11 settembre 2010

It might get loud - Recensione

Chitarra, vita da musicisti e luoghi (stra)ordinari. Questi tre elementi caratterizzano "It might get loud", il documentario di Davis Guggheneim su tre artisti diversi, ma accomunati dall'intensa passione per le sei corde: Jimmy Page, The Edge e Jack White. Un lavoro che i fan e gli appassionati del rock aspettavano da tempo. E di sicuro non deluderà.


In "It might get loud" i tre artisti si mettono a nudo, scendendo dal piedistallo delle rockstar e trasformandosi come non mai nel chitarrista della porta accanto. Geniale l'inizio del film, con il simpaticoantipatico Jack White che in due minuti costruisce una rudimentale slide guitar che suona come il muggito della vacca che ha di fronte.
Bellissime le ambientazioni, grezzo (ma di alta qualità) il suono e splendide le immagini d'archivio.

Nel documentario di Guggheneim non mancano i momenti di "poesia", come The Edge degli U2 che parla della "sua" Dublino devastata di metà anni 70 o come un "tenero" signore ultrasessantenne di nome James Patrick Page che racconta dei suoi inizi da session man e si emoziona ascoltando un vecchio brano che gli ha cambiato la vita. La scena più vera, però, quasi commovente è quella in cui Jack White ascolta il suo idolo blues degli anni 30, Son House, su un vecchio vinile. Lì, in quel preciso istante
capisci perchè il blues ti può davvero rapire, e non portarti mai più indietro. Lo stesso blues di Muddy Waters che Jimmy Page fa vibrare nel suo giradischi in una "stanza dei tesori" ricca di album e bootleg di ogni tempo. Non mancano (ovviamente) neanche gli "spezzoni" dei live dei Led Zeppelin, degli U2 e dei White Stripes, in un mix avvincente e mai scontato.

I dialoghi fra i tre artisti (che si incontrano in una specie di capannone industriale abbandonato) non sono comunque esaltanti e si mantengono sulla superficie. Troppo diversi, troppo lontani nello spaziotempo del rock. Page, The Edge e White parlano poco (rispetto alle aspettative) di chitarre, strumentazione, stili e sound. Certo, c'è The Edge con la sua mega pedaliera, Jimmy Page con la sua Les Paul e White (per molti sarà una splendida rivelazione) con lo slide fra le dita, ma i trucchi, le note e le diavolerie tecniche sono quasi assenti in questo documentario.

Il meglio del meglio arriva alla fine con una splendida cover: "The Weight" della Band (con la B maiuscola, il gruppocanadese di Robbie Robertson) suonata dai tre in acustico. Una gemma che chiude degnamente questo documentario, pieno di passione, duro lavoro e lontanissimo dal clichè sex, droug and rock n'roll.

di Francesco Giacalone

13 luglio 2010

ZZ TOP, Roma 12 Luglio 2010 - Recensione + Video

Ruvido e vero. Tutto ciò che i fan si aspettavano da Gibbons & C. è arrivato. Dritto alle orecchie e al cuore. Un Blues che profuma di leggenda. 12 luglio, Ippodromo delle Capannelle, Roma, in una torrida giornata quasi in stile texano, anche i ZZTop, lontani miglia e miglia da casa, hanno respirato quella calda aria familiare, che ha demolito in ogni spettatore la resistenza a bere una birra ghiacciata e ad indossare il cappello da (finto) cowboy in vendita a soli 5 euro sulla via Appia.
Donne sbucate dal farwest, bikers (appena) sessantenni, fuoriditesta e nostalgici dei bei tempi andati: il circo con due zeta apre i battenti con "Got me under Pressure" annata 1983.


Dopo qualche minuto di "riscaldamento" (scusate il termine inopportuno) le barbe più famose del rock cominciano a darci dentro sul serio. Ottimo, davvero ottimo il sound, un'acustica quasi perfetta. Sembra che stiano suonando solo per te. Quasi non ti accorgi che c'è appena qualche migliaio di persone tutto intorno . "Jesus just left Chicago" è il primo momento emozionante della serata, un blues morbidissimo che cullerebbe anche i bifolchi sotto il palco dalle sei del pomeriggio.

