonché uno dei brani meglio interpretati dal grande Chet Baker.



recensione e foto di
ANTONINO BONOMO



1 marzo 2011

Beady eye - Different Gear, Still Spending - Recensione

Un antidoto ad una giornata grigia? Magari stressante o malinconica? La prima risposta sonora che mi viene in mente è il primo disco dei Beady Eye: Different Gear, Still Speeding. Un album ben fatto, fresco, divertente, dal deciso sapore dei sixties.
Il fratello minore dei Gallagher con (la solita) sfrontatezza riesce a raggiungere l'obiettivo di un grande disco con la sua nuova band. Diciamolo, a molti sarebbe piaciuto poter dire: "Liam senza il fratellone non convince!" oppure: "Rivogliamo gli Oasis!". A dir la verità non vi sono momenti di questo disco che possano far storcere il naso agli appassionati del BritPop. Anzi sono davvero convincenti gli arrangiamenti: scarni, spogli al punto giusto, ottimi per mettere in risalto le chitarre e la voce di Liam. Gli altri, Gem Archer, Andy Bell, e Chris Sharrock (tutti ex Oasis) se la cavano piuttosto bene, liberi di esprimersi e di mettersi in mostra.

Canzoni grintose, emozionanti per molti versi, e tanto, tanto revival. Chi di solito mastica del buon rock ci ritroverà ovviamente gli echi di Lennon ma anche dei Who e tanti riff vecchia maniera. I brani più esaltanti? Four Letter Word (potente pezzo d'apertura); The Roller (beatlesiana fino all'osso); Wind up Dream (per i rocker d'annata).


Un disco che convince davvero, anche se è stata tagliata fuori dalla tracklist il lato B del singolo di Bring The Light e cioè l'ipnotica Sons of the Stage, una cover del gruppo indie World Of Twist. La sfida è dunque aperta: Noel se ci sei batti un colpo!


di Francesco Giacalone


Il brano Sons of the Stage