Tutto d'un tratto si sente forte anche la gente: ZZTOOP ZZTOOPP!! E loro attaccano con la simpatica: "I,m bed I'm Nationwide". Bellissime le immagini scelte per dare supporto alla musica: cowboy, auto veloci, wrestler, e ovviamente donnone prosperose. Bianco e nero e alta risoluzione, colori da Las Vegas e ingiallite foto dei seventies (ci sono anche le grancasse con cerchioni rotanti da fuoriserie). Tutto insieme. Tutto fantastico. Fantastico come il tributo a Jimi Hendrix con "Hey Joe", e come l'assolo-ad-una-mano di Gibbons qualche brano più in là. Il chitarrista è in forma smagliante, Hill e Beard fanno il loro. Pezzo dopo pezzo mostrano un bel pezzo di storia del blues moderno. Slide e note "aspre" che sanno di Muddy Waters e B.B. King. E Non mancano neanche le classiche coreografie da buffoni fra i due front-man e gli sguardi ammiccanti al pubblico, la bottiglia di wiskey lanciata per aria, il cappello da bluesman consegnato come la corona di un re e tutto il resto.

Il resto si chiama, Gimme all you Lovin', Legs (con tanto di chitarre piumose), Sharp dressed man , La Grange e Tush a chiusura della performance.



Un live da ricordare per tutta la vita, suonato dal trio Gibbons-Hill-Beard, che, detto così non dice nulla. In molti non hanno mai letto i loro nomi nell'Olimpo del rock. Altri li ricordano solo per i bei video degli anni 80. Niente di più sbagliato. I tre dei ZZTop sono dei veri e propri paladini di una musica moderna che sà di antico. Talvolta rivoluzionari, talvota conservatori. Sbruffoni talmente autentici da sembrare finti. Musicisti al servizio del blues e di quel circo un pò retrò nato nella vecchia "scuola" di Chicago.

di Francesco Giacalone





21 maggio 2010

Ronnie James Dio, l'addio alla "Voce" del rock

Un gesto che incarna una fede e una missione. Un gesto divenuto il simbolo di un modo di concepire, di immaginare e vivere la musica. Le corna levate al cielo di Ronnie James Dio, appartengono ormai ad ognuno di noi, a tutti coloro che si rispecchiano nei misteri e nelle oscure atmosfere dell'heavy metal.

Nessuno ha mai dato così tanto a questo genere. Nessuno, come lui, è riuscito ad incarnare passione e volontà, grinta e perfezione nella sfera più dura della musica.

Aveva 67 anni il nonno del rock. Nessuno vuol crederci. Più vecchio degli Stones? Probabilmente sì, non vi è di fatto un effettivo documento "pubblico" che ne attesti l'anno di nascita. Ma tutto ciò non conta. Dio è colui che ha fatto risuonare la propria voce negli ELF, nei Rainbow e nei Black Sabbath e sarà sempre ricordato per questo. Nessun particolare coinvolgimento in storie trasgressive, nessuna leggenda da evocare in stile "il pipistrello di Ozzy", proprio niente di tutto ciò. Un grande interprete, un grande autore. Punto.

Ognuno dei suoi ammiratori avrà di certo affrontato la sua scomparsa come la dipartita di uno di famiglia; Ronnie James Dio non era una superstar. Somigliava - specie negli ultimi anni - allo zio che ha tante storie da raccontarti, a quel parente lontano che ritorna dopo un lungo viaggio e del quale vorresti sapere di più.

Gentilissimo con i fan, con la stampa e con tutti i personaggi del rock-bussiness, Dio riusciva a creare quella sorta di complicità con il pubblico che molti artisti non riescono neanche a sfiorare. Quelle corna levate al cielo resteranno per molti anni ancora il simbolo di più generazioni: quelle di "Heaven and Hell" cantata a squarcia gola nei concerti, quelle dei pantaloni di pelle nera e delle "adunate" tipiche dell'ambiente del metal.

Francesco Giacalone


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8 marzo 2010

Recensione - Johnny Winter, Roma, Auditorium - 7 Marzo 2010

"Una sera vidi il più bianco
dei bianchi suonare il blues
come il più nero dei neri"

(B.B. King)



Se non avete mai assistito ad un concerto di Johnny Winter non arriverete mai sino in fondo a comprendere cos'è il blues della torrida provincia americana. Se dopo molti anni passati ad ascoltare, suonare, ammirare o idolatrare i miti degli anni cinquanta e sessanta vi manca ancora un'esperienza "forte", ecco, con Johnny Winter coglierete il senso di ciò che questa musica rappresenta per un certo tipo d'America.


Nella vita, molto di rado si ha il privilegio d'ascoltare dal vivo dei grandi bluesman: stelle del firmamento come B. B. King o John Mayall e artisti poco conosciuti al grande pubblico come Joe Pitts o Shawn Pittman (solo per citare i più freschi nella memoria). Ognuno di loro lascia un segno vivo e indelebile sulle anime di chi ascolta. Potete quindi credere di aver assaporato a pieno il gusto del blues in gran parte delle sue forme. Ma stanotte, sette marzo duemiladieci, all'Auditorium di Roma di sicuro avete provato qualcosa di nuovo. Terribilmente nuovo. La sensazione, cioè, di trovarsi fuori luogo, di non riuscire a reggere, di sentirsi ubriachi e stremati pur stando comodamente seduto sulle rosse poltrone della Sala Sinopoli.


Johnny Winter ha dato prova di essere un incallito electric-bluesman col cuore legato indissolubilmente alla propria terra. Non un brano rilassante, vicino magari alle influenze soul degli esordi. Non un momento per tirare il fiato: il blues del vecchio Johnny ha "straziato" le menti ed è arrivato dritto alle budella. In tutti i brani un ritmo unico, martellante; una voce (ormai più che logora) che cerca di tanto in tanto di imitare se stessa; una chitarra sporca, rozza, violenta e imprecisa. Ma tutto ciò non conta. Al vecchio Johnny e alla sua gente interessa solo il groove. Un brano dopo l'altro, ci si rende conto che non si sta soltanto assistendo ad un concerto ma ad una lezione sul floklore americano. Un brano dopo l'altro si ha la percezione di essere capitato nel posto giusto ma nel momento sbagliato. Perchè? Johnny Winter ha incarnato per anni la figura del bluesman e della rockstar, del traghettatore e del messia. Sulle sue spalle ha
portato il fardello di tante "culture" e di tante "tradizioni sonore" che mescolava perfettamente fra le dita, creando, album dopo album, lavori che univano qualità ed eterogeneità. Oggi quel fardello lo ha volentieri lasciato a qualcun'altro.


Il vecchio Johnny, curvo e malandato ha tutta l'aria di qualcuno che se ne frega di te, della tua vita, del tuo vissuto e delle tue origini. E' come un vecchio che ama raccontare le leggende e le tradizioni locali a qualunque forestiero incontri appena fuori il proprio ranch, ripetendo la stessa trama mille volte, senza fermarsi mai, senza guardarti negli occhi per comprendere se hai capito qualcosa.
A Johnny non interessa, nella sua musica stanotte abbiamo ascoltato il ritmo di quel Texas che nessuno di noi capirà mai.

" Il Texas è uno stato d'animo.
Il Texas è un'ossessione.
Ma soprattutto, il Texas è una nazione
in ogni senso della parola.
"

John Steinbeck
(Premio Nobel per la letteratura 1962)


di Francesco Giacalone

15 dicembre 2009

Palermo - Nuovo appuntamento con l'Orchestra Jazz Siciliana

La prestigiosa Orchestra Jazz Siciliana, prima e unica orchestra permanente di jazz a partecipazione pubblica in Italia, sarà in scena con un doppio concerto al Ridotto dello Spasimo alle 21.30 di venerdì 18 e sabato 19 dicembre. Per l’occasione l’Orchestra, uno dei fiori all’occhiello della Fondazione “The Brass Group”, vedrà Vito Giordano, trombettista e compositore, nelle vesti di direttore e solista.

Lo storico ensemble, fondato dal Maestro Ignazio Garsia all'inizio degli anni Settanta, sarà impegnato in entrambi i concerti per la sezione “Guest” del cartellone della stagione concertistica del Brass. Il brillante programma delle due serate sarà dedicato a nuove composizioni originali ed a standard rivisitati, con nuove orchestrazioni e tratti, dal vasto archivio storico dell’orchestra, tra i quali "A Night In Tunisia", "I Remember Clifford", "Solitude", "Stolen Moments".


L’organico previsto per i due concerti è il seguente:

alle trombe: Silvio Barbara, Domenico Riina, Fabio Riina, Pietro Pedone
ai tromboni: Salvatore Pizzurro, Salvatore Pizzo, Salvatore Nania, Giovanni Miceli
ai sassofoni: Orazio Maugeri, Antonino Oddo, Francesco Marchese, Gaspare Palazzolo, Antonino Pedone
chitarra: Sergio Munafò
pianoforte: Riccardo Randisi
basso: Giuseppe Costa
batteria: Gianpaolo Terranova


dall'Ufficio Stampa del Brass Group (www.thebrassgroup.it)

2 dicembre 2009

1979 - 2009: The Wall compie trent'anni

Londra - Il 30 novembre del 1979 usciva The Wall, doppio concept-album dei Pink Floyd (ne avevano al loro attivo già uno, Ummagumma), una monumentale opera rock in cui Roger Waters, autore di quasi tutti i brani, raccontava la vicenda di Pink, un personaggio largamente autobiografico - ma anche ispirato dall'ex Floyd Syd Barrett - schiacciato da un'esistenza di alienazione e solitudine, fino a costruire attorno a sé un muro metaforico.

Un disco che avrebbe diviso i fan del gruppo inglese, tra chi lo considera il loro massimo capolavoro, e chi lo ritiene uno sgradito cambio di rotta più che altro commerciale per la band di Animals e The Dark Side of The Moon, che dopo quell'esperienza (le liti durante la registrazione non si contarono) cessò di esistere come quartetto, con l'uscita di Richard Wright.

Caratterizzato da suoni più rock che psichedelici, permeato da violenza (molti i richiami alla guerra, il padre di Waters rimase ucciso ad Anzio nella seconda Guerra Mondiale) e oppressione, l'album ebbe come brano-simbolo "Another brick in the wall" (che è anche il leit-motiv che attraversa il disco), che sbancò le classifiche di mezzo mondo, ma anche classici come "Is there anybody out there?" o "Comfortably numb". Pink, tra drammi personali e successo da rockstar, finisce completamente isolato dal suo 'muro'.

La complessa e simbolica narrazione rese The Wall molto più che un album: sin dai primi ascolti si caratterizzò anche e soprattutto come un'opera destinata a essere vista oltre che ascoltata. Da qui il film Pink Floyd - The Wall (1982), diretto da Alan Parker e interpretato da un allora semisconosciuto Bob Geldof, nel ruolo di Pink. Ma anche e soprattutto un concerto spettacolare (con tanto di muro che veniva edificato e poi crollava), che i Floyd fecero in poche, selezionate città: New York, Los Angeles, Londra e Dortmund. Quei concerti finirono nel doppio live Is There Anybody Out There?: The Wall Live 1980-1981.

The Wall - Live in Berlin, fu invece una performance dal vivo del disco fatta da Waters e da numerose altre rockstar a Berlino il 21 luglio 1990, per ricordare la caduta del muro, quello vero tra est e ovest, otto mesi prima.

A trent'anni di distanza, forse la cifra sonora di The Wall non è più così moderna, ma i messaggi sull'alienazione dell'uomo contemporaneo, e l'inquietudine a tratti angosciosa che lo permea mantengono la loro forza. A prescindere dalle opinioni, The Wall è tra i pochi dischi che possano considerarsi "opera rock", affreschi complessi di un mondo musicale scomparso per sempre. Per questo, trent'anni dopo, si può tranquillamente accomodare nel pantheon dei classici, in compagnia di ben pochi altri dischi, come Tommy dei Who e The Lamb Lies Down on Broadway dei Genesis.


di Patrizio Nissirio (da ansa.it)


Jeff Beck ed Eric Clapton sullo stesso palco

I due celebri chitarristi annunciano alcune date negli Stati Uniti e in Canada. Sulla scia del successo della loro straordinaria collaborazione a Tokyo lo scorso febbraio, e dopo aver già registrato il tutto esaurito per i due concerti che terranno insieme all’Arena O2 di Londra nel febbraio 2010, Jeff Beck ed Eric Clapton hanno aggiunto altre date alla loro collaborazione “on stage”.

Sia Beck che Clapton portano sulle loro spalle l’ingombrante “peso” di una prestigiosa carriera musicale costellata da innumerevoli premi e riconoscenze.
Jeff Beck è stato inserito due volte nella Rock and Roll Hall of Fame (con i Yardbirds nel 1992, e come artista solista nel 2009), mentre Eric Clapton diviene leggenda nel 2000, quando, come solista, venne inserito per la terza volta (record assoluto) nella lista dei più grandi artisti della storia del Rock, dopo essere stato ammesso assieme a Beck nel 1992 con i Yardbirds e l’anno successivo con i Cream.

I loro percorsi musicali sono uniti proprio dalla comune esperienza con il leggendario gruppo degli Yardbirds. Eric Clapton lasciò la band nel 1965 e, ironia della sorte, venne rimpiazzato proprio da Jeff Beck. I due rimasero comunque grandi amici fin da quel periodo, ma fin’ora hanno collaborato insieme soltanto per qualche evento di beneficienza. Adesso, a più di quarant’anni dallo scioglimento della formazione originale degli Yardbirds, i due amici hanno deciso di condividere il loro sovrannaturale talento.

Proprio recentemente, Jeff Beck si è esibito al Madison Square Garden in occasione del 25° Anniversario della nascita della Rock and Roll Hall of Fame. Beck ha sfoderato una performance d’applausi di 40 minuti dividendo il palco con ospiti d’eccezione: Sting, Buddy Guy e Billy Gibbons; da incorniciare la rovente “Superstition” di Stevie Wonder. Sempre di recente, Beck ha pubblicato il dvd Live at Ronnie Scott’s, che ha ottenuto il disco di platino negli Stati Uniti, in Canada e in Giappone. Attualmente sta portando avanti a Londra le registrazioni del suo nuovo album.

Eric Clapton ha terminato di recente il tour Nord Americano con Steve Winwood, suo grande amico e co-fondatore dei Blind Faith, ottenendo il tutto esaurito in tutti gli show. Ha inoltre pubblicato il secondo dvd del Crossroads Guitar Festival, ottenendo diversi dischi di platino negli Stati Uniti.

“Eric ed io abbiamo suonato insieme in Giappone all’inizio di quest’anno. Prima di allora ci siamo incontrati solo per qualche occasione e abbiamo sempre parlato di mettere su uno show del genere per i nostri fan. Finalmente, riusciremo a suonare insieme nel 2010.” [Jeff Beck]

“Ho sempre considerato Jeff Beck come uno dei chitarristi più raffinati che ci siano in giro. È un amico, una grande persona e un musicista con un vero dono di natura. Ci siamo divertiti così tanto in Giappone che sembrava impossibile non suonare insieme di nuovo.” [Eric Clapton]

La loro collaborazione sarà senza dubbio uno degli eventi musicali più importanti di questa prima decade del XXI secolo. Le due leggende della chitarra non hanno ancora rivelato la scaletta dei concerti, ma hanno già anticipato che durante la prima parte del concerto si esibiranno da soli, proponendo il proprio repertorio, e a seguire suoneranno insieme sullo stesso palco.




Ecco le date fin’ora programmate:

13 febbraio 2010 – Arena O2, Londra (sold-out)
14 febbraio 2010 – Arena O2, Londra (sold-out)
18 febbraio 2010 – Madison Square Garden, New York
21 febbraio 2010 – Air Canada Center, Toronto
22 febbraio 2010 – Bell Center, Montreal



di ANTONINO BONOMO

(news su www.ericclapton.com)